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Una cultura europea come prospettiva alternativa per la coesione sociale e la cittadinanza

  • Pubblicato il: 15/09/2017 - 10:08
Rubrica: 
DOVE OSA L'INNOVAZIONE
Articolo a cura di: 
Massimiliano Zane

Nell'ambito del dibattito più ampio sul futuro e la “sopravvivenza” dell'Unione europea, oggi più che mai urge interrogarsi sulla dimensione sociale del vecchio continente. Ma come? Ed attraverso quali “lenti”?
 


 
Il nostro tempo è aspro. Spazi e persone sembrano aver perso il proprio senso di comunanza, come fossero inevitabilmente costretti ad un costante e claustrofobico conflitto. Intanto le ineguaglianze si allargano, e la migrazione, l'aumento dell'incertezza nel sentire comune, il terrorismo e l'ascesa del populismo quotidianamente minano l'unità all'interno dell'Europa, anche a fronte delle sue endemiche contraddizioni interne e dei crescenti sentimenti euro-scettici. È in questo clima, e proprio per far fronte ad esso, che la Commissione Europea negli ultimi 10 anni ha rilanciato con forza crescente la necessità di rivedere la cultura quale nuovo asse portante della sua agenda. Fin dal 2007, con la “European agenda for culture in a globalizing world, o con “The cultural dimensions of the EU’s external actions del 2011; e ancora con “The cultural and creative crossovers to stimulate innovation, economic sustainability and social inclusion e “The EU strategy for international cultural relations, rispettivamente del 2015 e 2016; e la decisione di decretare il 2018 Anno Europeo del Patrimonio, vision e mission degli organi europei appaiono chiare: la cultura va sempre più intesa come un fattore chiave della crescita e dell'innovazione, che incoraggia un senso di appartenenza e di coesione, che migliora la qualità della vita e promuove la pace, il dialogo interculturale e lo sviluppo socioeconomico all'interno e al di fuori dei confini nazionali.
 
In linea con tutto questo, “The Cultural and Creative Cities Monitor 2017, ricco paper della Commissione, è l’ultimo e forse il più concreto esempio di un nuovo modo di ripensare l’essenza stessa del vivere e con-vivere nei e coi nostri territori partendo dalla cultura e dalla creatività. Alla sua prima pubblicazione assoluta, il “C3 monitor” offre una inedita panoramica su 168 città selezionate in 30 paesi europei, e si offre quale nuovo ed importante strumento di analisi comparativa dei principali aspetti della vitalità culturale, sociale ed economica delle città. Partendo dalla “Cultural Vibrancy” come mezzo di sviluppo, e promuovendo lo scambio reciproco e l'apprendimento condiviso tra città, territori e comunità dell’intero panorama continentale, il focus, anche in questo caso, è chiaro: determinare ed esplicitare nuovi indicatori, scale e assetti differenti, che identifichino e confermino la crescente centralità del ruolo della cultura – intesa come cultural heritage, come retaggio storico culturale comune ricevuto e da trasmettere, attraverso il riconoscimento del valore personale (non economico) del bene comune e della responsabilità che questo comporta – e della creatività nello sviluppo comunitario di un ambiente propedeutico al benessere sociale, al miglioramento delle prospettive socioeconomiche ed alla resilienza tra inclusività, coesione e cittadinanza.
 
Un’analisi del genere, con i dati e le indicazioni che da essa traspaiono, ci ricorda ancora una volta che l’Unione europea stessa, come istituzione, trova la sua base costituente nel potere di una visione della cultura unitaria. Una cultura fatta di contatto e resa fluida dallo scambio e dall’abbattimento dei suoi confini istituzionali interni. Un legante sociale che fluttua nel dialogo tra essenze e tradizioni, che riflette il nostro "vivere insieme", che interconnette le persone nella società e ne trasmettere conoscenze e valori. Ed è proprio da questa fluidità che ogni singolo stato della Comunità nell’ultimo decennio ha tratto un valore aggiunto mai conosciuto prima, piaccia o meno. Un valore nato dalla condivisione e da essa indissolubile, ma che purtroppo non sempre è riconosciuto. Documenti e dichiarazioni transanzionali, come l’appello dell’ European Alliance for Culture and the Arts “The Power of Culture and the Arts”, o la “Dichiarazione di Firenze”, fin’anche ai Reflection Paper on the Social Dimension of Europe e “How culture and the arts can promote intercultural dialogue in the context of the migratory and refugee crisis” dalla Commissione Europea, si sforzano di ricordarcelo e lo fanno sempre individuando nella nostra cultura una vera e propria risorsa strategica nella creazione di una dimensione identitaria europea forte, sostenibile e resiliente. Una attestazione di valore, questa, che se da parte degli organi europei pare già in essere, non è ancora del tutto compiuta concretamente in molti dei singoli stati membri. Invece, particolarmente oggi, questo sarebbe quanto mai necessario e renderebbe merito del ruolo esperienziale ed essenziale comune della cultura e della creatività europea nei processi di sviluppo, di presenza e partecipazione, di relazione con gli spazi condivisi (pubblici o privati), di lotta alla marginalizzazione e di welfare culturale, con tutti i benefici che ne possono conseguire. Pensiamo soprattutto a quelli extra-economici: come al favorire ed ispirare il pensiero critico e solidale, sviluppando la resistenza alla discriminazione, all'indottrinamento ed al pregiudizio; o al promuovere la partecipazione attiva con l’implemento delle proprie competenze morali essenziali e del proprio potenziale attraverso nuove forme di apprendimento e relazione; o ancora, al rafforzare il sentire comune, favorendo la propria ed altrui tutela fisica ed intellettuale ed il dialogo interculturale, facilitando l'integrazione ed il senso di appartenenza e consentendo ai gruppi sociali a rischio di esclusione – es. le minoranze etniche – di entrare a far parte attiva della società come membri e non come ospiti.

Banalizzare queste prospettive, ignorarle, o peggio, rifiutarle vuol dire rifiutare la nostra storia e minare il nostro futuro. Ma significa anche rifiutare nuove opportunità e possibilità di crescita, come ad esempio l’occasione per le città del vecchio continente di rinnovarsi e diventare laboratori urbani di valore, ecosistemi vivi sul fronte di un diverso rilancio strategico attuato attraverso un fronte collettivo di risorse condivise. Perché un modello di sviluppo basato esclusivamente sulla crescita economica competitiva è ormai chiaramente inadeguato: prosperità e sostenibilità hanno anche importanti dimensioni sociali, culturali e ambientali. Gli esempi di Mantova, Pistoia e Matera citati nel programma europeo “URBACT, o quelli di Bologna, Parma e Roma ricordati nel “C3 Monitor, ne sono una più che tangibile testimonianza.

Ciò che ci si prospetta oggi, soprattutto in vista dell’ormai prossimo 2018, è quindi non tanto il difficile compito della creazione di un orizzonte di interdipendenze culturali nuovo e complesso, ma l’ancor più difficile compito della sua accettazione e attivazione. Un orizzonte in cui il ruolo dell’arte e della cultura, ed il loro innato potere di relazione fra luoghi, persone e comunità, non può più essere considerato in modo isolato o accessorio, ma come strategicamente essenziale per una riprogettazione condivisa, soprattutto in relazione anche in rapporto con altri settori dell’azione pubblica, come l’occupazione, l’istruzione, il benessere, la residenzialità, la giustizia. Un orizzonte nato dalle imperfezioni dei passati approcci alla sostenibilità – inevitabilmente da correggere – ma che può e deve divenire un luogo in cui imparare a generare e sperimentare nuovi modelli socio-economici che guardino direttamente e compiutamente alla crescita comune ed equa delle sue dimensioni costituenti. Un orizzonte ampio e multiforme che tocca territori spesso dis-omogenei, in termini di risorse, prospettive ed obiettivi e che per questo, con urgenza, necessita di trovare l’applicazione di un approccio unico e coordinato tra tutti gli attori coinvolti, che agisca e fiorisca in interconnessioni coerenti tra le diverse politiche e policy transnazionali. Un orizzonte come strumento processuale di comunanza impossibile da ignorare se si vuole consentire all'Europa, a noi, non solo di prosperare ma di esistere.

© Riproduzione riservata

References:

  1. IETM Position paper on the mid-term evaluation of Creative Europe and recommendations regarding its post-2020 successor: https://www.ietm.org/sites/default/files/attachments/meetingpage/position_paper_eu_final.pdf
  2. Reflection paper on the social dimension of Europe: https://ec.europa.eu/commission/publications/reflection-paper-social-dimension-europe_en
  3. How culture and the arts can promote intercultural dialogue in the context of the migratory and refugee crisis: https://publications.europa.eu/en/publication-detail/-/publication/31240289-3169-11e7-9412-01aa75ed71a1
  4. Fresh Perspectives, IETM’s series of publications, which explores how the contemporary arts sector is engaged with the crucial issues of today's reality: https://www.ietm.org/en/freshperspectives
  5. Creation and Displacement: Developing new narratives around migration, IETM’s mapping: https://www.ietm.org/en/publications/creation-and-displacement-developin... around-migration
  6. Trends and Skills in the European Audiovisual and Live Performance sectors, Creative Skills Europe’s publication: http://www.creativeskillseurope.eu/publication-now-available-fr-es/
  7. Creative Europe: Programme analysis and recommendations, CAE’s study: http://cultureactioneurope.org/news/creative-europe-programme-analysis-a...
  8. Culture for growth and jobs, the European Commission’s website: https://ec.europa.eu/culture/policy/strategic-framework/growth-jobs_en
  9. Draft report on a coherent EU policy for cultural and creative industries, European Parliament: http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//NONSGML+COMP... 583.957+01+DOC+PDF+V0//EN&language=EN 

Ph:  https://composite-indicators.jrc.ec.europa.eu/cultural-creative-cities-monitor/media/c3monitor2017.pdf