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DICHIARAZIONE DI FIRENZE: VERSO UNA NUOVA ANTROPOLOGIA DELLA CULTURA E DEL PATRIMONIO

  • Pubblicato il: 15/04/2017 - 00:09
Rubrica: 
OPINIONI E CONVERSAZIONI
Articolo a cura di: 
Massimiliano Zane

Il G7 della Cultura di Firenze, il primo del genere nella storia, ha messo a fuoco le grandi sfide che la comunità internazionale dovrà affrontare nei prossimi anni riguardo il ruolo e le proprie responsabilità nei confronti del nostro patrimonio culturale. Tra le tante: rilanciare un'idea della cultura come strumento di dialogo tra i popoli e una nuova consapevolezza sul ruolo del patrimonio come colonna del senso di comunità di eredità e forza trainante di valori, ideali e principi da preservare e tramandare. Ma quanto, in quest'opera costante e inarrestabile di ridefinizione delle missioni affidate al nostro héritage, troviamo concreta risposta a questo richiamo?
 


Per rispondere davvero a questa domanda ci vorrà tempo, ma il pensiero corre alla neo “Dichiarazione di Firenze”: un protocollo d'intenti, inedito, sottoscritto al fine di far si che tutti gli Stati coinvolti nel G7 adottino misure robuste ed efficaci di tutela del patrimonio comunitario internazionale, identificato come strumento di dialogo nell’attuale contesto di crisi del sistema geopolitico mondiale; come elemento da preservare dalle minacce del terrorismo, delle calamità naturali e del traffico illecito; o ancora come componente identitaria comune che necessita urgentemente di tornare ad essere percepita quale tale. "Ribadiamo la nostra convinzione che il patrimonio culturale, in tutte le sue forme, materiale e immateriale, mobile e immobile, sia nesso straordinario tra il passato, il presente e il futuro dell’umanità; contribuisce a preservare l'identità e la memoria dei popoli e favorisce il dialogo e lo scambio interculturale tra tutte le Nazioni, alimentando la tolleranza, la mutua comprensione, il riconoscimento e il rispetto delle diversità"- art.1
 
Il richiamo è netto, il riferimento specifico: la forte esigenza di ripensare la nozione di patrimonio culturale comune come vettore identitario e “ponte verso l'altro”, trova nella Dichiarazione di Firenze un vero e proprio documento programmatico, un impegno istituzionalizzato da perseguire con forza e determinazione.
 
Fino ad oggi, il paradigma “tradizionale” di patrimonio – che presuppone un senso di appartenenza statica ad un’identità culturale costituita da un insieme di beni da salvaguardare e trasmettere – se non correttamente interpretato, ha spesso rischiato di diventare, al contrario di intenti e proclami, elemento di esclusione nel contesto di una società globalizzata, caratterizzata da una forte eterogeneità e soggetta a continui cambiamenti demografici. Al contrario, il paradigma dinamico e processuale auspicato e proposto nella Dichiarazione di Firenze per la prima volta esplicita la volontà di creare nuove interpretazioni del patrimonio attraverso il dialogo e la condivisione dell’intreccio di ricchezza e complessità di cui è portatore. Prospettiva, questa, figlia in qualche modo di una evoluzione della Convenzione di Faro, e parente prossima dalla nuova Strategy 21 del Consiglio d'Europa: entrambe linee guida che ridefiniscono il posto e il ruolo del patrimonio culturale in Europa promuovendone buon governo, partecipazione e approcci innovativi atti a migliorare l'ambiente e la qualità della vita dei cittadini.
 
Si delineano quindi i confini di una nuovo paradigma comunitario di cultura e patrimonio? O questa assunzione da parte della politica di visioni e diffusione di partecipazione e identificazione col patrimonio può rischiare di scivolare verso “solo” un'altra entusiastica ambizione?
 
Perché qui non si tratta solo di una nuova “convenzione” in seno al diritto, che merita attenzione critica e discussione a livello accademico e in ambito istituzionale, è un monito di cittadinanza, fatto di obiettivi e priorità condivise cui rivolgere risorse e attenzione, strumenti e prassi, persone e idee, progetti e strategie, nazionali ed internazionali, affinché il nostro patrimonio culturale comune diventi davvero un paradigma fondamentale della configurazione sociale del mondo contemporaneo.
Perché il luoghi della cultura, ma soprattutto l'interpretazione dei ruoli sociali ad essi connessi cui guarda la Dichiarazione di Firenze, prevede un rinnovo strutturale nelle prospettive di trasmissione culturale che va ben al di la di una semplice “apertura” all'altro. Si propone di guardare ad un “tutto culturale” da una prospettiva antropologica nuova, che ri-considera manufatti fisici e peculiarità intangibili all’interno di pratiche culturali complesse interagenti e composite, quindi sotto una più ampia luce “comune”, la cui interpretazione dunque va ben al di la dei confini nazionali. Questioni legate ad una intercultura oggi forse ancora “acerba”, in cui il patrimonio, su tutto, diviene strumento processuale determinante e responsabilizzato; “corpo vivo” che rappresenta ed è rappresentato dalla relazione con gli altri, che può espandere il proprio “statuto” identitario nazionale offrendosi quale elemento nuovo, portatore di universi di senso interpretati e re-interpretabili da istanze culturali diverse.
 
In un mondo globalizzato e ricco di conflitti sempre più acuti, in parallelo alla crescita del dibattito internazionale sui diritti umani, dalla cultura per lo sviluppo economico alla cultura per lo sviluppo sociale il patrimonio diventa così ancor più risorsa essenziale per la comprensione di una collettività umana fatta di innumerevoli contesti culturali e ambientali, un’entità aperta, portatrice di tradizioni e storia, ma che si arricchisce attraverso costanti reinterpretazioni. In quest'ottica, quindi, qualsiasi spazio della cultura diventa uno spazio dove costruire un discorso sull’umanità, dove mostrare la capacità dell’essere umano di esprimersi e comprendersi nei modi più differenti, con la possibilità di rapportarsi in maniera paritaria. Ma oggi questo è davvero possibile? Forse. Perchè ciò che diventa più che mai indispensabile per una corretta attuazione degli intenti in questa prospettiva, è e sarà l’educazione al patrimonio, che qui risulta ancor più strettamente connessa all'esistenza stessa del patrimonio, inscindibile da esso, e che con esso dunque muta i suoi confini poiché si configura come il veicolo primo di facilitazione ed avvicinamento. L’educazione al patrimonio, qui, si configura come una pratica formativa socio culturale imprescindibile e dal respiro sovranazionale; che deve sapersi ri-orientare, oggi più che mai, secondo l’idea che tutela e valorizzazione acquisiscono un senso solo se attuate attraverso tutte quelle azioni formative destinate a rimanere fini a se stesse se non promosse e strutturate quali elementi fondanti lo sviluppo personale e sociale del senso comune degli individui.
 
Attuare concretamente la Dichiarazione di Firenze sarà impegnativo, sul piano formale, giuridico, economico e soprattutto sociale, ma nonostante le inevitabili e diverse problematicità e opacità, carenze e farraginosità tipiche di atti “convenzionali” come questi, in ogni caso, il merito di questo testo è senz'altro quello di aver offerto un tavolo internazionale di dibattito e confronto dai confini nuovi, con un atteggiamento più attento a molteplicità e diversità, e con un’attenzione ed uno slancio nuovo verso l’idea di bene comune sovranazionale e di impegno verso cultura e patrimonio quali elementi di scambio paritario tra diversità.
Un dibattito tutt'altro che esauritosi in modo esaustivo, ovviamente, e che oltre i proclami ed i facili entusiasmi ora dovrà confrontarsi con l'effettiva capacità (necessità) di sapersi rendere concreto, ri-posizionando il patrimonio al centro di una progettazione sociale, di orientamenti strutturali, di prospettive d’interpretazione socio economiche su scala comunitaria. Sfida che le politiche non solo culturali, dovranno aver il coraggio di cogliere in fretta e su cui è importante -e urgente- impegnarsi affinchè gli oneri presi  ( qui )  non restino lettera morta.  

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