Fondazione Sardi Arte

Rapporto Federculture: AUMENTANO I CONSUMI, AUMENTANO I DIVARI

  • Pubblicato il: 15/11/2017 - 10:01
Rubrica: 
DOVE OSA L'INNOVAZIONE
Articolo a cura di: 
Francesco Mannino

La presentazione a Roma del XIII Rapporto Federculture delinea un quadro incoraggiante sul fronte dei consumi e della fruizione, ma allo stesso tempo evidenzia gap crescenti sul fronte della partecipazione culturale. Non senza proporre un copioso ventaglio di saggi che affrontano temi di efficienza ed efficacia del comparto culturale, anche in chiave prospettica e strategica.
 

Roma, 7 novembre 2017: alla presenza del Ministro Dario Franceschini, Federculture ha presentato il  XIII Rapporto Annuale, intitolato “IMPRESA CULTURA – gestione, innovazione, sostenibilità”. È toccato al Direttore Claudio Bocci il compito di snocciolare dati e considerazioni che il volume contiene copiosamente, poi seguito dagli interventi di Carlo Fontana, Presidente Agis, Pierpaolo Forte, Presidente Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee, Francesca Paola Leon, Assessore Cultura del Comune di Torino, Francesco Bertolino, Commissione Bilancio e Patrimonio del Comune di Palermo, Andrea Cancellato, Presidente Federculture e dalla chiusura di Dario Franceschini, Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo.
 
Bocci, introdotto da Daniela Picconi, Vice presidente Federculture, ha delineato un quadro certamente incoraggiante (poi ripreso dal ministro in chiusura dei lavori), se raffrontato con il recente passato caratterizzato dal protagonismo della crisi economica: sia i dati sui consumi culturali che quelli sulla fruizione sono tutti con il segno più, e in alcuni casi gli incrementi sono anche notevoli. A proposito di consumi, gli italiani hanno speso 68,4 miliardi nel 2016, l’1,7% in più sul 2015 e il 7% in tre anni (contro il +4,3% della spesa generale sostenuta dalle famiglie italiane), recuperando circa 4 miliardi dopo il crollo dei consumi del 2013. Scendendo nel dettaglio, gli incrementi riguardano il teatro (+2%), il cinema (+5%) musei e mostre (+4%) e siti archeologici (+5,4%).
 
I dati vengono confermati dal settore “cugino” (almeno stando alle deleghe ministeriali) del turismo: nel 2016 le strutture ricettive hanno registrato il massimo storico di arrivi (116,9 milioni) e di presenze (403 milioni), e anche nei primi sette mesi del 2017 arrivi e presenze crescono di oltre il 4% rispetto all’anno precedente.
 
Sul versante della fruizione i dati sono anch’essi di segno positivo: tra il 2014 e il 2016 i 20 musei statali interessati dalla Riforma Franceschini hanno visto varcare la soglia complessivamente 8 milioni di visitatori (+16,7%), che hanno generato oltre 31 milioni di euro lordi di introiti (+37,7%). Anche gli altri istituti statali nello stesso periodo hanno visto crescere i visitatori dell’11,7% e gli introiti del 29%. Federculture sottolinea in particolare l’incremento del 19% per ciò che riguarda i visitatori paganti, che rappresentano il 67% del totale dei visitatori tra i musei autonomi (a livello nazionale il 50%; tra i musei statali esclusi i 20 autonomi il 46%).
 
Ad una lettura geografica dei dati, emerge però un forte divario territoriale: la spesa media mensile in cultura, a livello nazionale pari a 130,06 euro, è nettamente superiore al Nord (circa 160 euro) seguita da Centro (129 euro), Sud (90 euro) e Isole (80 euro). Il gap territoriale permane anche sul fronte della partecipazione culturale: per fare alcuni esempi, se in Trentino-Alto Adige visita mostre e musei il 45,2% della popolazione, in Calabria il valore scende al 15,2%; se in Friuli-Venezia Giulia legge libri il 54,3% della popolazione, lo stesso indicatore si attesta in Sicilia e in Calabria a poco più del 25%. Proprio quest’ultimo dato è in forte ribasso negli ultimi anni, fermandosi come media nazionale appena al 40,5% della popolazione: questa la quota di italiani che leggono almeno un libro l’anno non per motivi professionali o scolastici (era il 46,8% nel 2010).
 
Il Rapporto Federculture ha il merito di evidenziare un altro aspetto della partecipazione culturale, che riguarda il suo netto divario sociale. L’indicatore “11.Partecipazione culturale” del domino “02.Istruzione e formazione” contenuto nel Rapporto Bes 2016 (il benessere equo e sostenibile in Italia secondo ISTAT) definisce quel particolare comportamento sociale in quanto «percentuale di persone di 6 anni e più che, nei 12 mesi precedenti l’intervista, hanno svolto tre o più attività sul totale delle persone di 6 anni e più. Le attività considerate sono: si sono recate almeno quattro volte al cinema; almeno una volta rispettivamente a teatro, musei e/o mostre, siti archeologici, monumenti, concerti di musica classica, opera, concerti di altra musica; hanno letto il quotidiano almeno tre volte a settimana; hanno letto almeno quattro libri». Ebbene, in Italia nel 2016 questo valore si attesta al 28,8% (+0,9% rispetto al 2015). Ragionando per vuoti e pieni, ovvero in termini di esclusione culturale, il 37,4% degli italiani non esercita alcuna forma di partecipazione: dato che sale fino al 50% per le famiglie a basso reddito, anziani, giovani disoccupati e famiglie degli operai in pensione, con un incremento notevole negli ultimi anni.
 
Secondo Federculture, è una priorità aumentare la partecipazione culturale dei cittadini e l’accesso diffuso ai beni e alle attività culturali: proprio per questa ragione gran parte del Rapporto contiene saggi orientati alla comprensione delle politiche di sviluppo e alla cittadinanza culturale, oltre che a una ricca prima parte dedicata alle imprese culturali nelle loro diverse declinazioni e prospettive.
 
Federculture individua nella innovazione di gestione e nella svolta “imprenditiva” delle organizzazioni culturali la cifra del cambiamento verso cui tendere, al fine di stimolare «lo sviluppo del settore, migliorando la pubblica fruizione, producendo valore non solo economico ma anche sociale nel Paese, innescando dinamiche positive nell’ambito dei territori, con benefici effetti sulla crescita locale e sull’occupazione».
 
Ma per ciò che riguarda l’innovazione gestionale, la palla è lanciata al settore pubblico, che deve assumersi l’onere di una visione di governance all’altezza delle sfide sociali del patrimonio e delle attività culturali. Non è solo una questione di performance dei luoghi della cultura, misurabile in termini di aumento di fatturati e biglietti staccati, ma deve diventare una priorità l'individuazione e il consolidamento di nuove metriche che consentano di valutare il successo in termini di partecipazione, coinvolgimento, lotta all’esclusione, inclusione attiva, accessibilità.
 
In questa accezione risulta rilevante la riflessione conclusiva del Presidente Cancellato, il quale ha individuato nel contesto attuale tutti i prodromi sociali di una “guerra generazionale” a rischio di esplosione imminente, se non opportunamente contrastata. E la ricetta di Federculture è presto detta, in tal senso: «la cultura e la forza della bellezza possono essere non solo strumento di integrazione sociale, ma un fattore determinante per la qualità della nostra società, delle nostre città, del nostro Paese». Una visione di pubblica utilità del comparto culturale, a cui rispondere con gli strumenti della imprenditività culturale, del dar conto dell’utilizzo delle risorse con riferimento ai risultati sociali conseguiti e ai bisogni collettivi (accountability), dell’audience development per la migliore risposta ai bisogni plurali dei diversi pubblici.
Una sfida che il XIII Rapporto consegna alle organizzazioni e alle istituzioni culturali, ognuna chiamata a fare la propria parte tra elaborazione di buone politiche e produzione di buone pratiche.
 
 

© Riproduzione riservata