Fondazioni e Università. Partner naturali

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  • Pubblicato il: 14/09/2016 - 15:40
Rubrica: 
STUDI E RICERCHE
Articolo a cura di: 
Vittoria Azzarita

A fine giugno l'Università di Torino ha organizzato un incontro con i grandi enti filantropici per riflettere sulle priorità e sulle strategie in grado di favorire la convergenza di intenti tra le aspettative dei potenziali investitori su ricerca e formazione con l’azione delle università. Per stimolare la nascita di progettualità condivise, alcuni atenei italiani hanno aperto le loro porte agli studi sulla filantropia e alla costruzione di competenze. L'Università di Torino istituisce un proprio Centro di Documentazione e Ricerca su Fondazioni, Capitale Sociale e Società Civile, per studi e analisi sul ruolo della filantropia in rapporto alle trasformazioni dei sistemi di welfare a livello locale e in prospettiva comparativa. La  Facoltà di Economia dell'Università degli Studi di Padova dedica una particolare attenzione allo studio della governance delle fondazioni. La Facoltà di Economia e Giurisprudenza di Piacenza dell'Università Cattolica inserisce la filantropia tra le linee di ricerca per il 2017, e l'Università Bocconi  lancia proprio in questi giorni un nuovo corso sulla filantropia e le organizzazioni non profit. Con l'intento di conoscere meglio questa innovativa opportunità di studio, e di approfondire ulteriormente l'evoluzione del legame tra università e filantropia, abbiamo posto alcune domande ad Elisa Ricciuti, ricercatrice della Bocconi e responsabile del nuovo corso «Nonprofits & Philanthropy»

L'Università di Torino ha organizzato a fine giugno un incontro dedicato a «Università, filantropia e investimenti per la ricerca: le prospettive di una partnership strategica», con l'intento di avviare un dibattito sui nuovi modelli di collaborazione tra il settore della filantropia istituzionale e il mondo della formazione e della ricerca universitaria. L'iniziativa, nuova nel suo genere, trae origine da una duplice consapevolezza, in quanto da un lato le modalità erogative adottate dalla filantropia istituzionale si stanno orientando verso forme evolute di investimento, attente alla misurazione dell'impatto sociale dei progetti finanziati e alla condivisione dell'intero processo progettuale; dall'altro i cambiamenti in atto nel contesto socio-economico in generale, e nel rapporto pubblico-privato in particolare, necessitano di nuove competenze e professionalità per affrontare problematiche inedite e complesse.
Secondo il Rettore dell'Università di Torino Gianmaria Ajani «il mondo della ricerca ha bisogno di comprendere che i donatori e le fondazioni non possono più praticare un approccio esclusivamente 'grant making', come accadeva in passato. Oggi i soggetti che erogano risorse hanno interesse a condividere il percorso e a comprendere gli impatti della ricerca. Il compito dell'università è accompagnare chi fa ricerca verso questo nuovo indirizzo. Dal canto loro le fondazioni hanno sempre più bisogno delle competenze che si trovano in università sia per valutare l'impatto della loro azione, sia per misurare in modo critico la loro attività nel tempo».

Un'interpretazione del fenomeno ripresa anche da Carola Carazzone, Segretario Generale di Assifero, che sulla creazione di un legame maggiormente strutturato con l'università ha affermato che dal suo punto di vista «i tempi sono maturi anche per l'Italia per una relazione più strategica, non soltanto di richiesta di fondi quando la ricerca è già costruita, impacchettata, ed è solo da finanziare, ma di una collaborazione veramente più strategica tra due partner che vogliono contribuire, ciascuno nel proprio ambito e con la propria expertise, alla soluzione di problemi complessi. In quest'ottica – ha aggiunto – le fondazioni hanno un'agilità e una flessibilità, che altri donatori e altri finanziatori pubblici non hanno, per assumersi il rischio di investire in progetti innovativi».
A sottolineare la complementarietà dei ruoli che le università e le fondazioni dovrebbero svolgere nel campo della ricerca, è stato Rien Van Gendt, Philanthropy Advisor della European Cultural Foundation, che ha precisato come «una vera partnership tra il mondo della filantropia e l'Università richiede una comprensione profonda di cosa rende forti. Per cui ciò significa che le università devono sapere tutto sulle fondazioni e che in campo non c’è solo il denaro. Le fondazioni non sono dei bancomat; hanno un'agenda e desiderano perseguire i propri obiettivi. Per questo hanno bisogno dell'aiuto delle università, soprattutto per realizzare un impatto a lungo termine. Le due realtà sono partner naturali ma si devono abituare l'una all'altra, devono imparare l'una dall'altra, e devono saper convivere l'una con il DNA dell'altra». Un obiettivo che ha spinto l'Università di Torino a istituire un proprio Centro di Documentazione e Ricerca su Fondazioni, Capitale Sociale e Società Civile, per studi e analisi sul ruolo della filantropia in rapporto alle trasformazioni dei sistemi di welfare a livello locale e in prospettiva comparativa.

L'interesse delle università nei confronti del mondo della filantropia istituzionale si traduce anche in un adeguamento e ampliamento della propria offerta formativa. Negli ultimi anni, infatti, un numero crescente di atenei italiani ha deciso di dar vita a corsi di laurea, master, laboratori e centri di ricerca dedicati allo studio e all'approfondimento delle istituzioni filantropiche e delle organizzazioni non profit che operano nel terzo settore, come dimostra il caso della Facoltà di Economia dell'Università degli Studi di Padova che rivolge una particolare attenzione allo studio della governance delle fondazioni. In tale contesto, l'Università Cattolica con l'Alta Scuola Impresa e Società (ALTIS) e l'Università Bocconi con il proprio Centro di Ricerche sulla Gestione dell'Assistenza Sanitaria e Sociale (CERGAS) rappresentano due eccellenze nel panorama universitario italiano.
In particolare, la Facoltà di Economia e Giurisprudenza di Piacenza dell'Università Cattolica ha inserito tra le linee di ricerca per il 2017 lo studio degli aspetti filosofico-giuridici e di proprietà intellettuale legati alla nuova filantropia, ossia al vasto movimento teorico e sociale teso a ripensare il non profit, la liberalità, l’impegno solidale e collaborativo. Questa scelta si inserisce in un percorso iniziato a fine 2015 con l'organizzazione del convegno-laboratorio «La nuova filantropia. Economia e diritto per una società digitale collaborativa», che ha rappresentato uno spazio di riflessione e dialogo tra discipline diverse, e di presentazione di esperienze economico-giuridiche e tecnologiche orientate verso una innovativa cultura del dare.
Al contempo, l'Università Bocconi vanta una lunga tradizione nella formazione per il terzo settore. Prima università italiana a introdurre, nel 1993, un indirizzo di laurea in economia delle aziende non profit, cooperative e imprese sociali, realizza attraverso il CERGAS studi, progetti sul campo, momenti di lavoro personalizzati, e promuove attività scientifica su temi legislativi, fiscali e organizzativi attinenti le aziende non profit. Già impegnata in programmi di formazione volti a fornire strumenti e conoscenze per avviare e gestire organizzazioni filantropiche ad alto impatto, l'Università Bocconi ha lanciato proprio in questi giorni un nuovo corso sulla filantropia e il non profit. Con l'intento di conoscere meglio questa innovativa opportunità di studio, e di approfondire ulteriormente il rapporto ancora controverso tra mondo universitario e filantropia, abbiamo posto alcune domande ad Elisa Ricciuti, 33 anni, ricercatrice presso il CERGAS e responsabile del nuovo corso «Nonprofits & Philanthropy».

Dott.ssa Ricciuti, il ruolo delle fondazioni e degli enti filantropici sta diventando prioritario in un contesto socio-economico profondamente segnato dalla crisi del welfare pubblico di tipo tradizionale. Dal suo punto di vista, quali competenze e conoscenze sono necessarie al giorno d'oggi per poter gestire al meglio tale cambio di paradigma?
Credo che uno dei sintomi più evidenti del cambiamento in cui ci troviamo immersi sia che i bisogni ai quali rispondere sono nuovi e più numerosi, e gli strumenti a disposizione non riescono a tenere il passo con i tempi. Questo vale in modo abbastanza generalizzato, nel pubblico così come nel privato, come sempre con le dovute eccezioni. Le esperienze che sembrano portare a maggiore successo nel sistema di welfare hanno sempre a che fare in qualche modo con i concetti di condivisione, partecipazione a strategie comuni, collaborazione, messa a sistema e ricomposizione di risorse altrimenti parcellizzate. Qualunque sia il nome che di volta in volta si associa a queste modalità di agire, esse sono spesso presenti laddove si riescono a dare risposte efficaci. Di conseguenza, le competenze necessarie al giorno d’oggi direi che hanno a che fare con la capacità di fare rete, la capacità di gestione dei network, la “tenuta” di rete rispetto a obiettivi complessi. Tutt’altro che semplice, chiaro.

Secondo Lei, il sistema universitario italiano ha saputo cogliere le opportunità offerte dalla crescita del settore non profit?
Se parliamo del settore non profit in generale, è difficile rispondere. Direi che molto dipende dalle diversità regionali e locali, dalle relazioni di lungo periodo stabilite tra accademia (anzi spesso tra singoli centri di ricerca, o singoli ricercatori) e terzo settore.
Se parliamo della filantropia istituzionale in particolare, per il momento direi proprio di no, ma è una mancanza reciproca. La relazione filantropia-accademia si può vedere forse in due modi. Il primo è un modello abbastanza “predatorio” da entrambe le parti: le università vedono le fondazioni come finanziatori; le fondazioni vedono le università come partner occasionali per dare “lustro” ai risultati dei propri programmi o progetti. Sebbene entrambe le visioni siano assolutamente ragionevoli fino a una certa misura, ci può essere molto di più. Un diverso modello di impegno reciproco potrebbe prevedere che le università guardino alle fondazioni come oggetto di studio e ricerca, e le fondazioni alle università come partner per progetti di più largo respiro insieme ad altri soggetti pubblici o privati. Per il momento, mi sembra che il primo modello sia più diffuso...

Una profonda conoscenza reciproca diviene pertanto necessaria per istituire una progettualità condivisa, fondata su valori e orientamenti comuni. In quest'ottica, proprio in questi giorni ha preso il via presso l'Università Bocconi il nuovo corso «Nonprofits & Philanthropy», di cui è responsabile. Ci racconti qualcosa di più...
Quest’anno nella riprogettazione dei corsi relativi al non profit abbiamo accettato la sfida, con molto entusiasmo, di un cambiamento strutturale. Da un lato vi è stata la presa di coscienza di dover affrontare con più determinazione il tema di ciò che chiamiamo “nonprofit”, vista la sua rilevanza nel periodo storico attuale. Dall’altro, vi è stata l’esigenza, sempre molto sentita nella nostra Università, di uscire dal perimetro nazionale e guardare al mondo. Il nuovo corso «Nonprofits & Philanthropy» è un corso offerto agli studenti di laurea triennale, ed è un corso opzionale, cioè ricade in un vasto paniere di corsi tra i quali gli studenti sono liberi di scegliere per il completamento del loro piano di studi. Questo, almeno in teoria, garantisce un’aula più selezionata e motivata.
Finora (siamo solo alla seconda settimana di corso!) posso dire che si presenta come un corso davvero globale, e non solo perché è interamente tenuto in lingua inglese: alla prima lezione c’erano in aula più di 30 studenti da 14 paesi diversi dei 5 continenti. Questo rende molto sfidante l’aggiornamento continuo dei contenuti, ma anche estremamente stimolante l’apprendimento: confrontare le fondazioni americane con quelle cinesi, parlare di cooperative italiane e marocchine, comprendere il significato di “associazionismo” in Sudafrica, arricchisce il panorama di coloro che tra gli studenti cercheranno lavoro in una ONG internazionale, in una fondazione americana, europea o indiana, in un centro di ricerca pubblico o privato, o nel dipartimento di CSR di una impresa. Allo stesso tempo, la parte che affronta i temi più manageriali del corso (gestione delle risorse umane e del volontariato, costruzione di un business plan, project management, strumenti di valutazione e misurazione delle performance, fundraising e così via) vuole essere adatta a tutti coloro che lavoreranno in questo settore, che sia in una organizzazione piccola o grande, locale o globale.

Come si articola il nuovo corso e quali obiettivi persegue?
Una prima parte del corso offre un excursus delle tipologie esistenti di organizzazioni nonprofit, del modo di definirle, e delle principali teorie, nonché delle evoluzioni più recenti –dal filantrocapitalismo all’innovazione sociale, dalla social enterpreneurship agli ibridi e così via. Poi ci si addentra maggiormente in temi relativi a policy e management del non profit, il tutto con l’utilizzo frequente di casi di studio. Infine, ogni settimana viene suggerita una “tip of the week” (il consiglio della settimana) che invita gli studenti concretamente a “sperimentare” il mondo del non profit che hanno intorno, quindi principalmente quello milanese: andare a fare shopping in un charity shop, visitare un incubatore sociale, donare vestiti o generi di prima necessità tramite diversi circuiti, partecipare a collette alimentari (non solo come donatori), sostenere una piattaforma di crowdfunding, fare volontariato in diversi contesti e così via... Nulla che sia obbligatorio ovviamente, solo un suggerimento per non dimenticarsi che il mondo di cui parliamo è comunque là fuori, e non si ferma mai.
Obiettivo generale del corso è che gli studenti apprendano i fondamentali di management e di policy relativi al terzo settore. In particolare, si auspica che gli studenti terminino il corso con una conoscenza delle principali caratteristiche e ruolo del terzo settore a livello globale; una conoscenza delle principali teorie su non-profit e filantropia, sul rapporto tra pubblico, profit e nonprofit; l’abilità di identificare e gestire i temi più critici relativi alla governance, al management e alla valutazione di questo settore complesso.

L'attivazione del nuovo corso ha fatto nascere nuove collaborazioni tra l'Università Bocconi e altre organizzazioni filantropiche?
Siamo alla prima edizione, per ora stiamo cogliendo l’opportunità delle collaborazioni già in corso con alcune organizzazioni per portare in aula le loro esperienze, utilizzandole spesso come casi di studio. Spero di poter rispondere positivamente a questa domanda l’anno prossimo!

In qualità di ricercatrice attenta ai temi della filantropia, dell'innovazione sociale e dell'impatto generato dal Terzo Settore, ritiene che le università e le fondazioni dovrebbero dialogare maggiormente? Se sì, attraverso quali strumenti e modalità?
Come accennato prima, sicuramente dovrebbero dialogare di più, ma anche provare a dire come farlo non sarebbe male. Girando molto per conferenze per motivi di lavoro, ho sentito svariate volte questa osservazione - “parliamo linguaggi diversi” - sia in conferenze scientifiche, sia in convegni o incontri di professionisti e non accademici. Tuttavia, alle conferenze scientifiche sul tema le organizzazioni del terzo settore non vengono quasi mai invitate né partecipano, così come ai convegni internazionali di fondazioni ai quali mi è capitato di partecipare (convegni molto grandi con organizzazioni del terzo settore da molti paesi diversi) ho trovato molto, molto raramente dei colleghi universitari.
Credo che due siano le ragioni per cui questo avviene: una, più banale, è che gli obiettivi di questi eventi e i canali comunicativi sono profondamente diversi.
La seconda, più complessa, è che le barriere da superare affinché questo scambio avvenga sono effettivamente molto elevate: il sistema universitario non incentiva i ricercatori a partecipare a conferenze non scientifiche (anzi…), e i costi sostenuti dalle organizzazioni per la partecipazione a eventi non strettamente legati alla loro operatività quotidiana sono molto elevati, in termini di disponibilità di staff e di tempo. Questo, onestamente, lo dico non sulla base di dati (che non ho), ma sulla base di opinioni raccolte da tante conversazioni avute sia con accademici che con professionisti del settore.
Università e fondazioni potrebbero trovare momenti di incontro (in luoghi fisici, non virtuali) sui quali costruire una progettazione basata su obiettivi comuni. Come ricercatrice, mi piacerebbe percepire un coinvolgimento dal mondo delle fondazioni nella discussione di strategie, nel ripensamento delle strutture organizzative, nella formazione del personale (questione davvero spinosa) o, tema sul quale veniamo più spesso sollecitati come centro di ricerca, nella valutazione degli impatti. Allo stesso modo, mi piacerebbe sentire dalle fondazioni come vorrebbero cambiasse il nostro reciproco rapporto.

Elisa Ricciuti è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Analisi delle Politiche e Management Pubblico dell'Università Bocconi e ricercatore a contratto presso il CERGAS. Laureata in Amministrazioni Pubbliche e Istituzioni Internazionali, ha conseguito il PhD presso il Dipartimento di Global Health and Development, Facolta’ di Public Health and Policy, London School of Hygiene and Tropical Medicine, Londra (UK). I suoi interessi di ricerca riguardano la filantropia, l'innovazione e l'impatto sociale, la salute globale e internazionale, e il Strategic Planning & Project Management.

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