FOCUS FOTOGRAFIA: Appunti per una nuova Cultura della fotografia (parte 3/4)

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  • Pubblicato il: 10/08/2017 - 10:33
Autore/i: 
Rubrica: 
OPINIONI E CONVERSAZIONI
Articolo a cura di: 
Catterina Seia

MiBACT per la fotografia: nuove strategie e nuovi sguardi sul territorio. Lorenza Bravetta, Consigliere del Ministro Dario Franceschini per la valorizzazione del patrimonio fotografico nazionale, ha varato un intenso programma di confronto, con un ciclo di conferenze itineranti che ha seguito la convocazione ad aprile degli Stati generali della fotografia: Reggio Emilia, Palermo, Milano, come Senigallia, Torino. L’obiettivo del percorso capillare di dibattito e confronto con gli addetti ai lavori  è definire un piano di sviluppo strategico -le linee guida, i temi di policy, gli ambiti di intervento prioritario- ,per adattare l’intervento pubblico alle mutazioni tecniche ed economiche del settore, determinando nuove opportunità per la fotografia italiana a livello nazionale e internazionale. Restituiamo il flusso di ascolti che abbiamo realizzato per l’incontro di Milano che abbiamo moderato su fotografia tra documento sociale ed espressione artistica. Parliamo di mercato, asse fondamentale del sistema. In conversazione con i galleristi Guido Costa e Raffaella Cortese.
 


 
Secondo il Photography Market Report di ArtTactic, il  primo  2016  per le aste internazionali  di Sotheby’s, Christie’s e Philips di fotografia (leader di mercato nel settore), tra Londra e New York,  è stato da record sia sulla fascia alta che bassa,  con un fatturato di 19,3 milioni di dollari, +21% rispetto al secondo semestre 2016 e importo più alto realizzato dal 2015, a negare il calo di fiducia su questo segmento di art market registrato a gennaio. Moderno e vintage sono le preferenze dei collezionisti, mentre in netto calo è l’interesse per la fotografia contemporanea che nel 2016 pesava il 42,25 del mercato contro il 28,8% attuale. L’Italia è in controtendenza, ma il mercato domestico delle aste è imparagonabile internazionalmente, non ha spessore.
Ne parliamo con i galleristi Guido Costa e Raffaella Cortese.
 
 
Esiste un mercato per la fotografia di documentazione e per la fotografia sociale?  Ne parliamo con il gallerista Guido Costa.
 
Lei si è confrontato spesso con l’universo fotografico. Molte sono le mostre fotografiche che ha  presentato, anche toccando  temi sociali scottanti. Qual è il confine oggi tra documentazione e arte per la fotografia in un contesto complesso e affollato da sollecitazioni iconiche?
E’ difficile per me rispondere.  Ho sempre cercato di ragionare e di lavorare come gallerista in una dimensione che non avesse a che fare con la problematizzazione del mezzo, del medium, con il quale esprimevano i miei artisti.
Ho prodotto mostre  con un'impostazione documentaristica, altre più estetica, altre  ancora  più teorica. In sostanza ho percorso tutti i terreni della ricerca, ma al contempo ho approcciato la mostra fotografia come gli  altri linguaggi, senza tematizzarli rispetto alle pratiche correnti dell'arte visiva. Una pratica le cui caratteristiche specifiche sono  importanti da discutere,  ma non fondamentali dal punto di vista del mio lavoro, che è proporre degli elementi di riflessione, degli elementi di analisi.
Spesso le  discussioni sul mezzo sono sterili. Il  desiderio di chi fa arte  non ha necessariamente  a che fare con lo strumento.
 
L’arte non è risolutiva rispetto alle grandi sfide contemporanee,  ma forse può contribuire alla costruzione di consapevolezze, a porre le giuste domande. La fotografia, il linguaggio che universalmente oggi ci appartiene, del secolo di cui siamo figli e ci aiuta, pur nella ridondanza, nell'inflazione proprio delle immagini,  potrebbe dare un contributo speciale?
Parto dal presupposto che ho a che fare con degli artisti, siano essi fotografi o scultori, che hanno una vocazione  comune: il loro desiderio di espressione.  La fotografia è una modalità che ha perso le sue connotazioni elitaristiche,  attualmente molto diffusa, popolare che sta vivendo anche il suo momento di massima crisi, come la pittura nei secoli passati.
Penso che al di là delle riflessioni di ordine sistematico e strutturale sul sistema della diffusione della creazione e della popolarizzazione della fotografia, qualsiasi altra riflessione sul linguaggio specifico sia ridondante.
Oggi  abbiamo miliardi di fotografie che vengono scattate ogni giorno. Diventa difficile capire tra tutta questa montagna di immagini che cosa possa essere salvato e cosa no, ma di fatto il principio di base che ci permette di fare una selezione non ha a che vedere tanto con la perfezione o la bellezza, con lo scatto singolo, ma con la qualità della ricerca di chi usa quel determinato strumento per dirci qualcosa, se ha veramente qualcosa da dirci.
È un passaggio analogo alla marea di arte informale che ci ha sommersi tra gli anni '50 e gli anni '70. Tra i milioni di quadri informali  alcuni avevano una loro necessità in quanto facenti parte di un rigore, di una ricerca, di una storia precisa; altri erano semplicemente un esercizio di una modalità di espressione che ai tempi era corrente, ma questo vale anche per il figurativo, vale anche per la visual art, vale anche per la scultura.

Lo strumento è secondario al contenuto.
In ambito fotografico tutto questo si è reso estremamente visibile nel momento in cui il territorio della fotografia, dominio dei fotografi di professione, è stato invaso dagli artisti non soltanto come supporto per la loro ricerca,  ma come forma di espressione a sé stante, con la sua propria legittimità all'interno di un discorso che si articolava in una multiformità e in una eterogeneità degli strumenti espressivi.
In un mondo in cui le voci sono a migliaia, quelle che hanno senso e vengono ascoltate sono molto poche. Occorre cercarle.
 
L’affollamento dei progetto sulla ricerca sociale probabilmente è naturale  nel momento storico in cui viviamo. In fondo l’arte è sempre politica?
L'arte fondamentalmente è sempre politica, ma alla fine nei corsi e ricorsi delle voghe etiche che cosa sta succedendo? In verità quello ciò che oggi viene considerato rilevante nel territorio fotografico non è assolutamente la fotografia sociale, che ha esaurito completamente la sua spinta anche dal punto di vista del mercato, ma l'attenzione viene portata invece sulle forme più sofisticate di ricerca fotografica, che magari hanno a che fare con l'astrazione o il travestimento o con altre storie.
La fotografia sociale, che per un breve periodo sembrava essere stata interessante, a mio giudizio, è stata marginalizzata sempre di più nel momento in cui non esistono degli ideali forti ai quali la si può collegare. In fondo c’è un disinteresse verso il sociale completo e totale.
 
Non legge risvegli di coscienza collettiva, esigenza di  partecipazione?
Assolutamente no. Ritengo che accada il contrario,  che anzi la coscienza collettiva, mai come oggi sia stata addormentata e dunque anche la distinzione tra la fotografia della realtà sociale e arte  diventa in un certo qual modo manieristica. Sto parlando del mondo dell’arte e non del fotogiornalismo.
 
Rilevi una assenza di interesse quindi anche nel mercato?
Tutto ciò che ha a che fare con il sociale in questo momento viene molto poco desiderato, anzi viene lasciato completamente. Non c’è desiderio di confronto, anche nel mondo rarefatto dell'immagine, con questi temi.  È la conseguenza della narcosi delle masse che porta al disinteresse verso la realtà.
Rispetto a 15 anni fa -e questo secondo me è molto preoccupante-  tutto ciò che rappresenta una riflessione articolata sulla realtà, che ha a che fare sia col politico, che col sociale, che col sociologico, è diventato più distante rispetto al desiderio e al gusto delle élite, che poi sono quelle che fanno il mercato e di conseguenza influenzano  il territorio artistico, in tutte le sue forme e in tutte le sue versioni.
 
Nel mondo occidentale, per la tua visione di mercato allargata, non soltanto nel nostro paese.
Sì, in Occidente. Altrove forse è ancora peggio, perché altrove, con quella che è la documentazione del reale non ci si può proprio confrontare, nel senso che è proibita.
 
Il mercato italiano ha  peculiarità?
Nella fotografia è cresciuto nel più assoluto dilettantismo,  senza regole. Questo ci ha portati veramente ad una situazione di retroguardia che oggi si sta cercando disperatamente di recuperare per riuscire a essere realmente all'interno di un dibattito internazionale.
Guardando le aste di fotografia,  è  impressionante vedere quello che sta succedendo: una flessione del valore della fotografia che ha coinvolto non solo i grandi nomi dei quali tutti parlano, ma anche tutti i maestri del passato, che sta spingendo il materiale fotografico a un valore quasi simbolico.
 
Un trend di compressione del valore di mercato che prosegue?
Sì. Un ritracciamento della crescita che aveva caratterizzato il mercato fino a 6 anni fa.  Fino agli anni ‘90 e i primissimi anni del 2000 c'era stato il tentativo di rendere anche la fotografia e l'arte contemporanea un territorio omogeneo.  Oggi è un po' come se questa battaglia fosse stata persa,  probabilmente per mancanza di strategie. Oggi la considerazione è ai livelli di 50 anni fa, come se la fotografia fosse arte minore.
Occorre capire  perché e se a che fare con la decadenza in generale dell'arte, sottoposta a delle pressioni così forti da parte della speculazione, che dunque nelle  parti più deboli crea maggiori danni.
 


 
Il mercato esiste perché ci sono visioni diverse. La parola a Raffaella Cortese, gallerista.
“Rilevo in Italia un crescente interesse verso l’arte che pone attenzione a temi sociali, attraverso progetti artistici con significati complessi e molto forti, sia in importanti collezioni private sia nell’ambito museale. La ricerca di artisti come Adrian Paci, Regina Josè  Galindo, Teresa Margolles, Martha Rosler e Zoe Leonard è molto apprezzata e vi è attenzione anche verso l’arte dei paesi dell'Est che ha spesso risvolti politici. Scelte proprie di un collezionismo colto, ma anche rintracciabili in collezioni realizzate in modo più emotivo e costruite con grande sincerità, come specchio delle proprie ossessioni e della propria sensibilità.
Mi sento privilegiata nell'avere, spesso, accesso a queste collezioni private dotate di opere fotografiche ricche di profondo significato.
Ho iniziato la mia attività con un fotografo come Franco Vimercati che continuo ad amare molto e le cui foto sono estremamente concettuali e ho poi rappresentato artisti che usano la fotografia, e non solo, per ricerche molto articolate, politiche e controverse che sondano la nostra complessità sociale.
In questo momento, guardando l’offerta di mostre a Milano e non solo, leggiamo il forte orientamento verso queste tematiche e ritengo che ci sia voglia di riflettere e di comprendere la realtà sociale del nostro tempo attraverso l’arte.”
 
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