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Musei: l'Evoluzione della specie

  • Pubblicato il: 15/05/2017 - 12:21
Autore/i: 
Rubrica: 
MUSEO QUO VADIS?
Articolo a cura di: 
Patrizia Asproni

 
Cosa, come saranno i musei del futuro? Dalla “Casa delle Muse” di tolemaica concezione, l’istituzione culturale per eccellenza ha attraversato sorti alterne. “Oggi discutiamo più della sua sussistenza che della sua esistenza”. Una riflessione di Patrizia Asproni. Musei “ di uso quotidiano. Non più e solo mete turistiche o didattiche, né one-shot experiences, ma centri di gravità permanente –  in costante evoluzione - della vita delle comunità, animati da nuovi linguaggi. Luoghi identitari, ma aperti, pronti ad ospitare percorsi diversificati di accesso ai saperi, dialogo culturale, crescita sociale. Spazi fisici e immateriali in cui la distinzione tra generi non ha più ragione di esistere: antico, moderno o contemporaneo insistono sull’unicum dell’esperienza umana”.
 


 
C’era una volta il Museo. E per fortuna c’è ancora. Dalla “Casa delle Muse” di epoca ellenistica passando dal Rinascimento e dall’Età dei Lumi fino ai giorni nostri, l’istituzione culturale per eccellenza ha attraversato sorti alterne, fino ad un presente in cui discutiamo più della sua sussistenza che della sua esistenza. E di fronte a un futuro sul quale incombe un interrogativo. Come, anzi, cosa sarà il Museo domani?
Se guardiamo al nostro tempo, ci troviamo di fronte a un numero complessivamente limitato di paradigmi: quello tradizionale-conservativo, che include per esempio le grandi collezioni perlopiù ospitate in edifici storici e/o monumentali; quello tematico o mono-disciplinare, che privilegia una specifica area del sapere o su un periodo storico; il modello contemporaneo della starchitecture, in cui il “contenitore” è, in continuità con il contenuto, opera d’arte e icona della città; quello del piccolo museo locale, fortemente radicato nella storia del territorio e raramente dotato di aspirazioni globali.
Variante più, variante meno, e al netto di giovani, ambiziose esperienze internazionali innovative (come i Musei del Futuro di Rio e Dubai), questo è il perimetro che circoscrive l’esistente e che dovrà domani – anzi oggi – confrontarsi con il mantra del cambiamento, dei tempi, dei mezzi, del pubblico e non ultimo dei contenuti stessi. Un cambiamento che governa se stesso, non è più organizzato – e in questo forse sta l’essenza delle rivoluzione industriale 4.0 - ma sopraggiunge e si sviluppa trainando i soggetti che mostrano e mettono in opera pronte capacità di mutamento.
In questo scenario, è evidente, la mission della conservazione non può più rappresentare un alibi per soluzioni di immobilità. Se non può esistere, specie per società come la nostra, una dimensione del contemporaneo disconnessa dal passato, viceversa il racconto di quest’ultimo deve assumere una cifra dinamica, in grado di descrivere, più che un viaggio all’indietro nel tempo, il senso dell’umano divenire.
Ma non è che l’inizio. La mutazione socio-antropologica che interessa la nostra civiltà spinge la frontiera dell’evoluzione necessaria per le realtà museali ancora un po’ più in là, in un futuro molto prossimo in cui l’accesso alla conoscenza coincide sostanzialmente con la realizzazione dell’esperienza. Virtuale, immersiva, aumentativa: molto oltre il percorso contemplativo, la visita al museo si trasforma in impressioni, vissuto e poi ricordo multisensoriali, in cui il ruolo della tecnologia, che già abbiamo affrontato su queste colonne, è cruciale.
Non basta, e veniamo qui ad una questione ontologica. Il tratto distintivo del futuro hyper-umano è infatti il superamento delle categorie: supportata dalla moltiplicazione dei punti di accesso, la conoscenza assume un carattere sempre più no-borders, in cui la contaminazione (di aree del sapere, generi e modalità di fruizione) si impone sulle classificazioni, secondo un modello simile a quello dell’Umanesimo rinascimentale. A fronte di ciò, può resistere la segregazione disciplinare che – per essere chiari – ad oggi tiene separata la tecnica dall’arte o la scienza dalla creatività tradizionalmente intesa? La risposta è proprio lì, in fila (sperabilmente) per entrare. Nei gesti, nelle attitudini, nelle abitudini e nella vita quotidiana dell’uomo contemporaneo: connesso, techno-addicted, storyteller, affamato di contenuti da trasformare – istantaneamente - in esperienza personale da condividere. All’umano 4.0, la classificazione, sia essa geografica storica o culturale, non interessa più: la ricerca del “momento iconico” è il cuore della fruizione desiderata e si consuma tanto al concerto o alla sfilata di moda quanto tra le mura del museo.
Con questo profilo di audience, i musei hanno il compito di confrontarsi oggi per progettare, in tempo reale, il loro domani, alla ricerca di una nuova complicità col pubblico che li renda luoghi di “uso quotidiano”. Non più e non solo mete turistiche o didattiche, né one-shot experiences, ma centri di gravità permanente – pur in costante evoluzione - della vita delle comunità animati da nuovi linguaggi. Luoghi identitari, ma aperti, pronti ad ospitare percorsi diversificati di accesso ai saperi, dialogo culturale, crescita sociale. Spazi fisici e immateriali in cui la distinzione tra generi, in particolare, non ha più ragione di esistere: antico, moderno o contemporaneo insistono sull’unicum dell’esperienza umana.
Forti del loro patrimonio, ma finalmente liberi da ispirazioni (e aspirazioni) elitarie, i musei, quale che sia la loro forma e natura, hanno davanti un obiettivo ambizioso: non di giocare al ribasso piegando se stessi alla logica del mainstream, ma di elevare quest’ultima ad un livello superiore, facendosi vettori della crescita culturale collettiva, illuminati da modelli di gestione innovativa, de-burocratizzata e smart.
Tanto più che, per quanto l’investimento pubblico nelle istituzioni culturali resti condizione indispensabile per il loro sviluppo e garanzia del loro ruolo nel progresso sociale, la loro capacità di autodeterminazione gestionale e finanziaria sarà un elemento decisivo per la loro sopravvivenza. In questo senso la strada è maestra è fatta di solide alleanze con il territorio e con il pubblico, ossia: integrazione dei palinsesti, customizzazione dell’offerta, internazionalizzazione delle partnership, innovatività delle proposte e dei linguaggi.
Dove si racconta il passato occorrerà essere in grado di parlare al presente; dove il patrimonio rappresenta l’asset primario, servirà animarlo con attività e progetti all’altezza; dove la quantità (intesa come la vastità delle collezioni) è elemento di attrattività, sarà necessario costruire percorsi di qualità per una fruizione sempre più definita come partecipazione.
Ultimo, ma non ultimo, bisognerà che i musei assumano la funzione di luoghi di valorizzazione del contemporaneo e della continuità sul versante del pubblico quanto su quello della produzione, offrendosi come casa ideale per gli artisti e laboratorio aperto per l’esercizio della creatività.
Una prospettiva evolutiva che è al contempo un ritorno all’origine, alla succitata Casa delle Muse di tolemaica concezione inscritta in un’attualità in continuo e rapidissimo mutamento, in cui non sono le dimensioni a contare, ma l’accessibilità, la pervasività e la capacità intrinseca di connotarsi come luoghi di vita quotidiana delle comunità.
Nella piena coscienza del rapporto di stretta interdipendenza tra contenitore e contenuto, tra contenuto e racconto, tra racconto ed esperienza in cui non conta la denominazione che vorremo assegnare ai musei del futuro, ma piuttosto la consapevolezza che, ancora una volta (anche) il medium sarà il messaggio.
 
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