Focus Montagna. Sull’importanza dei progetti fisici di qualità nei percorsi rigenerativi delle Alpi contemporanee

  • Pubblicato il: 16/03/2018 - 08:01
Autore/i: 
Rubrica: 
PAESAGGI
Articolo a cura di: 
Antonio De Rossi

Come far comprendere la rilevanza delle progettualità fisiche e territoriali nei processi di sviluppo locale della montagna? Come uscire dal paradigma della patrimonializzazione, superando la contrapposizione tra tradizione e modernità, e favorendo una nuova visione fondata sull’intreccio di storia e contemporaneità? Come incardinare il progetto fisico nelle traiettorie di riattivazione delle Alpi? La realtà montana italiana appare ben diversa da quanto sta avvenendo sulle Alpi svizzere e austriache. Eppure alcune esperienze recenti delineano una possibile specifica via per la montagna italiana


C’è, se si ci ferma un momento a riflettere, un evidente paradosso. Da un lato si assiste a un’inedita attenzione, quasi una moda, per i territori “altri”, come montagne e aree interne. Un fenomeno segnato da romanzi di successo come «Le otto montagne» di Paolo Cognetti, dall’Anno dei Borghi del MiBACT nel corso del 2017, dalla mostra Arcipelago Italia alla prossima Biennale di Architettura di Venezia dedicata proprio alle aree interne. Al centro di questa nuova attenzione, dato che viene confermato anche dai profili motivazionali che stanno dietro le recenti pratiche reinsediative sulle Alpi, vi è certamente la qualità ambientale e paesaggistica inscritta in quei luoghi.
 
Al tempo stesso, dall’altro lato, tale centralità conferita alla qualità degli aspetti fisici non trova riscontro nelle ordinarie pratiche di gestione e trasformazione di quei territori. La qualità è essenzialmente affidata, nei casi migliori, alla conservazione e valorizzazione delle risorse storiche e naturali dei luoghi, secondo le logiche di quel paradigma della patrimonializzazione che ha guidato il progetto delle Alpi e delle aree interne nell’ultimo quarto di secolo. Le realizzazioni contemporanee (residenze, servizi, spazi per il turismo, infrastrutture, strutture per la produzione, aménagement ambientale) sono invece caratterizzate dal ricorso a tattiche di mimetismo – il micidiale stile rustico internazionale –, o da sciatte modalità tardomoderniste e pseudofunzionaliste: in ambedue i casi il risultato è l’omologazione dei luoghi e il decremento di autenticità e specificità locali. Questa indifferenza tipicamente italica all’importanza degli esiti di una cultura progettuale di qualità va di pari passo, specie se si estende il confronto ai versanti transalpini, con un immaginario che ha fatto del rifiuto della contemporaneità un elemento centrale. Un rifiuto che trova la sua origine nei processi di turistificazione e modernizzazione urbanocentriche delle montagne nel corso del Novecento, ma che in anni recenti si è trasformato in status quo basato sulla ripetizione di ricette preconfezionate che ostacolano l’introduzione di nuovi punti di vista in grado di portare nuovi significati e valori aggiunti nei luoghi.
 
È infatti sufficiente attraversare le contrade dell’Austria e della Svizzera per incontrare modalità radicalmente diverse, dove l’intreccio tra la conservazione dei palinsesti storici e il binomio qualità progettuale e contemporaneità sta riscrivendo in termini innovativi i paesaggi alpini. Non si tratta di una riscrittura dalle valenze meramente figurali, come sono sovente le messinscene stilistiche della patrimonializzazione e del rustico. In queste esperienze internazionali ciò che è decisivo è proprio il rapporto con l’innovazione tecnologica e lo sviluppo locale. Si pensi alla nuova architettura del Vorarlberg, il cui successo e diffusione ha origine dalla cortocircuitazione con le filiere produttive del legno, i savoir faire locali e la ricerca in tema di ecosostenibilità.
 
Sulla montagna italiana, come si è visto recentemente in occasione di alcune polemiche in merito alla progettazione di rifugi, il tema della qualità contemporanea del progetto fisico resta invece relegato a una sterile (e novecentesca) contrapposizione tra modernità e tradizione, dimenticando la lezione ad esempio della recente architettura dei Grigioni, capace di intersecare, utilizzando procedure e dispositivi quasi da ricerca artistica, dimensione storica e contemporanea. Una centralità della tradizione che in realtà sembra essere più l’esito degli immaginari urbani e dei desiderata turistici sulla montagna, che il frutto di una reale interazione col dato storico e identitario dei luoghi. Non si tratta in ogni caso solamente di un problema concernente solo l’architettura, ma l’intero aménagement del paesaggio alpino, dove, come insegna proprio la storia, non esisteva differenza tra case e campi, tra fiumi e percorsi. Ed è proprio la progressiva separazione e settorializzazione concettuale e operativa degli interventi a determinare oggi la crisi del paesaggio montano costruito storicamente.
 
Elementi di novità sono però emersi da una serie di premi nazionali e di relative mostre che hanno avuto luogo nel corso degli ultimi due anni, e che mostrano una tendenziale crescita dell’architettura di qualità sulle Alpi italiane: Fare Paesaggio nel 2016, Rassegna Architetti Arco Alpino e Constructive Alps nel 2017, Costruire il Trentino nel 2018. Se nel campo architettonico il predominio è certamente sudtirolese, esito di un lungo lavoro culturale da parte delle committenze pubbliche che ha condotto a una produzione diffusa di qualità e fortemente contemporanea paragonabile a quella svizzera e austriaca, non mancano altre esperienze, come quella della nuova architettura trentina, o ancora quella cuneese connessa ai processi di rigenerazione e sviluppo locale.
 
Proprio il premio Fare Paesaggio, non incentrato solamente sull’architettura, ha evidenziato l’esistenza di una vasta rete di esperienze che intrecciano il tema della qualità nella costruzione dello spazio fisico con quelli della rigenerazione dei luoghi a base culturale, della nuova agricoltura, della valorizzazione innovativa del patrimonio, ricorrendo sovente a percorsi di natura inclusiva, partecipativa o formativa. Interventi anche di scala minuta che incardinano nuovi significati nei luoghi, costruendo nuove economie e identità. Sono temi che ricorrono anche in altre sperimentazioni, si pensi al caso di Dolomiti Contemporanee, dove il riuso di grandi manufatti storici o industriali viene a declinarsi con le nuove pratiche artistiche.
 
Tutte queste esperienze mostrano come forse possa esistere una via italiana al progetto contemporaneo dello spazio fisico alpino, in cui la qualità nasce dall’inscriversi – tatticamente e strategicamente – dentro i processi di rigenerazione dei luoghi e di sviluppo locale. Un progetto fisico che quindi non è la semplice trascrizione di funzioni e bisogni, ma che partecipa attivamente alla costruzione di percorsi di riattivazione economica e sociale della montagna, sulla falsariga delle esperienze rigenerative a base culturale. Economie rurali, riuso e manutenzione del patrimonio, sostenibilità, cultura, turismo dolce, servizi innovativi, saperi artigianali locali e filiere produttive possono e devono essere i compagni di strada di questo nuovo modo di intendere il progetto fisico del territorio montano.
 
Per fare questo è però necessaria una metamorfosi culturale. Anche nella mentalità dei progettisti fisici, che devono uscire dalla dimensione della mera autorialità per farsi traduttori di istanze complesse, da costruire collettivamente. Ma soprattutto tale metamorfosi deve riguardare le comunità e in primis le committenze pubbliche, che devono imparare a cogliere l’importanza e le molteplici valenze del progetto fisico di qualità. Che è l’unico modo per uscire dalle sciatte e routiniere autarchie, dalla reiterazione ad libitum di ricette stanche e occasioni mancate.
 
Serve un capillare lavoro culturale, di vera e propria progettazione della committenza pubblica. È quanto sta avvenendo ad esempio in Trentino, dove la combinata azione di governance tra la Scuola per il governo del territorio e del paesaggio della Trentino School of Management – volta alla formazione dei quadri pubblici e dei professionisti –, il dinamico Osservatorio del Paesaggio della provincia autonoma, e realtà culturali come il Circolo Trentino per l’Architettura Contemporanea, è tra le ragioni dell’innalzamento della qualità delle progettualità fisiche locali. Una via che dovrebbe essere perseguita da molte altre realtà alpine.
 
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Antonio De Rossi è professore ordinario di progettazione architettonica, direttore dell’Istituto di Architettura Montana e coordinatore del dottorato in Architettura Storia Progetto presso il Politecnico di Torino. Tra il 2005 e il 2014 è stato vicedirettore dell’Urban Center Metropolitano di Torino. È autore di diversi progetti, e con i due volumi «La costruzione delle Alpi» (Donzelli, 2014 e 2016) ha vinto i premi Mario Rigoni Stern e Acqui Storia.
 
Ph. Laura Cantarella, Case e parcheggi, 2015.