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Architexture: dall’idea al prototipo

  • Pubblicato il: 15/03/2017 - 10:25
Autore/i: 
Rubrica: 
SAPER FARE, SAPER ESSERE
Articolo a cura di: 
Stefania Crobe

Al via la prima edizione di Architexture. “Superfici: scenografie, soluzioni e decorazioni d’interni”, il percorso esperienziale e formativo ideato da Fondazione Exclusiva. Una giornata – la prima di cinque incontri – più di 50 creativi, un comitato scientifico per trasformare un'intuizione in un prodotto da prototipare e lanciare sui mercati. Nell'ibridazione tra campi disciplinari differenti, tra creatività e impresa si gioca la complessa sfida del futuro del design italiano, tra “saper fare e saper essere”


Roma – Piedi a terra e testa nelle nuvole, pragmaticità e visionarietà è quanto emerge dall'ascolto e dall'osservazione di Fondazione Exclusiva, la Fondazione d'impresa di Exclusiva Design, azienda italiana della progettazione architettonica e di interni, con sedi in Russia, negli Emirati Arabi e  in Cina e presieduta da Fabio Mazzeo.
Qualche settimana fa (rif. articolo SAPER FARE, SAPER ESSERE. OPPORTUNITÀ INESPLORATE DELLA QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE) Mazzeo ci illustrava le linee programmatiche, le idee ispiratrici, i desideri di questa nuova avventura nata nel 2015 e che trova spazio in un complesso di archeologia industriale tra Porta Portese e l’Ex-Mattatoio, a Roma.
Idee che non perdono tempo a prendere forma e che si concretizzano nel grande lavoro corale che la Fondazione sta sviluppando, mettendo insieme sensibilità umanistica, “saper fare” e “saper essere” al contempo globali e fortemente ancorati al territorio e al contesto di riferimento.

Micro e macro, attenzione all'individuo e al collettivo, alla società, che troviamo nella prossima imminente avventura: Architexture, una riflessione sull'utilizzo dei materiali in architettura e un programma didattico e formativo di valorizzazione dei talenti - designer, architetti e creativi - progettato da Fondazione Excusiva e organizzato da Consulta Giovani Architetti e Ordine Architetti di Roma, che riconosce agli architetti che si misureranno con questa esperienza formativa 8 crediti formativi.

L'appuntamento è il prossimo 24 marzo per un workshop esperienziale che, in un fertile ed eterogeneo connubio, unisce professionisti provenienti da diversi settori. Una miscela che ha l'obiettivo di valorizzare talenti creativi per realizzare un progetto concreto, realizzabile, anzi da realizzare.
Grazie all’intervento e al coinvolgimento dell’impresa privata infatti – in questo primo step Ex Officina (www.exofficina.it), impresa specializzata nella decorazione artistica con curriculum di livello internazionale - le idee creative migliori, selezionate da un comitato scientifico di esperti, avranno la possibilità di essere prototipate e, in caso di risposta positiva del mercato, riprodotte in serie.
Una giornata cross-disciplinare in cui l'esperienza e le visioni di un architetto, un artista e un tecnico specialista introducono e lanciano suggestioni ai partecipanti che nella seconda parte della giornata saranno impegnati a raccogliere le sollecitazioni trasformandole in progetto.

Architexuture si fa così tessitura e trama di nuove relazioni, di visioni inedite che attraversano materiali, idee, capacità, processi produttivi, soluzioni innovative, per guardare alla complessità del reale con altri occhi, lasciare entrare mondi possibili nella produzione seriale, incentivando lo sviluppo di un linguaggio ibrido e collettivo. E' la scommessa sul “saper fare” italiano, la fiducia  verso nuovi talenti per crescere sui mercati, in Italia e all'estero.

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A valutare il risultato del percorso una specifica commissione di esperti - espressione di competenze trasversali e multidisciplinari – composta da: Silvia Bernardi, giornalista esperta di politiche europee e formazione scientifica per Il Sole 24 Ore e Radio 24, Luca Fois, creativo e docente di Design al Politecnico di Milano; Fabio Mazzeo, architetto, chairman di Exclusiva Design e presidente di Fondazione Exclusiva; Alfredo Pirri, artista; Catterina Seia, Giornalista, Direttore de Il Giornale delle Fondazioni, Co-fondatore e Vice Presidente di Fondazione Fitzcarraldo; Vito Taddei, amministratore delegato di Ex Officina e Michele Trimarchi, economista della cultura e professore di Economia Pubblica all’Università di Catanzaro.

A loro abbiamo rivolto qualche domanda.

Architexture accoglie in sé la costruzione ma anche, guardando all'etimologia, la «tessitura», la struttura del testo per una narrazione che guarda al futuro. Un processo che si concretizza nel prototipo, un'opportunità win win per azienda e creativi, ma che ha – proprio perché ambisce ad essere modello – una responsabilità grande che necessita di una visione «immaginifica», capace di andare oltre il visibile. Come nasce Architexture e dove guarda?

Con il termine superficie indichiamo di solito quell’elemento che separa il dentro dal fuori, il basso dall’alto il di qua dal di là considerandolo quindi il luogo necessario per de-finire, dividere, ma anche unire ciò che è inaccessibile da ciò che invece è possibile percepire con il nostro apparato sensoriale. Con i workshop che abbiamo pensato intendiamo avviare un dibattito tra tutti coloro che considerano la struttura semantica delle tessitura della materia che identifica una superficie delle cose, un’occasione per attivare una certa creatività “trasversale” in grado di dare vita a nuove intuizioni sulla forma, sulla funzione e sull’aspetto degli oggetti che ci circondano.
Architexture vuole innescare scintille creative; è interessata a provocare il talento nel misurarsi con intuizioni impazienti di trasformarsi in materia visibile. Ai partecipanti verranno forniti strumenti semplici per esprimere le loro idee, matite, colori, fogli bianchi, perché crediamo che l’idea è sempre un avvenimento semplice, ancorché un indizio di successive complessità. Questa iniziativa vuole quindi fermare quell’unico fotogramma in cui l’energia creativa, magicamente, si rende trasmissibile e comprensibile attraverso una semplice rappresentazione grafica.
Queste idee, anche solo abbozzate, con rappresentazioni volutamente interrotte, verranno valutate da una commissione di intellettuali e esperti interessati a analizzare quell’energia che promette soluzioni. Alcune di queste idee, quelle ritenute più rispondenti a specifici requisiti di base (emotività, funzionalità, scalabilità etc...) saranno poi affidate ad aziende che si occuperanno di trasformarle in prototipi. Crediamo che in questo modo l’esperienza Architexture possa dare un utile contributo a estrarre valore da quella magica sequenza di eventi che si innescano partendo dal primo atto creativo fino al suo esito produttivo. 
FABIO MAZZEO | Fondazione Exclusiva

Architexture è l'occasione per partire dalle superfici e andare a fondo e incontrare nuove idee creative, nuovi spunti, nuove energie. E' la scoperta di talenti a cui dare spazio aiutandoli a crescere, trasformando le idee in prototipi. Dare loro la possibilità di spaziare attraverso differenti discipline per arrivare a creare qualcosa di nuovo – guardando dunque alla creatività come elemento portante – ma non per lasciarlo su un foglio ma per prototopizzare l'idea.
Uno scambio win win appunto, perché permette a un’azienda come la nostra di verificare le opportunità che il prodotto possa avere sul mercato.
Non un esercizio di stile ma un potenziale per il futuro, per creare qualcosa di nuovo sia per le aziende che per giovani talenti, che guardano ad una auto-imprenditorialità.
In Architexture il connubio perfetto si concretizza nella contaminazione tra diverse discipline: un talento con capacità specifiche può venire a contatto con altre specificità che collimano tra di loro per creare un'innovazione. Un'idea che diventa progetto da realizzare, al contrario di quanto avviene nel contesto accademico italiano ad esempio, dove teoria e pratica rimangono per lo più scisse.
VITO TADDEI | Ex Officina

La nostra storia del design ci racconta di un’eccellenza italiana del saper fare all’estero, frutto di un pensiero complesso e sapiente, capace di connettere in maniera sensibile e originale. Nell'era della globalizzazione dei mercati e della banalizzazione del gusto, siamo ancora in grado di produrre una specificità? Una via italiana?

Partendo dalla mia esperienza, sostengo che bisogna percorrere percorsi non canonici, in virtù proprio dell'omologazione indotta dalla globalizzazione – che riguarda anche il design – cercando di contaminarsi attraverso l'unione tra capacità di diversi saperi. Questo ci permette di scoprire il talento che ognuno possiede e potenziarlo attraverso l'unione tra differenti modalità e capacità di visione. Una scoperta che per noi – come azienda – è una sfida, che però accogliamo con entusiasmo. 
VITO TADDEI | Ex Officina

Certamente e forse meglio di prima se adeguiamo il nostro "sapere" e di conseguenza il nostro "fare" agli scenari internazionali.
Il Design, metodo e cultura di progetto, si è trasformato da Design di prodotto a Design di Sistema, Servizio, Prodotto con una forte accentuazione del criterio User Centered Design, l'utente al centro della ricerca e delle soluzioni, criterio che oggi viene declinato in un significato più ampio, mettendo al centro la "persona" e non più-solo l'utente o il consumatore.
In questo quadro evolutivo del Design, in cui la Scuola di Design del Politecnico di Milano eccelle, l'approccio tradizionalmente trasversale e "umanistico" della nostra cultura ci pone come punto di riferimento internazionale in risposta alla rigida verticalità delle specializzazioni di gran moda nei decenni passati.
In questo senso la Via Italiana al Design trova sempre più interesse e curiosità internazionali e la domanda formativa di molte università, aziende e istituzioni estere va in questa direzione in cui siamo particolarmente avvantaggiati. Sempre che facciamo tesoro dei nostri valori aggiunti, lavoriamo con logica di sistema e personalizziamo le nostre offerte adattandole alle culture del mondo.
LUCA FOIS | Politecnico di Milano

In un sistema di apprendimento che vede finalmente riconosciuto (ma troppo poco applicato) il ruolo cruciale delle arti - nel passaggio dallo STEM (Science, technology, engineering, and math) allo STEAM (A = Arts) - quale il ruolo della formazione e dell'educazione all'arte e al pensiero umanistico  per lo sviluppo d'impresa e per un dialogo tra teoria e prassi, in un'ottica di scalabilità e sostenibilità dei progetti? 

Penso che non si debba parlare di formazione all’arte ma del bisogno di determinare, attraverso la didattica, un clima di convivenza fra persone in maniera che sviluppino e condividano armoniosamente un universo immaginario che solo talvolta assume i contorni di una forma d’arte. Formare è coercitivo, vuol dire dare forma a qualcosa che per sua natura non l’ha essendo, per l’appunto, informe, come la vita di ognuno di noi. Una pratica anti-coercitiva si configura riunendosi anche in maniera silenziosa intorno a delle forme conclamate come artistiche, essa ha caratteri umanistici perché finalizzato al benessere degli individui e alla loro sopravvivenza come specie. Purtroppo quindi, non esistono pratiche accertabili e conclamate di educazione collettiva all’arte ma solo attività sperimentali che ognuno deve mettere in atto proponendo quello che fa come modello aperto alla critica e alla penetrazione degli altri, anche degli eventuali allievi e insieme aprire la strada che ci predispone all’arrivo dell’arte. Questo è il solo metodo per rendere sostenibili non solo i progetti ma anche il loro esito eventuale: gli oggetti che ne derivano. 
ALFREDO PIRRI | Artista

In quanto libera espressione del pensiero umanistico, l’arte è sempre stata una formidabile lente d’ingrandimento per leggere la complessità del presente, ma soprattutto per trovare utili indizi di futuro. Lo sviluppo d’impresa oggi dipende più che mai dalla capacità di quest’ultima di captare i cambiamenti, di saper dare valore alle differenze coltivando il pensiero trasversale; approcci determinati per una crescita di qualità. Un’impresa che oggi abbia a che fare con qualsiasi tipo di creatività (sia di prodotto che di servizio) nella sua pianificazione di sviluppo deve alimentare l’analisi trasversale ampliando la “visione laterale” su territori apparentemente meno “certi”, perché il confronto tra il processo istintuale dell’arte (pensiero umanistico) e le sintesi assertive della scienza e della tecnica, produce senza dubbio un arricchimento formidabile per ogni percorso creativo. 
E’ oggi improbabile immaginare il successo di un’impresa in assenza di una disponibilità di quest’ultima a considerare, nei suoi processi, un massiccio impiego di “pensiero umanistico”. 
Viviamo in un’epoca in cui ogni programma di crescita deve partire da una lettura accurata degli strati profondi della complessa fenomenologia evolutiva dei sistemi sociali, economici e politici. Il successo di un progetto, che abbia oggi un orizzonte anche vicino, è direttamente proporzionale a una disponibilità all’ascolto e alla lettura, forte della capacità di utilizzare codici interpretativi differenti.
FABIO MAZZEO | Fondazione Exclusiva

In "The world as I see it" Albert Einstein guardava alle rotture come a un “beneficio”. “È nella crisi – diceva - che nascono l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie”. Un fermento che oggi ci viene offerto soprattutto dalle pratiche artistiche e culturali, dagli esercizi creativi capaci di ibridare i campi disciplinari e creare inedite relazioni. In questo contesto in cui la cultura è in trasformazione, guarda sempre con maggior attenzione ai pubblici, alla società, quale ruolo per il design per generare processi di cambiamento entrando nella vita e ri-disegnando lo spazio dell'abitare?

Oggi il design italiano è chiamato a rispondere ad una nuova domanda e ad una sfida in grado di ridisegnare il perimetro d’azione. Quella di un pubblico che chiede una narrazione diversa che sappia raccontare, e motivare, il valore economico del prodotto, che sveli il retroscena o il retro bottega. Che sappia creare un immaginario collettivo a partire dalle mandi degli artigiani che per prime hanno dato forma al progetto, che arricchiscano la storia del designer di un saper fare artigiano fino ad oggi rimasto sconosciuto al grande pubblico. Il pubblico internazionale, sempre fortemente affascinato dal design italiano, si aspetta un racconto a tutto tondo che valorizzi la creatività dell’artista, la capacità manifatturiera di un distretto o di una particolare area geografica legata alla capacità di investimento dei fornitori. Tutti elementi che mescolati insieme creano una particolare alchimia in grado di garantire capacità competitiva internazionale al design italiano. Per generare quel processo di cambiamento di cui molto si parla sia nello spazio dell’abitare, che nella rigenerazione urbana tanto di moda in questo periodo, fino ad arrivare al singolo oggetto di design, serve una rivoluzione culturale: il design non è più solo per un élite di persone che si riconoscono in quel particolare manufatto o stile, ma un processo “pop”, popolare che si racconta senza più misteri, svelandosi in tutta la sua filiera. In questa chiave, e con una indispensabile alleanza tra pubblico e privato, la creatività e la capacità innovativa dei design, unite alla qualità della manifattura, alla sapienza artigiana, ad un sistema in grado di rispondere con un’offerta immediata alla crescita di una nuova domanda, si può dar vita a quel processo di cambiamento che altrove è già avviato, portando benefici in termini di nuova economia, nuova occupazione, nuovo pensiero. 
SILVIA BERNARDI | Giornalista

Il design è un universo che ibrida per propria vocazione la capacità d’azione con l’incisività di significato. Risponde in modo acuto e spesso inatteso all’urgenza di sopravvivere decentemente, anche in modo giocoso, e al tempo stesso al piacere di rappresentare noi stessi in una mappa strategica e visionaria. Questa sorta di ambiguità ibrida può fertilizzare le domande che segnano una fase di crisi (non dimenticando che la parola ‘crisi’ vuol dire discernimento e scelta). La grande transizione che stiamo attraversando mescola, finalmente, gli spazi privati con il tessuto urbano: in questa nuova permeabilità il design diventa un modo di vedere la realtà verso orizzonti inesplorati. 
MICHELE TRIMARCHI | Tools for culture

Dal concept, agli expertises, ai giovani che verranno, si prospetta una giornata ricca di fermenti immaginativi in cui le idee si plasmano, crescono, si ibridano e diventano realtà, innovazione nella tradizione, quella di un Made in Italy che molto, moltissimo, ha ancora da dire.

© Riproduzione riservata

Architexture
24 marzo 2017 – dalle ore 9.00 alle ore 20.00
Fondazione Exclusiva, via Giovanni da Castel Bolognese 81 - Roma

Per info e iscrizioni: programma@fondazioneexclusiva.it

Ph | cover: locandina
Ph | Diego Antonelli