UNA ROAD-MAP PER LA CULTURA METROPOLITANA. FONDAZIONE PALAZZO FESTARI E IL VENETO FUTURO.

  • Pubblicato il: 14/04/2017 - 11:55
Rubrica: 
DOVE OSA L'INNOVAZIONE
Autore: 
Amerigo Nutolo

La Fondazione Palazzo Festari è impegnata dal 2002 in attività di coordinamento e integrazione del territorio dell'Alto Vicentino del cui patrimonio umano, sociale e culturale si fa promotrice attraverso la sua attività di ricerca. La Festari si relaziona con il mondo delle imprese e delle istituzioni, su temi di interesse collettivo: con MO.VI.TE./MObilitare la società civile dell’Alto VIcentino per una nuova idea di TErritorio (in collaborazione con  STEP S.r.l. e European Centre for Living Technology/Università Ca’ Foscari) o l’avvio di osservatori permanenti su Integrazione, Immigrazione, Formazione e Sistema Socio Sanitario dell'Alto Vicentino, oltre con l’analisi dei trend socio-economici locali, ad aprire lo sguardo sul possibile cambiamento di una zona chiave del Paese.  Ne parliamo con il Presidente, Paolo Gurisatti.

Dall’analisi della Fondazione Palazzo Festari emerge il disegno di un circuito pedemontano-padano-lagunare le cui interazioni (interne ed esterne) motivano tanto la definizione di “metropoli diffusa”, quanto l’esigenza di un’amministrazione ad hoc. Un tassello importante per una gestione futura delle specificità di altre aree omogenee del Paese e per il riconoscimento del patrimonio produttivo come base del diritto a un’autodeterminazione attiva e base dell’identità di un contesto locale. Anziché istituzioni che iniettino nei territori soluzioni, servono amministrazioni morbide in relazione organica con ciò che un territorio ha da dare e esprimere, capaci di assorbirne il meglio e restituirlo ripotenziato.  Dalla voce di Paolo Gurisatti, presidente della Fondazione, riceviamo le delucidazioni su nodi e sfide di questa fase politico-economica veneta. Esperto di piccola impresa, sviluppo locale, distretti industriali e sistemi di partecipazione d’impresa; energico fondatore d’imprese, reti e soggetti collettivi in settori diversi, dall’efficientamento energetico al manifatturiero veneto, di cui in questi mesi ha ridefinito un portolano del rinnovamento, passando per l’impegno internazionale, da project manager anche e nei paesi più lontani, al sud Italia, dove idea e studia sistemi di valorizzazione e valutazione dinamica per l’integrazione delle perle naturalistiche del meridione, fino ai sistemi di innovazione nei contesti ad alta complessità. Gurisatti, ricercatore e docente, è autore in questi giorni per le pagine di Economia e Società Regionale – ed. Franco Angeli, collana a cura di IRES Veneto – di un contributo sul futuro del Veneto per il numero monografico di imminente uscita, a cura di Patrizia Messina e Giancarlo Corò. 
 
I dati locali su innovazione, competitività (EU) e inclusione (Istat) sono negativi. Il suo appello, anticipato dal rapporto della Fondazione, per un nuovo approccio della PA allo sviluppo locale, ci ricorda che l’indistinzione non premia, perché non inquadra le chance di cambiamento di un territorio a partire dall’analisi delle sue virtuosità produttive e potenzialità profonde. C’è una necessità di amministrare a partire da spinte e confini nuovi – mutuati dalle culture produttive e visti come base di una coerente identità territoriale?
Il Veneto ha avuto l’ambizione di esprimere una leadership culturale in passato, a metà degli anni ’90, grazie a un modello di sviluppo inedito, sorprendente. Non so se si possa parlare di cultura produttiva. E’ un dato di fatto però che il modello delle città-impresa, dei distretti e delle imprese rete ha fatto scuola. Il Nordest italiano ha sorpreso il mondo, perché capace di conciliare sviluppo e integrazione, dinamica industriale, cultura locale ed eguaglianza sociale. A metà anni ‘90, Benetton fu protagonista, non a caso, di United Colors, una campagna di comunicazione molto efficace su scala globale. Il Gazzettino [ai tempi in mano a industriali della Riviera del Brenta e ora di Caltagirone n.d.r.] e Milano-Italia riuscirono a proporre un volto positivo del nostro sistema regionale, esportatore, aperto all’innovazione e alle relazioni internazionali. A vent’anni di distanza, tuttavia, di quel modello resta poco. Il Veneto è rimasto un’area metropolitana inconsapevole [locuz. Gigi Copiello n.d.r.], un progetto incompiuto, sempre meno interessante per il dibattito internazionale. Per questa ragione le amministrazioni collegate alla Fondazione Palazzo Festari sentono oggi l’esigenza di reagire. Dal cuore manifatturiero delle Venezie, dal Veneto Centrale, vogliono rilanciare la sfida dello sviluppo con una nuova proposta alle città capoluogo e alla stessa Regione.
 
L’analisi economica disegna, dati alla mano, il profilo di un Veneto che risponde agli stimoli e che – tra impasse politica e spinta verso l’estero (export/delocalizzazione) – s’aggrappa al territorio dandogli un’impronta produttiva riconoscibile, con margini di manovra per farne di nuovo una economia leader. Le due aree metropolitane culturalmente e territorialmente omogenee, simili a quelle ridisegnate dalla SGI, sono la cintura dei servizi della Downtown Venice, a ridosso di tre capoluoghi (Pa.Tre.Ve.), e il Venice Manufacturing District che, entrando dalla pedemontana, si riallaccia al vicentino. I sistemi arterioso e venoso di un Veneto Centrale che può far pulsare il nuovo modello di crescita del futuro Nord del Paese, ridimensionato ma capace e bisognoso di ripartire: come?
La forza propulsiva del sistema industriale è ancora notevole, mentre le strategie elaborate dalla PA, nelle città capoluogo e in Regione, sono rimaste deboli, rivolte al passato. La programmazione “distributiva” degli ultimi anni, in mancanza di un progetto metropolitano serio, ha confermato un ambiente periferico, poco attrattivo e poco sostenibile (altro che Urbs in Horto di Paola Viganò!). Per questo nel quartiere manifatturiero del Veneto Centrale sentiamo l’esigenza di una programmazione a misura della nostra identità. Abbiamo oggi bisogno di interconnessioni globali, piattaforme on-line, ma anche piste ciclabili e percorsi agevolati per il carbonio delle nostre biciclette, osterie strategiche, contrade di qualità. Meno capannoni e periferie anonime, più scuole intelligenti di scala politecnica.
Il nostro futuro è diverso da quello di Venezia e dei centri storici trasformati in destinazioni turistiche di massa. Nel nostro territorio è ancora forte la domanda di uno sviluppo autoctono, moderno ed efficiente, capace di valorizzare un patrimonio industriale fatto di co-working e esperienze produttive, non di autobus in fila, negozi di perline e selfie scattati davanti a monumenti vuoti.
In passato un comune disponeva di risorse sufficienti a intervenire non solo sulle strade, ma anche sulle infrastrutture culturali: ora la PA, a livello comunale, è tutta da rifare. L’integrazione europea ci ha imposto il blocco dei bilanci, ma anche la rinuncia ad autonomia e immaginazione, ha condizionato le nostre decisioni all’interno di standard dettati dalle buone pratiche globali, ma lontane dalla nostra identità e dai problemi veri delle nostre imprese e del nostro territorio. Per questo sentiamo il bisogno di una riforma radicale del quadro stesso della programmazione: una PA svincolata dagli slogan di Bruxelles e dalle mode del momento.
  
L’affinità bellunese al contesto dolomitico, l’omogeneità di Verona al sud-ovest lombardo e la impronta emiliana del rodigino, oltre all’area metropolitana dei due quartieri, chiedono una revisione della programmazione regionale su nuovi confini. Molto s’è fatto fra i vari soggetti locali e distrettuali, ma cambio di scala e scenari complessi della produzione contemporanea chiedono altro. E’ auspicabile una programmazione culturale metropolitana che, oltre che sui confini fluidi dei diversi heritage, si fondi su una relazione amministrativo-produttiva più organica? Quali sono le caratteristiche di un ceto intellettuale organico alla classe produttiva?
Le prossime IPA (Intese Programmatiche d’Area) sono il banco di prova di un cambiamento possibile. Dalla valorizzazione dell’heritage architettonico per un turismo di soli spettatori, dobbiamo passare alla valorizzazione del patrimonio culturale, tecnico, industriale, artigianale, facendo in modo che i nostri clienti e fornitori scelgano di stare con noi e di investire sul nostro paesaggio, sull’ospitalità produttiva, come avveniva nei fondaci veneziani del ‘500. Dobbiamo fare in modo che il nostro territorio venga scelto, di nuovo, come spazio di investimento e incontro globale. Ecco perché la visione metropolitana e la proposta dei due quartieri a vocazione complementare può essere utile per comunicare al mondo un progetto veneto (delle Venezie) più accattivante, che attiri l’attenzione dei buoni investitori, dei creativi-manifatturieri di tutto il mondo, amanti della bici (tecnologica), della cucina (slow), delle contrade rinascimentali. In questa chiave c’è molto da ricostruire, più che da conservare. 
 
Non crede che il modello della produzione culturale veneta, un po’ pubblicitario, sia influenzato da una polarizzazione tra multi-centralismi aristocratici e fai da te rurale che, perse le loro radici, rendono l’offerta solo più debole e dispersiva?
Ho l’impressione che il declino del “modello veneto” sia iniziato quando è venuto meno il ruolo della grande impresa “educatrice” e quando lo stesso sistema formativo ha perso il carattere artigiano che aveva ai tempi dei CFP (Centri di Formazione Professionale). Oggi formazione e istruzione hanno un taglio industriale, staccato dal sistema produttivo e dalle società locali, come l’amministrazione. Verso la fine degli anni ’80 abbiamo perso autonomia, abbandonato un sistema eterodosso, ma generativo, di selezione delle competenze tecniche e della classe dirigente.  
 
Il settore culturale, come un apparato respiratorio, facilita lo scambio fra i sistemi circolatori dei servizi e manifatturiero. La zona di contatto fra i capillari dei due sistemi, che li mette in equilibrio e dà loro ossigeno, è quella alveolare, culturale e formativa: dove visioni, narrative, paradigmi e valori si formano e si incrociano. Può l’apparato culturale stimolare l’interazione tra i due sistemi produttivi, in quest’area, e trarne giovamento?
Guardi, ho fatto in tempo a vedere di persona le scuole serali per ceramisti a Nove di Bassano, prima dell’avvento degli istituti d’arte. Ho incontrato il primo Mac in un’aula di informatica della scuola grafica di San Zeno a Verona, nel 1984, quando nelle scuole superiori del sistema pubblico mancavano ancora le lavagne di ardesia. Ho visto il rendimento di un ettaro passare da 500 a 15.000 euro, grazie a una rivoluzione tecnica e culturale straordinaria nella filiera del vino e della ristorazione, e grazie al contributo dell’università del vino di S. Michele all’Adige, a pochi kilometri dalla scuola elisabettina, che fu la culla del futurismo, e dell’Ivalsa che più di recente ha anche progettato edifici resistenti ai terremoti.
Queste istituzioni culturali autoctone hanno avuto una forza straordinaria. Se vengono omologate a percorsi e sistemi di esperienza tecnica importati, sic et simpliciter, dai programmi europei, rendono molto meno. Per avere servizi di classe metropolitana non bisogna per forza rinunciare alla bottega dell’arte, allo stile di apprendimento “artigiano”, alla scuola di pensiero locale, radicata in un ambiente tecnico di classe mondiale. La separazione tra città e aziende di servizi (anche culturali) e città e aziende manifatturiere è forse alla base del declino. Dobbiamo fermarla
 
La forma reticolare della metropoli veneta, il suo essere in horto, diffusa, inconsapevole, delinea un’immagine assimilabile a quella di una rete neurale complessa, le cui sinapsi si attivano dove, quando e come serve. E’, una metropoli del genere, programmabile in senso classico o mutano basi culturali e principi stessi della gestione della cosa pubblica? La resilienza, prima che una qualità territoriale, non dev’essere, prima ancora, attributo di una classe dirigente?
Son d’accordo che non possiamo immaginare, nelle Venezie, un percorso metropolitano classico, ad alta intensità, come quello di New York e Londra. E non penso a Los Angeles come a un modello. La prospettiva Urbs in Horto è coerente con la nostra cultura, con l’esigenza quasi fisica che abbiamo di mantenere un paesaggio contadino, un verde coltivato, produttivo.
Per questo è fondamentale approntare una strategia evolutiva per il nostro sistema regionale, per interconnettere tra loro gli spazi produttivi dei due quartieri veneti, per compensare il ruolo delle città capoluogo, sempre più orientate al mercato del turismo a basso valore aggiunto, con spazi produttivi. E’ qui che la programmazione regionale può fare la differenza e dare un contributo a invertire la tendenza. Ma serve più autonomia, anche amministrativa, e più intraprendenza. 
 
Sembra si stia tentando di trasferire l’ostinazione e resilienza rurale, all’origine del successo e delle capacità d’adattamento e di cambiamento dell’impresa veneta, alla cultura amministrativa.
La chiave del modello veneto di piccola impresa è stata la mezzadria, non solo la piccola proprietà agricola. Come ci ricorda la Ostrom, la qualità dei beni comuni deriva più dalle regole e consuetudini sociali, che dalle regole amministrative o dalle decisioni dei privati. Tali regole sono il vero patrimonio produttivo della nostra comunità. E devono essere preservate ai cambiamenti indotti dallo sviluppo globale. I sistemi di piccola impresa hanno mantenuto al proprio interno cautele e storie della società pre-esistente. Vincoli e rigidità del sistema amministrativo post-Prima Repubblica e post-convergenza europea, le stanno logorando. Ma siamo ancora in tempo per recuperarle!
 
Non esistono pregiudizi incrociati fra mondo produttivo e dei servizi/culturale? Da dove viene questo scollamento – che porta a proliferare un’offerta culturale medio-bassa e dà luogo a una incapacità di valorizzazione complessa del territorio, pregiudicando la formazione di catene di valore?
Non lo so. Nel mio articolo auspico l’apertura di un dibattito serio sul rapporto tra cultura e sviluppo, tra territorio e industria. Auspico l’emergere di una classe dirigente in grado di trovare risposte originali alla domanda: come si trasforma la nostra metropoli inconsapevole in un laboratorio di classe mondiale?
La cultura di ogni territorio consiste nella libreria di narrative che i componenti della società locale usano per vincere l’incertezza ontologica e il rischio del cambiamento futuro. Ho come l’impressione che negli ultimi anni siano andati perduti alcuni pezzi importanti della nostra libreria e non siano stati rimpiazzati. [Il ruolo delle narrative e l’accezione di incertezza ontologica, sono state approfondite nel corso dell’attività di ricerca e scambio in ECLT, col Prof. David A. Lane, che ha riguardato anche modelli di sviluppo locale identity-based n.d.r.] Venezia, ad esempio, ex-laboratorio eco-culturale del mondo, ha perso la funzione d’incontro tra tecnici e commercianti di tutti i continenti, per diventare il palcoscenico di flussi turistici a senso unico: milioni di persone che vengono in laguna per fotografare muri e canali, invece di incontrarsi.
 
Debito ambientale, generazionale e demografico, modifica di policy e programmazione locale, e altri fattori di resistenza al ricambio, chiedono tutti un’azione metropolitana: anche i settori dei servizi e culturale hanno bisogno di nuovo radicamento, come il manifatturiero? Ne avete disarticolato i dati? Chi deve gestire le convergenze fra le due realtà-quartiere metropolitane?
Non abbiamo dati analitici in proposito, così come non disponiamo di informazioni dettagliate sullo sviluppo delle industrie cosiddette “culturali e creative”. Personalmente non credo che possa esistere uno sviluppo indipendente tra le attività culturali e quelle più strettamente orientate alla produzione materiale. Anzi, proprio da un’eccessiva divaricazione tra settori produttivi e culturali deriva il declino attuale. Ai tempi in cui Luigino Rossi inventava il modello produttivo della calzatura di lusso, assieme a molti altri, trovava il tempo di investire sul Gazzettino e un gruppo dirigente di primordine in campo culturale. E’ questo intreccio, questa commistione di obiettivi economici e culturali che è venuta meno.
 
Che rapporto c’è fra la realtà lagunare e l’area metropolitana di cui parliamo, in parte sovrapposta alla città metropolitana recentemente istituita? Lo sviluppo di infrastrutture per porto, turismo e offerta culturale lagunare, possono essere ancora occasioni di ridefinizione di un ruolo della zona insulare e lagunare in relazione alle aree interne?
Non c’è ormai nessun rapporto. Venezia parco a tema, così come i capoluoghi di provincia proiettati al turismo di consumo e alla proliferazione di eventi estemporanei (Culturali con la C maiuscola), hanno perso ruolo di driver del territorio Veneto (Centrale), che resta manifatturiero, produttivo, proiettato nelle reti globali della lavorazione artigianale, su misura, nelle industrie tradizionali e in quelle di servizio più avanzate. La divaricazione tra capoluoghi e territorio è un altro dei guasti gravi degli ultimi vent’anni. Proprio per ricostruire, dalla periferia dell’area metropolitana inconsapevole che ci ospita, un progetto soddisfacente per tutti, abbiamo dato vita nuova alla Fondazione Palazzo Festari (di cui forse, in ragione di questa vocazione, dovremo cambiare il nome…).
  
La Fondazione, con sede a Valdagno (VI), è Struttura di Gestione dell’IPA dell’Alto Vicentino e aderisce all’Organizzazione di Gestione della Destinazione (OGD) Pedemontana Veneta e Colli, per cui svolge un ruolo di supporto e consulenza nella gestione strategica e operativa della destinazione turistica. Da qui anche la ricerca condotta da Festari e CISET/Centro Internazionale di Studi sull'Economia Turistica di Università Ca' Foscari, sul turismo business nell'Alto Vicentino, legato alle attività produttive tipiche dell'area.
Festari, guidata da studiosi quali lo scomparso Lorenzo Bernardi, ordinario di Statistica sociale all’Università di Padova, ha vantato nel comitato scientifico ricercatori come Ilvo Diamanti, ora Presidente ISIA (Urbino), già giornalista e docente di Sociologia Economica e Scienza Politica: oggi, con la direzione impressa da Paolo Gurisatti, spinge per una sperimentazione sempre più coinvolta nel futuro dei territori che la circondano. Non servono super-produttori culturali, ma facilitare le vere forze del Paese, le piccole-medie imprese, le filiere locali di livello: fare della prossimità e del radicamento le basi di eccellenza di una produzione, anche culturale, che sappia restare nel solco della tradizione del reinventare bene e del costruire da sé i propri strumenti. L’abuso della retorica dello sviluppo, di rebranding e storytelling, dissimula di fatto, spesso, l’alienazione di interi patrimoni culturali, naturali, sociali, produttivi, mentre gli stessi operatori e agenti culturali che se ne fanno promotori restano incapaci di agire realmente nel territorio.
 
Se il MOSE è la metafora della spinta autolesiva di chi, per proteggersi dai cambiamenti, costruisce la macchina del proprio disastro – dove, invece, la cultura della produzione e la produzione culturale facessero sponda ai mille torrenti invisibili dell’innovazione di una terra dal cuore metropolitano, essi potrebbero riunirsi nella forza segreta di un fiume di sviluppo: immagine di qualcosa che è in grado di portarci verso lagune e mari ignoti. Programmare è un termine che non si può cestinare solo perché azioni precedenti non hanno funzionato e non si vede il futuro. E’ necessario progettare il futuro Veneto post-provinciale proprio per anticipare il futuro, come da buona tradizione agricola, e di più ora, alla vigilia del referendum sull’autonomia che può giocare un ruolo detonatore per far vincere una partita intelligente o far crollare una struttura già fragile e perdere una partita gestita con già troppa superficialità.
 
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Ph: Mappa e dati generali dei quartieri manifatturiero (blu) e dei servizi (rosso) del Veneto Centrale metropolitano. Grafico Fondazione Palazzo Festari da documentazione originale.