Stato Cognitivo

  • Pubblicato il: 16/03/2015 - 10:47
Rubrica: 
CONSIGLI DI LETTURA
Autore: 
Claudio Bocci

Grande successo per la tesi del fortunato testo «Lo Stato innovatore» di Mariana Mazzucato, romana di nascita e inglese d’adozione, secondo la quale la crescita di un paese sia una variabile dipendente, prima ancora che della quantità, della composizione della spesa pubblica. Uno Stato che spende soprattutto per pensioni e stipendi, ma trascura la ricerca, l’istruzione, l’innovazione, è condannato inevitabilmente al declino. Nel suo libro l’autrice ripercorre l’epopea di Steve Job, della sua Apple e di quel luogo mitico rappresentato dalla Silicon Valley, smontando la vulgata ideologica secondo cui quel ‘miracolo economico’ sia frutto della genialità di singoli individui o dall’apporto di venture capitalists coraggiosi, dimostrando quanto sia stato cruciale invece il ruolo dell’investimento pubblico, soprattutto militare, nel determinare lo sviluppo economico collegato all’era digitale e all’elettronica di consumo. Con un’efficace metafora, l’autrice sostiene che Job abbia «surfato» le gigantesche onde create dallo Stato integrando nei prodotti di successo della Apple le molte tecnologie frutto dell’investimento pubblico: da internet al Gps, dal touch screen ai comandi vocali. D’altra parte, gli investimenti in ricerca di base, sono un esempio tipico di «fallimento del mercato»: il mercato da solo non è in grado di produrre una quantità adeguata di ricerca utile allo sviluppo e si rende quindi necessario l’intervento dello Stato (negli Usa, oltre l’82% degli investimenti nella ricerca di base derivano dal Governo federale, dalle Università e da organismi no-profit; solo il restante 18% è imputabile all’industria privata). E’ interessante notare che, nell’esperienza americana, attraverso una serie di agenzie specializzate e di progetti finalizzati, il governo non si è limitato a correggere i mercati, finanziando i progetti di ricerca più rischiosi, ma si è adoperato per crearli.
L’indicazione che se ne ricava è che gli Stati Uniti non rappresentano soltanto un contesto favorevole alla liberazione degli animal spirits dell’intrapresa privata ma anche un paese in cui lo Stato gioca un ruolo favorevole allo sviluppo imprenditoriale, realizzando investimenti in aree inesplorate ed innovative. L’importanza attribuita al ruolo dell’innovazione nel processo di crescita ha spinto molti paesi, a partire dagli anni Ottanta, a considerare assai rilevante la spesa in R&S. Continuano ad esserci differenze considerevoli tra i Paesi dell’Ocse ma l’elemento interessante è che i Paesi europei che più hanno sofferto i contraccolpi della crisi finanziaria, trasformatasi poi in crisi del debito sovrano, sono quelli che spendono meno in R&S. Nel caso dell’Italia, a giudizio della Mazzucato, l’elevato rapporto debito/pil non nasce tanto da una spesa pubblica eccessiva, quanto da una spesa pubblica male indirizzata e non orientata in ricerca, istruzione e formazione del capitale umano, determinanti fondamentali per la crescita. Peraltro, trovare sostegno a politiche di questo tipo è ora praticamente impossibile per le regole ottusamente rigide imposte dal fiscal compact, che limita la spesa degli Stati dell’Unione Europea al 3 per cento del Pil, senza prevedere eccezioni per quelle tipologie di spese che possono produrre crescita attraverso innovazione e investimenti produttivi. Nell’era digitale, poi, l’innovazione è un elemento chiave per una crescita intelligente e se si desidera che sia anche inclusiva (come chiede l’Agenda 2020 dell’Unione Europea) è necessario prevedere meccanismi redistributivi delle importanti risorse che derivano alle imprese private dagli investimenti in ricerca di base richiesti allo Stato.
Per costruire un «ecosistema dell’innovazione», infatti, è necessario stabilire un rapporto «simbiotico» e non parassitario tra pubblico e privato costruendo collaborazioni che accrescano l’impegno e il coinvolgimento di tutti gli attori in gioco e favorendo l’affermarsi di un modello win-win.
In questo scenario, è assai importante il ruolo dei portatori di interesse detentori di «capitale paziente» - grandi fondazioni in prima linea - che, a differenza dei venture capitalists, sono più interessati a sostenere lo sviluppo e la sua qualità nel lungo termine. Nella sua analisi, la Mazzucato sostiene che lo Stato abbia consapevolmente giocato il suo ruolo di innovatore spingendo la ricerca per dare soluzione a problemi ‘politici’ (l’equilibrio militare dei blocchi, prima, la soluzione ai problemi posti dal cambiamento climatico, in anni più recenti) con veri e propri mission oriented plans. L’Autrice ha ripreso il concetto anche in una lettera aperta al Presidente del Consiglio, pubblicata sul quotidiano La Repubblica il 9 agosto scorso; riferendosi all’urgenza che lo stato torni a pensare in grande gettando le basi per una nuova qualità dello sviluppo, Mazzucato ritiene fondamentale che si affermi, in primo luogo, una visione dello sviluppo coerente con la tradizione del Belpaese in grado di favorire la crescita di ‘onde’ su cui le imprese private possano tornare a surfare con profitto; tra queste, oltre il tessile, l’industria automobilistica e l’agricoltura, Mariana Mazzucato inserisce anche il patrimonio culturale che «diventerà un vero patrimonio nazionale solo quando sarà posto al centro di una strategia di crescita che utilizza i poteri della rivoluzione informatica per diffonderla e divulgarla a livello internazionale».
 
 
 
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‘Lo Stato Innovatore’
Mariana Mazzucato.
Laterza 2014