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La sfida di un museo postcoloniale

  • Pubblicato il: 15/02/2018 - 08:06
Autore/i: 
Rubrica: 
MUSEO QUO VADIS?
Articolo a cura di: 
Giulia Grechi

Il museo partecipa, costruisce ed alimenta (insieme ad altri dispositivi della modernità Europea) una narrazione nazionalista e colonialista, costruendo e rappresentando una serie di differenze all’interno e all’esterno dei propri confini nazionali, una visione che informa il museo stesso nelle proprie pratiche e che penetra nella vita quotidiana del cittadino Europeo ‘moderno’.
 


«Forse si tratta di fondare finalmente la nostra propria
antropologia: quella che parlerà di noi, che andrà a
cercare dentro di noi quello che abbiamo rubato così
a lungo agli altri. Non più l’esotico, ma l’endotico.»
(G. Perec, L’infraordinario)
 

Il museo ha avuto un ruolo fondamentale nella costruzione della sfera pubblica e dei cittadini delle società moderne. La storia del museo moderno è la storia del passaggio dalle collezioni private aristocratiche alle istituzioni pubbliche all’interno di un’Europa che stava definendo la propria identità in senso nazionale e coloniale. Come dispositivo di potere/sapere, il museo è storicizzato e non innocente, nasce in un preciso contesto geo-politico, ed è figlio di quella cultura Europea che presuppone i propri schemi e i propri costrutti culturali come universali. Il museo perciò partecipa, costruisce ed alimenta (insieme ad altri dispositivi della modernità Europea) una narrazione
nazionalista e colonialista, costruendo e rappresentando una serie di differenze all’interno e all’esterno dei propri confini nazionali (i matti, gli omosessuali, i briganti, i colonizzati), una visione che informa il museo stesso nelle proprie pratiche e che penetra nella vita quotidiana del cittadino Europeo ‘moderno’.
 
Questo è particolarmente evidente all’interno dei musei etnografici, che sono stati da sempre anche parte di uno scenario planetario, dal momento che la maggior parte degli oggetti classificati e esposti costituiscono delle appropriazioni (in modi più o meno leciti), spesso frutto di conquiste coloniali.
Gli ‘oggetti’ museali – anche i corpi o parti del corpo – presenti nelle collezioni nazionali e/o etnografiche in tutta Europa non sono semplicemente artefatti in mostra. Incarnano relazioni di potere. Ne sono testimonianza le molteplici richieste di restituzione di artefatti o resti corporei presenti nei nostri musei, da parte dei discendenti ai quali questi ‘oggetti’ appartengono e per i quali hanno assunto un valore simbolico e politico di lotta al colonialismo e al neo-colonialismo, anche dal punto di vista della rappresentazione (a partire dai resti della Venere Ottentotta a Parigi, delle teste Maori, o gli artefatti provenienti dalle ex colonie di molti paesi Europei, ma anche oggetti simbolo di un colonialismo interno, come nel caso del cranio del bandito Villella nel Museo Lombroso di Torino).
 
De-esotizzare e de-colonizzare i musei.  
Le premesse coloniali e Occidento-centriche delle proprie narrazioni sono ancora largamente indiscusse nei musei Europei, permeati da una logica del mostrare e del comunicare che spesso persiste in una strutturale marginalizzazione delle storie e delle culture altre, in molti casi riducendole a questioni ‘minoritarie’. L’attuale fase di migrazioni globali, che è in verità solo una fase di una lunga storia di migrazioni che ha caratterizzato la formazione stessa della modernità Europea, rende evidente quanto gli interessi e le narrazioni del museo non possano più concludersi all’interno di confini nazionali, né tantomeno continuare a rappresentare culture e società omogenee in senso nazionale o locale, o continuare a legittimare un discorso e una pratica espositiva coloniali.
Riconoscere la centralità del momento coloniale nel farsi del museo moderno, ricostruire e decostruire le appropriazioni alla base dell’accumulazione museale, far emergere le storie e le narrazioni cruciali, ma nascoste, che hanno formato la nostra identità di cittadini Europei moderni, permetterebbe non solo la necessaria riconfigurazione delle collezioni e delle pratiche curatoriali museali, ma una presa di posizione etica, che corrisponderebbe a quella che oggi è la condizione del museo (soprattutto quella del museo etnografico) come mediatore culturale, o come attore trans-nazionale.
 
Mind the body!
Nell’identificare la propria comunità in senso nazionale e coloniale, il museo ha anche contribuito a costruire e perpetrare uno specifico regime sensoriale, basato sui cinque sensi, proponendo come archetipo universale un sistema sensoriale basato sullo sguardo come pratica disincarnata, mentre si tratta solo di un sistema, e anche relativamente recente nella storia Europea. In questo modo, è stata istituzionalizzata anche una serie di norme e di divieti che comportano la censura di altre possibili modalità di espressione o percezione corporea, caratterizzando l’esperienza dello spazio museale prima di tutto come un’esperienza negativa, legata alla proibizione piuttosto che al piacere e all’espressione di sé, all’esperire altri punti di vista e al de-familiarizzare normatività culturali percepite come universali.
 
Patrimonio di storie. Storie del patrimonio.
Le istituzioni che hanno a che fare con la memoria sono spesso trattate come depositi del patrimonio culturale. Il patrimonio è usualmente interpretato temporalmente e spazialmente, senza mettere in discussione questi parametri e la loro relazione storica e politica con le questioni di appropriazione, colonialismo, contatto cross-culturale, che hanno prodotto narrazioni spesso più complesse e conflittuali di quelle riportate dai musei. Sarebbe estremamente importante operare una revisione critica di queste narrazioni, privilegiando l’emersione di punti di vista conflittuali, e delle fratture della storia, piuttosto che un racconto lineare e pacificato. Sarebbe estremamente necessario, come punto di partenza, soprattutto per i musei etnografici, esplicitare nelle proprie narrazioni (ad esempio nelle didascalie e negli apparati comunicativi) l’origine degli oggetti esposti, e il motivo per cui si trovano nelle collezioni Europee, facendo così emergere le relazioni coloniali alla base della costruzione di parte del nostro patrimonio museale.
 
Rappresentare memorie e identità diasporiche.
In seguito all’impatto della globalizzazione e grazie a una crescente consapevolezza del ruolo positivo della diversità culturale, i musei potrebbero essere tra gli attori principali di un processo di riconoscimento e di riflessività critica, che coinvolga anche attori extra-territoriali e trans-nazionali, in modo non essenzializzante, aprendo le porte a queste altre narrative, per fronteggiare la sfida di una società sempre più diversificata, multi-culturale e plurilinguistica, ponendosi una serie di questioni radicali:

  • di chi sono le memorie esposte nei musei contemporanei Europei? Di chi sono le storie? E da quale punto di vista sono raccontate? Chi è incluso e chi escluso da queste narrazioni e dallo spazio del museo?
  • come possono i musei rappresentare la memoria e l’identità in una prospettiva inter-culturale?
  • quali sfide e quali opportunità le migrazioni offrono ai musei, nella loro missione di mediatori culturali, «contact zones», laboratori di cittadinanza?

 
Giulia Grechi, professoressa di Antropologia Culturale all’Accademia di Belle Arti di Napoli (ArtLa 17 Mantova, settembre 2017-18, Anno europeo del patrimonio culturale: visioni al futuro)
 
Bibliografia
 
Iain Chambers, Alessandra De Angelis e Giulia Grechi (a cura di), Per un museo postcoloniale, Estetica. Studi e ricerche, 1/2012, Luciano Editore, Napoli, 2012.
Iain Chambers, Giulia Grechi e Mark Nash (a cura di), The Ruined Archive, Politecnico di Milano, Milano,
2014.
James Clifford, I frutti puri impazziscono, Bollati Boringhieri, Torino, 1993. James Clifford, Strade, Bollati Boringhieri, Torino, 1999.
Ivan Karp e Steven D. Lavine, Exhibiting Cultures, Smithsonian Institution Press, Washington and
London, 1991.
George Perec, L’infraordinario, Bollati Boringhieri, Torino, 1994.
Sally Price, Primitive Art in Civilized Places, The University of Chicago Press, Chicago and London, 1989.