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Il moderno ritorno all’Eden. Carlo Ratti parla del progetto per la nuova Fondazione Agnelli

  • Pubblicato il: 13/05/2016 - 13:32
Rubrica: 
FONDAZIONI PER LA CULTURA
Articolo a cura di: 
Giangavino Pazzola

Dal 2008 la Fondazione Agnelli ha orientato in maniera decisa i suoi sforzi nella ricerca sulle tematiche legate all’education – scuola, università e life learning –, riconoscendo lo sviluppo del capitale umano come strumento principe nella crescita della collettività, basata sul benessere economico e la coesione sociale. Numerose sono le attività incentrate sulle problematiche connesse al sistema scolastico e universitario e sulla ricerca di possibili soluzioni, sempre nella prospettiva della centralità del servizio scolastico pubblico. Assecondando l’opportunità di adeguare gli spazi ad esigenze in continuo cambiamento, l’ente torinese decide di rinnovare la propria sede storica e di conferire l’onore e onere del progetto ad un’eccellenza dell’architettura internazionale, il torinese Carlo Ratti. Direttore del MIT SENSEable City Lab di Boston, l’architetto e ingegnere è stato chiamato a creare «uno spazio per Homo Ludens collaborativi, capaci di apprendere gli uni dagli altri» in coliving, coworking e comaking. Parole chiave anche in un altro progetto di Ratti: la riqualificazione della Caserma La Marmora in una “casa-bottega” che impegnerà Cassa Depositi e Prestiti
 
 
 
Torino. Giro di boa per la Fondazione Giovanni Agnelli che, per il mezzo secolo di vita, rinnova la propria storica sede di via Giacosa. Il progetto firmato Carlo Ratti Associati tiene conto della necessità di tracciare un nuovo cammino per la città e chi la abita, “individuando nell’innovazione e nell’imprenditorialità due ingredienti base per il futuro”, come afferma il vicepresidente dell’ente, John Elkann.
Una visione progettuale che lega società e tecnologia, trait d’union formale e concettuale tra formazione, ricerca e valorizzazione delle conoscenze. Laboratori, spazi di coworking e incubatore di impresa, luoghi per la ricerca e tanto altro dovrebbero esser pronti per la primavera del prossimo anno, descrivendo un ambiente ideale alla nascita e scambio di idee. Un edificio aperto alla città e dinamico. Abbiamo approfondito vari aspetti del progetto con il professor Carlo Ratti, architetto, ingegnere e fondatore dello studio che ha partorito l’idea.
 
La mission di Fondazione Agnelli è quella di “promuovere studi e iniziative sul mondo dell’istruzione, dalla scuola dell’infanzia fino all’università”. Dalle informazioni disponibili al momento, sappiamo che il suo intervento  è orientato a rendere la sede di via Giacosa uno spazio multifunzionale, aperto alla città e alle scuole, ma che rappresenti – contestualmente – l’ambiente idoneo alla proliferazione di idee vincenti per start up e giovane imprenditoria. Qual è la sua visione delle attuali modalità di apprendimento e come crede si possa generare un legame tra formazione e lavoro?
Credo molto nell'idea di rete o network. E nel fatto che il modo migliore per creare una rete tra attori diversi sia quella di creare una prossimità spaziale tra di essi. Per questo abbiamo pensato alla Fondazione Agnelli come uno spazio molto connesso – sia all’esterno verso la città sia all’interno tra le sue diverse anime. Non si tratta però di una vicinanza costrittiva e rigida - piuttosto di un'opportunità per far incontrare professionisti e studenti, manager e startupper in vista di uno scambio costante e costruttivo.
 
 
 
Il villino oggetto del suo prossimo recupero, già ampliato in via Giacosa dall’architetto Albertini, ha ospitato la Fondazione Agnelli sino al 2011 dopo esser stato per lungo tempo la residenza torinese del fondatore della FIAT, e Senatore del Regno, Giovanni Agnelli. Qual è stata l’intuizione iniziale e quale il concept elaborato per coniugare diversi livelli semantici (spazio privato, storia, nuove funzioni) e integrare l'edificio alla città?
Abbiamo cercato di lavorare sull'idea di intarsio – così come avevano già fatto Albertini prima, e Gabetti & Isola poi, nel secondo Novecento. Ci sembrava importante creare un tessuto connettivo che non annullasse i trascorsi dell'edificio, ma ne evidenziasse la complessità e il valore. Già l'intervento di Albertini era partito dalle preesistenze, tenendo in conto la relazione con la struttura originale e con il grande giardino che circonda l'edificio – qualcosa di insolito per quegli anni di scarso rispetto per il passato. Noi abbiamo adottato un approccio simile negli interventi architettonici e allestitivi, per creare un nuovo polo aperto alla città.
 
 
 
Il concetto di progresso differisce da quello di cambiamento per la capacità di conservare e trasformare il passato e, contemporaneamente, arricchirlo con forme e pensieri nuovi. Quali operazioni saranno orientate alla conservazione fisica del complesso edilizio, dei suoi significati, e quali invece ne delineeranno una nuova vita e ne miglioreranno le prestazioni?
Si tratta di un edificio importante - un simbolo della storia di Torino e della sua evoluzione. Abbiamo voluto conservarne la struttura, integrandola con nuovi “tasselli” e nuove funzioni. La volontà era di aprire un ponte verso l’esterno e allestire aree interne, funzionali e gradevoli. Come in passato l'edificio è stato un riflesso della storia industriale del Paese, vorremmo che oggi diventasse specchio di un nuovo modo di intendere la produzione – a partire dalle discipline creative.
 
 
 
Potrebbe darci qualche dato sui costi dell’intervento e sulle capacità di sostenibilità energetica, ambientale ed economica del progetto?
I costi dell’intervento di ristrutturazione sono ancora in fase di definizione. Tuttavia abbiamo lavorato molto per minimizzare i costi di esercizio. Sperimenteremo una tecnologia molto innovativa: per la prima volta al mondo tutto l’edificio sarà in grado di riconoscere la presenza o meno di persone – e di rispondere di conseguenza riducendo ad esempio il riscaldamento o i livelli luminosi. Un po’ come i nostri computer che vanno in stand-by quando non sono utilizzati
 
 
 
Nella nuova Fondazione Agnelli potrà svilupparsi un apprendimento tra pari orientato al lavoro e al pieno esercizio dei diritti di cittadinanza oppure pensa sia indispensabile un indirizzo pedagogico ed etico-politico che metta in sinergia attori a più scale? Ritiene che i nativi digitali siano avvantaggiati dalla pratica di tali ambienti rispetto alle altre generazioni?
Come dicevo, sono molto interessato ai contesti e ai progetti in cui ciascuno mette a disposizione la propria esperienza e le proprie competenze. La nuova Fondazione Agnelli sarà un luogo per lo scambio delle conoscenze, e sarà un luogo aperto a tutti. Le differenze formative sono importanti, perché generano conoscenza; non vanno annullate a priori. Immagino uno spazio in cui attori diversi possono collaborare e apprendere gli uni dagli altri.
 
 
 
Nel recupero e integrazione sono stati progettati anche spazi di incontro e di relazioni, con articolare attenzione per le modalità laboratoriali legate alla creatività e all’innovazione. Potrebbe darci una definizione di cosa significano – per lei e oggi – creatività e comunità?
Scriveva Constant, artista olandese ed esponente di spicco del Movimento Situazionista, che le nuove tecnologie avrebbero radicalmente cambiato volto al lavoro, dando nuovo impulso alla creatività. "In the worldwide city of the future…a society of total automation, the need to work is replaced by a nomadic life of creative play, a modern return to Eden. The ‘homo ludens’, whom man will become once freed from labor will not have to make art, for he can be creative in the practice of his daily life.” Forse oggi questo sogno sta iniziando ad avverarsi. Tuttavia, c’è un aspetto che forse Constant non aveva previsto: proprio la dimensione sociale introdotta dalle reti. Mi piacerebbe quindi pensare alla Fondazione Agnelli come a uno spazio per Homo Ludens collaborativi – potremmo definirli Homines Ludentes capaci di apprendere gli uni dagli altri. Un processo condiviso, in cui una comunità di sapere agisce e inventa il proprio ambiente.
 
 
 
Come immagina che le persone possano interagire con l'ambiente costruito, la tecnologia digitale e l’architettura?
L'architettura è sempre stata un'interfaccia tra noi e il mondo che ci circonda - una sorta di terza pelle – oltre a quella biologica e a i nostri vestiti. Fino a oggi tuttavia è stata un involucro rigido, quasi un corsetto. Domani, forse, potrà essere in grado di rispondere in modo dinamico alle nostre necessità e di adattarsi alle nostre abitudini. Immagino un'architettura viva, con cui interagire in modo naturale e diretto, capace di mutare in base alle nostre esigenze. Quello di cui parlavamo poco fa – l’edificio che cambia temperatura e livelli luminosi in funzione della presenza umana – fa parte di questa visione.
 
 
 
Co-living, co-working e co-making sono le keywords per la riqualificazione della Caserma La Marmora, un altro suo nuovo progetto a Torino che partirà dal 2018. L’intervento impegnerà Cassa Depositi e Prestiti con un investimento stimato di 25/30 milioni di euro. Potrebbe darci qualche anticipazione progettuale e raccontarci della sua idea di “modello della casa-bottega”?
Il progetto è ancora in corso, ma contiamo di lavorare lungo due direttrici principali. La prima è quella del miglior uso degli stessi spazi nel corso della giornata, una specie di approccio Airbnb applicato all’intero complesso (perché avere grandi spazi di vita o di lavoro che usiamo solo una volta al mese? Perché non condividerli con il resto della comunità?). La seconda direttrice riguarda invece proprio il modello casa-bottega, e la riconciliazione di quell’innaturale distacco tra vita privata e lavorativa che emerge nell’era moderna. In questo senso, però, non vogliamo imporre nessun modello rigido. Semplicemente, come scriveva il grande architetto John Habraken, vogliamo dare ai cittadini un’infrastruttura costruita che essi possano poi a loro volta personalizzare e adattare alle proprie esigenze.
 
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