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I miti da sfatare per il Terzo Settore. Prosegue il dibattito. La parola a Zamagni

  • Pubblicato il: 15/06/2018 - 13:03
Autore/i: 
Rubrica: 
OPINIONI E CONVERSAZIONI
Articolo a cura di: 
Catterina Seia
Prosegue il dibattito acceso dall’articolo di Carola Carazzone, Segretario Generale Assifero, su queste colonne. Una lucida e argomentata diagnosi sui fattori chiave per il balzo necessario del Terzo Settore, affinchè possa diventare, realmente, con efficacia, agente di trasformazione sociale. Falsi miti e trappole, come la “logica perversa del finanziamento per bandi”, che rischia di mutare geneticamente le organizzazioni in progettifici, la carenza di investimenti in strutture e capitale umano, elementi centrali per produrre capitale sociale.  Commenta l’illustre economista Stefano Zamagni, tra i padri dell’Economia civile nel nostro Paese, Presidente dal 2001 del comitato scientifico di AICCON, l’Associazione italiana per la cultura della cooperazione e del non profit.
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Il finanziamento per bandi - con specifico riferimento agli Enti del Terzo Settore- è per un verso obsoleto. Appartiene a un mondo che oramai è superato e induce comportamenti di natura immorale perché obbliga di fatto, in modo indiretto, le organizzazioni all’autosfruttamento e alla competizione posizionale anziché a quella di tipo cooperativo". Mina “la libertà di progettazione, perché (…) l’ente  deve  sforzarsi di interpretare l’opzione favorita dai finanziatori.”  Quali le conseguenze? “Enti che non  possono investire su strutture, capitale umano e identitario, sulla cultura dell’organizzazione, che in tal modo si logora. Un invito alle Fondazioni filantropiche a cambiare la strategia erogativa. Comincino, cioè, con la gradualità necessaria, a diminuire i finanziamenti per bandi e inizino a individuare le realtà da far crescere nelle varie dimensioni.

Professore, qual è la sua posizione rispetto al sasso nello stagno gettato da Carola Carazzone con il suo articolo sul Giornale delle Fondazioni che, superando preoccupazioni di varia natura, ha stimolato un dibattito libero su un tema oggi di straordinaria rilevanza, sulle condizioni necessarie al Terzo Settore per esprimere le proprie potenzialità di agente di innovazione sociale?
Concordo pienamente con la tesi che l’autrice difende a proposito dei due miti da sfatare nel Terzo Settore. Il finanziamento per bandi - con specifico riferimento agli Enti del Terzo Settore- è per un verso obsoleto. Appartiene a un mondo che oramai è superato e induce comportamenti di natura immorale perché obbliga di fatto, in modo indiretto le organizzazioni all’autosfruttamento e alla competizione posizionale anziché a quella di tipo cooperativo. Non solo.  Non fa altro che spingere e incentivare l’adozione di modelli di governance per le organizzazioni di Terzo settore che ormai neppure le imprese for profit ritengono più adeguati.  Quindi, il paradosso è che continuando su questa via si finisce col fare del male, non consentendo al Terzo Settore di svolgere quel ruolo trasformazionale della società che è  la sua missione.  
Triplice la conseguenza. Primo, i costi generali, sui quali Carazzone, giustamente, richiama l’attenzione. La percentuale di riconoscimento di questi sul finanziamento complessivo è in media del 10% per gli Enti assegnati. Ricorda l’autrice che negli Enti for profit i costi generali arrivano al 35%.  Perché questa differenza? Scoraggia negli Enti del Terzo Settore sia l’investimento nel capitale umano, sia l’investimento specifico nella cultura di impresa.
La seconda conseguenza è che non si tiene conto del fatto che la missione, come per altro la democrazia, ha dei costi.  L’identità non è acquisita una volta per sempre, ma va costruita e re-inventata nel tempo. Nel Terzo Settore assistiamo a una fuga delle persone più qualificate e ad alto potenziale perché l’identità si consuma, viene ingrigita e  gli  enti si impoveriscono  nel medio/lungo termine, anche se nel breve termine il finanziatore concede risorse  per  realizzare specifici progetti.
 
E’ complesso attrarre e mantenere capitale umano di qualità se non si investe nelle organizzazioni.
Esatto, ma soprattutto grave è la terza conseguenza cui sopra facevo riferimento. Essa concerne la perdita della libertà di progettazione. E’ evidente infatti che con il meccanismo dei bandi l’ente di terzo settore deve per forza sforzarsi di interpretare l’opzione favorita dai finanziatori. E quindi dov’è la libertà?
Quindi a Suo avviso, il reiterato finanziamento per bandi schiaccia la visione, le progettualità per rispondere ai parametri indicati?
Anziché diventare, come dovrebbero, agenti di trasformazione della realtà circostante, gli Enti del Terzo Settore, con questa metodologia di sostegno diventano agenti di conservazione dell’esistente, che cercano di catturare la “simpatia” del finanziatore cercando di immaginare ciò che desidera.  Questo è molto grave, soprattutto in un paese come l’Italia.
 
Perché l’Italia non supera questa posizione?
In Italia non si vuole prendere sul serio il principio della co-progettazione. La legge 328 del 2000 ha introdotto nel nostro ordinamento, per la prima volta, il principio di co-progettazione tra Ente pubblico ed Ente del Terzo Settore,  che però è rimasto finora disatteso. Ovviamente, in molti usano l’espressione, abusandola però e interpretandola in maniera impropria, violando lo spirito della norma. Le ragioni sono molte, ma il punto è che c’è un’avversione nel nostro Paese al principio di sussidiarietà circolare che è componente integrante della co-progettazione.  Ci si ferma, quando va bene, alla sussidiarietà verticale e a quella orizzontale. L’altra ragione è che i finanziatori, sia privati che pubblici, hanno interesse ad avere Enti del Terzo Settore che eseguono fedelmente, con competenza, quello che viene loro richiesto.  Ma ciò non può durare a lungo. Lo specifico degli Enti del Terzo Settore è di produrre beni relazionali - concetto che pochi conoscono anche se molti fingono di conoscere. Il come si produce ha lo stesso valore del che cosa e del quanto si produce. Ora, nel finanziamento per bandi non si tiene conto del come, ma soltanto del cosa si deve fare, del quanto si deve fare, degli obbiettivi da raggiungere, ma il come si raggiungono gli obiettivi non è preso in considerazione.  In sostanza, si tiene conto della qualità codificata e non della qualità tacita.
 
Come cambiare?
Occorre insistere sull’alzare il livello culturale del dibattito. Mettere in gioco le Università, perché prendano in mano la produzione di pensiero pensante, di un pensiero, cioè, orientato all’azione. Inoltre, occorre che le Fondazioni filantropiche, come dice Carola Carazzone nel suo articolo, inizino a cambiare la strategia erogativa cioè, comincino, con la gradualità necessaria, a diminuire i finanziamenti per bandi e inizino a individuare gli enti da far crescere in tutte le dimensioni. Soprattutto occorre mirare ad accrescere il capitale umano e il capitale identitario, se si vuole invertire l’ordine delle cose nel nostro Paese.
 
La Riforma del Terzo settore può dare un contributo?
Rappresenta un aiuto importante: nell’ultima parte, per la prima volta nell’ordinamento giuridico italiano, si parla di finanza sociale cioè di titoli di solidarietà, di obbligazioni sociali, di prestiti sociali e così via. Qual è il senso ultimo di questi nuovi strumenti che finalmente entrano nella legislazione? Consentire agli Enti del Terzo Settore di smettere di essere dei meri operatori sociali, cioè esecutori di progetti le cui regole altri hanno fissato, e diventare invece veri imprenditori sociali autonomi e dunque trasformatori della realtà.  La Riforma, indirettamente e implicitamente, cattura l’aspetto centrale dell’articolo di Carazzone, che è quello di muovere passi decisi da un ordine sociale di tipo bipolare ad un ordine sociale tripolare, dove stato, mercato e società civile organizzata cooperano (e non solamente collaborano) per assicurare un autentico progresso morale e civile.

 
 
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