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Ercolano non è Pompei. Anche un Museo archeologico per il progetto Packard

  • Pubblicato il: 16/02/2015 - 09:47
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Articolo a cura di: 
Manlio Lilli

C’è una foto scattata da Amedeo Maiuri nel 1960 al solaio e all’ambiente sottostante al Collegio degli Augustali, nell’area degli scavi di Ercolano. Ci sono le immagini precedenti aperte su settori più ampi dell’area archeologica. Nella seconda metà dell’Ottocento ci sono gli oli su tela del ritrattista Eugenio Tano. Ovunque si rileva quel senso di provvisorietà, di incertezza, che nessuna relazione ha con il procedere delle indagini. E’ qualcosa di più profondo, quasi connaturato, non solo a quella città antica. Il merito forse più grande di David W. Packard, figlio del cofondatore del colosso dell’informatica Hp e presidente del Packard humanities Institute, fondazione senza scopo di lucro con sede in California che contribuisce alla conservazione del patrimonio storico, archeologico e cinematografico, è proprio questo. Aver spezzato quel legame che sembrava indissolubile tra archeologia e rovina, tra siti archeologici e degrado. Averlo realizzato ad Ercolano, per certi versi l’alter ego di Pompei, dalla quale dista soltanto 16 chilometri, è non solo importante, ma anche simbolico. Dal 2001 per la città antica, dal 1997 entrata a far parte della lista dei Beni protetti dall’Unesco, è iniziata una nuova vita. Resa possibile da ingenti finanziamenti, certo. Oltre 20 milioni di euro . Finanziamenti che tuttavia sarebbero risultati insufficienti alle esigenze, quasi inutili a sanare le tante criticità, senza un vero progetto. Un articolato e documentato, perché incardinato su studi preliminari, programma di interventi. Un grand’angolo aperto sull’intera area archeologica, esito di zoommate su specifici settori. Di più su singoli monumenti.
La notizia più recente, trapelata da un sistema di comunicazione che come consuetudine preferisce fornire informazione soltanto di interventi da realizzare certi, è quella relativa ad un nuovo Museo archeologico. La circostanza che ad occuparsi di forma e dimensioni, a disegnarne lo skyline, sarà Renzo Piano, ha probabilmente contribuito a dare ancora maggior rilevanza ad un’idea corretta. Quella di fornire il sito di uno spazio nel quale esporre i materiali scavati. Un contenitore che permetta di mettere in mostra il patrimonio custodito finora nei depositi. Un Museo che dovrebbe essere tutt’altro che impattante. La probabile scelta di realizzarlo in parte interrato sembra un indizio inequivocabile sul fatto che esso dovrà dialogare con gli scavi, esserne un’aggiunta funzionale. La regia anche di questa operazione sarà di Jane Thompson, la project manager che fin dall’avvio ha curato con determinazione e capacità il procedere dell’Herculaneum Conservation Project e che dal settembre 2014 è stata chiamata a far parte della commissione paritetica di esperti designati dal Mibact e da Roma Capitale con il compito di elaborare uno studio per un Piano strategico per la sistemazione e lo sviluppo dell’Area Archeologica Centrale di Roma. Se ad Ercolano si è voltato pagina, riaprendo monumenti da tempo chiusi, procedendo con nuovi, restauri, molto si deve a lei, oltre che alla Direttrice degli scavi, Maria Pia Guidobaldi. E’ così che in questi anni si è giunti a rendere visitabili circa due terzi dell’area, compreso il decumano massimo sul quale è stato realizzato un percorso multisensoriale adatto ai disabili. Ma si è anche proceduto ad una risistemazione di circa l’80% delle coperture degli edifici ed è stata restaurata la rete fognaria antica per gestire la dispersione delle acque meteoriche, principale causa di potenziali crolli. Si è intervenuti sugli affreschi e sulle strutture, restaurando e consolidando. E’ in itinere il programma di riqualificazione dell’antica spiaggia con l’imbrigliamento delle acque sorgive e il recupero del livello antico per aprire alla visita i fornici e le arcate che custodiscono i calchi degli scheletri rinvenuti agli inizi degli anni Ottanta. Insomma tutto quello che non riesce a Pompei se non in maniera inadeguata rispetto le attese e soprattutto le stringenti necessità, ad Ercolano prende forma. Compresa la proposta di riqualificare un settore del centro urbano contiguo all’area archeologica. Quello compreso tra via Cortili e via del Mare. L’accordo, firmato da Mibact, le due Soprintendenze, il comune dell’hinterland campano e la Fondazione W. Packard per i Beni culturali nel gennaio 2014, ma entrato nel vivo nello scorso agosto, prevede l’acquisizione di un’area di 5.171 metri quadrati a nord-ovest degli scavi, la demolizione di immobili fatiscenti e la sua riqualificazione. Un’operazione il cui fine non è soltanto quello di estendere l’area archeologica recuperando monumenti obliterati da un’urbanistica senza regole, ma anche quello di ristabilire un ordine. Sia nella città moderna che in quella antica. Un intervento dunque che tenta di restituire un pezzo di paesaggio, smembrato.
Alla luce dei risultati raggiunti e dei progetti in corso, Ercolano indubitabilmente costituisce un modello, come ha più volte rilevato l’Unesco. Le ragioni che continuano ad impedire la sua riproposizione in altri contesti possono apparire incomprensibili. Perfino ingiustificate. Ma in ogni caso non permettono di uscire da politiche troppo spesso improntate alla solo risoluzione dell’emergenza. «Il problema grande della struttura pubblica è che loro sono bravissimi nell’individuare quello che c’è da fare ma poi non riescono a farlo perché sono intrappolati in un sistema che non funziona. Il nostro intervento privato invece è veloce, flessibile, operativo, quindi qui a Ercolano abbiamo trovato un’ottima intesa con il pubblico riuscendo sempre a lavorare insieme», diceva già nel dicembre 2012 la Thompson. Questioni sulle quali l’architetto gallese è tornata anche nel marzo 2014 affermando che «Anche qui non è tutto rose e fiori, eppure quando a novembre dello scorso anno si sono verificati dei cedimenti, nel giro di dieci giorni è stato affrontato, in parte risolto, sicuramente compreso. Una risposta rapida, che con i tempi della struttura pubblica italiana è impossibile dare a Pompei». Insomma qui la partnership tra pubblico e privato funziona pienamente e non solo nelle intenzioni dei proponenti, nelle fasi iniziali. A dimostrarlo gli apprezzamenti in ambito internazionale. Ma anche il procedere giornaliero, trovando risposte alle nuove criticità.
Forse la differenza tra Ercolano e la gran parte dei monumenti e aree archeologiche disseminate qua e là in Italia è proprio questa. Nella velocità, flessibilità e operatività. Può sembrare un particolare. Visitando gli scavi si capisce che non lo è.

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Manlio lilli è dottore di ricerca in archeologia (topografia antica) ed abilitato all'insegnamento universitario di seconda fascia. Ha pubblicato ricerche su strutture e infrastrutture marchigiane e laziali, oltre che tre lavori monografici sugli ambiti territoriali relativi ai centri di Lanuvio, Ariccia e Velletri. La ricerca scientifica é alternata all'attività giornalistica che esercita su diverse testate, sia cartacee che online, con articoli sulla difesa del Paesaggio e con inchieste sulla salvaguardia dei Beni Culturali.

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