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Cultura e rigenerazione urbana: parola a Matteo Bartolomeo

  • Pubblicato il: 15/09/2017 - 10:12
Rubrica: 
DOVE OSA L'INNOVAZIONE
Articolo a cura di: 
Giangavino Pazzola

Con questo numero iniziamo un percorso di ascolto dei principali relatori in programma a LUBEC 2017 | Cultura 4.0, promossa dalla Fondazione Promo PA, che si svolgerà il 12 e il 13 ottobre nella cornice dell’ex monastero agostiniano, ora sede del Real Collegio di Lucca. Il tema scelto per la tredicesima edizione è Cultura 4.0, fra dialogo e internazionalizzazione, l’interazione tra innovazione digitale e gestione e promozione dei Beni Culturali. In questa prima tranche di contributi andremo a indagare il ruolo della cultura nei processi di rigenerazione urbana, in modo tale da contribuire all’allargamento della discussione che – dopo diverse applicazioni – inizia a mostrare delle evidenze importanti. Parola a Matteo Bartolomeo, co-fondatore di Avanzi Sostenibilità per Azioni e presidente di BASE – Milano.
 
 
LUCCA – Due giorni di lavori dedicati alla cultura e all’innovazione tecnologica che, per la tredicesima edizione di LUBEC – Lucca Beni Culturali, verranno declinati su tre temi centrali: dialogo, internazionalizzazione e multiculturalismo. Sedici incontri in calendario per innestare riflessioni e soluzioni innovative nel processo di rinnovamento in atto tra Stato, mercato e terzo settore, approfondendo casi studio del panorama culturale italiano. La verifica delle possibilità offerte dall’esperienza di attori culturali pubblici e privati sarà la cartina di tornasole dei vantaggi e dei limiti generati dal programma Industria 4.0, proposto dal MISE per cogliere le opportunità legate alla quarta rivoluzione industriale. Riflessione e networking di chi – oggigiorno – si trova a sperimentare risposte all’altezza dei cambiamenti che coinvolgono il sistema economico-sociale globale, modificando l’approccio all’offerta della cultura per rispondere all’esigenza di nuovi pubblici. Abbiamo iniziato a parlare del rapporto tra cultura e rigenerazione urbana con Matteo Bartolomeo, co-fondatore di Avanzi Sostenibilità per Azioni, presidente di BASE – Milano, e amministratore delegato di Make a Cube, incubatore di startup di valore sociale e culturale. Una cultura che, nella concezione inclusiva e capacitante che ne darà Bartolomeo nella sua relazione, «sia un insieme di espressioni in grado di arricchire l’individuo e la sua relazione con le comunità, vicine e lontane».
 
Alla luce del “pentimento” di Richard Florida (autore de L’ascesa della classe creativa, Mondadori, 2002), che nel suo nuovo libro The New Urban Crisis (Basic Books, 2017) denuncia l’effetto di concentrazione del reddito e della ricchezza a seguito della gentrification culturale, quali caratteristiche e orientamenti dovranno avere le nuove strategie di rigenerazione urbana?
La rigenerazione urbana, per quanto abbiamo visto, è purtroppo spesso correlata alla gentrification. Abbiamo per molto tempo confuso rigenerazione e gentrification, considerando rigenerato uno spazio urbano diventato piacevole, bello, curato, con valori immobiliari cresciuti, i tavolini per strada. La produzione e distribuzione culturale fanno parte di questi connotati dello spazio rigenerato, sia come indicatori di condizione, sia come segnalatori di luoghi con capacità di ulteriore e positiva trasformazione.
Vedo almeno due problemi in questa accezione. Il primo riguarda la miopia dello sguardo che si sofferma su un particolare luogo. E’ uno sguardo che non entra nelle case, negli scantinati, che non si sofferma su chi abbia effettivamente accesso alla piacevolezza, alla bellezza, alla cultura. La rigenerazione via gentrification ha diviso, ha segregato, ha creato voragini tra più fortunati e meno fortunati. Il secondo punto riguarda i fenomeni di espulsione. A furia di dividere, questa rigenerazione ha espulso e ha trasferito, con la forza dei mercati (lavoro, capitale, casa in primis), ha spinto persone e famiglie altrove, in quelle che chiamiamo le periferie, generando ancora più segregazione di prima. Una spinta molto selettiva che vede l’espulsione dei vecchi e nuovi poveri. Su una scala più ampia rispetto al quartiere, vediamo quindi l’acuirsi di contrasti, le aree di colore diverso, quelle in hype e quelle in declino, quelle ad alto e quelle a basso reddito, quelle con povertà scolastica e quelle con élite culturali, quelle dei nativi e quelle dei migranti. Questa rigenerazione non è un gioco a somma positiva, e neppure un gioco a somma zero. E’ un gioco a somma negativa, in cui le differenze, su una micro scala si riducono, grazie ai fenomeni di espulsione e omologazione, ma su una scala più ampia, urbana e d’area metropolitana, crescono. E continuano a crescere. La lista dei luoghi da rigenerare si fa impressionante.
 
Dal vostro punto di osservazione (Milano, Torino, etc.) e in base alle vostre esperienze, quali potenzialità che la cultura può/potrebbe offrire nei processi di rigenerazione urbana sono stati ancora poco sfruttate dalle politiche pubbliche in Italia? Cosa manca e cosa dobbiamo mantenere?
Se si dovesse allocare la cultura come ingrediente scarso in qualche ambito, comincerei dall’educazione e dal sistema scolastico. Abbiamo in Italia un sistema scolastico pubblico tra i migliori al mondo e una quantità formidabile di organizzazioni private, non for profit, mobilitate per dare strumenti a chi è in condizione di grave povertà educativa. Sono due pilastri intorno ai quali proverei a costruire una strategia che operi come argine ai fenomeni di segregazione e come attivatore di trasformazioni di lungo periodo. Nella scuola e nei sistemi educativi, ancora prima che in altri ambiti, vediamo quasi sempre un’anticipazione di fenomeni più ampi, che attraverseranno la società in tutte le fasce di età e stratificazioni. I fenomeni di segregazione razziale e di classe – mi passi questa espressione fuori moda – cominciano a scuola, attivati dai genitori e, purtroppo, anche dagli insegnanti. Emblematiche sono le dinamiche di segregazione scolastica legate alla provenienza, che in pochi anni generano patologie non curabili che anticipano quanto poi vediamo nei quartieri e su una scala più ampia. Rompere e anticipare queste dinamiche credo sia prioritario.
Il secondo ambito dove allocherei l’ingrediente cultura è quello della produzione culturale. La produzione, anche quella amatoriale, avvicina le persone alla fruizione della cultura, in tutte le sue espressioni. Se crediamo che la cultura abbia un ruolo positivo, dobbiamo creare occasioni e luoghi in cui essa possa essere agita, praticata, frequentata e fruita. Ripensare le biblioteche, diffondere le occasioni e innovare la pratica della musica, della scrittura, del teatro, delle arti figurative. Ci sarebbe molto da fare, specie nei quartieri a rischio segregazione e in quelli che presentano già fenomeni acuti
 
Nell’ultimo decennio abbiamo assistito a una proliferazione di interventi di rigenerazione urbana “leggeri”, con i quali numerosi cittadini e gruppi formali (e non) si sono dedicati alla riattivazione di spazi pubblici e privati attraverso una sorta di attivismo autorganizzato. Se da una parte queste esperienze mostrano una grande vivacità del territorio nazionale, dall’altra dichiarano un dialogo in divenire, in un mondo in cui formazione, professionismo e attivismo spesso si mescolano e confondono. Quali sono i limiti e quali le possibilità di tali pratiche?  
Vedo un grande e positivo fermento dal basso, con azioni e incursioni che mescolano linguaggi e meticciano luoghi, che mettono in campo attori e professionalità nuove, che intersecano pubblici che tipicamente non danno valore alle espressioni della cultura codificata. Un elemento distintivo mi pare essere la congiunzione tra dimensione culturale e dimensione sociale. Fin qui tutto bene. Se guardiamo, tuttavia, alla distribuzione di questi fenomeni spontanei e ai protagonisti, vediamo una certa omogeneità: persone ad alto grado di scolarizzazione, provenienti da famiglie con mezzi economici e asset relazionali forti, che si impegnano, e talvolta si insediano, in luoghi di media marginalizzazione.
Ci troviamo di fronte una élite culturale che va aiutata ad allargare e mescolare il gruppo di protagonisti e ad operare in contesti ancora più difficili e apparentemente refrattari a qualsiasi proposta culturale. Le politiche pubbliche e gli interventi di operatori privati, quali le fondazioni, possono fare molto, disegnando un quadro di incentivi di premialità che vadano nella direzione dell’empowerment di queste pratiche e degli innovatori sociali/culturali. Dove l’empowerment si riferisce solo in parte alla capacità produttiva, ai mezzi a disposizione e, al contrario, guarda alla prospettiva di impatto su un insieme di bisogni su cui gli operatori culturali potrebbero concentrarsi con maggiore convinzione.
 
I primi spunti offerti da Matteo Bartolomeo, in merito ai temi della sua relazione in programma a LUBEC | Cultura 4.0, rappresentano una attenta e stimolante analisi nella descrizione del quadro attuale e tracciano delle traiettorie importanti per l’azione futura. La polarizzazione tra centri storici e periferie urbane – in un quadro generale di contrazione delle risorse – ha accresciuto l’esigenza di ulteriori applicazioni e sperimentazioni dello strumento culturale nei processi di rigenerazione urbana. Senza scordare di allargare lo sguardo anche alle aree interne – scala territoriale balzata agli occhi dell’opinione pubblica in seguito a una crescente attenzione a fenomeni quali lo spopolamento, l’invecchiamento o i recenti eventi sismici.
 
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