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Art4SocialChange. Identità e differenza di genere

  • Pubblicato il: 15/06/2018 - 13:00
Autore/i: 
Rubrica: 
LA PAROLA AGLI ARTISTI
Articolo a cura di: 
Elena Inchingolo
La ricerca artistica di Irene Pittatore artista torinese, classe 1979, si focalizza sulle complesse sinergie tra arte, politica, genere e sfera pubblica. Attraverso laboratori di consapevolezza ed emancipazione, con l’impiego del mezzo fotografico, sviluppa progetti di valorizzazione e documentazione creativa per istituzioni pubbliche e private, con l’intento di “promuovere, legittimare la presenza e la pubblica rappresentazione di tutti i corpi, non solo in contesti protetti”.  Il suo lavoro è un esempio concreto di arte militante che attiva processi di cambiamento socio-culturale. La parola all’artista.
 

 
"Sono partita dal cercare in casa e ho trovato gli abiti del padre del mio compagno, che non c'è più.
Il mio compagno ha ereditato una giacca e una camicia.
 È un pensiero rivolto ad un'assenza, per rianimare qualcosa che non c'è più, ma che in realtà si fa sentire".
Giulia as her father in law (You as me. Le parole degli abiti - workshop, CAMERA, Torino)
 
 
Irene Pittatore (Torino, 1979) è artista, attivista culturale e giornalista pubblicista. La sua pratica artistica indaga le responsabilità sociali e culturali del fare arte in relazione al contesto di intervento. La sua ricerca si focalizza sulle complesse sinergie tra arte, politica, genere e sfera pubblica. Conduce laboratori di consapevolezza ed emancipazione attraverso la fotografia e sviluppa progetti di valorizzazione e documentazione creativa per istituzioni pubbliche e private. Il suo percorso artistico nasce dalla passione per l’immagine in movimento - si laurea in Storia delle Teoriche del Cinema - il teatro e l’arte performativa, senza mai dimenticare la dimensione della scrittura. La prima esperienza espositivo-relazionale, dedicata all’arte contemporanea, risale al 2008. Allora, in collaborazione con la designer Francesca Macrì, ha rappresentato il Piemonte alla Biennale dei Giovani Artisti d’Europa e del Mediterraneo con il progetto di interaction design Geography of change.
L’ultimo lavoro, in progress, s’intitola You as me e si presenta come una serie fotografica e un laboratorio “narrativo-esperienziale” - come lo definisce l’artista -  che accoglie chi desidera essere ritratto in abiti altrui. You as me celebra la vulnerabilità, il potenziale politico e poetico di ogni corpo che si espone a sconfinamenti e si sottrae, anche solo temporaneamente, alla disciplina e alla costrizione di ruoli, categorie di status e genere.

Inaugurato in occasione della 32a edizione del Lovers Film Festival (2017) con la performance Habitus e un testo critico di Roberto Mastroianni, You as me è stato presentato alla 3a edizione del Fish & Chips International Erotic Film Festival con interventi di Nicoletta Daldanise, curatrice e critica d’arte, Irene Dionisio, regista e direttrice del Lovers Film Festival, Marco Giusta, Assessore alle Pari Opportunità della Città di Torino, Roberto Mastroianni, filosofo e critico d’arte, Eugenio Torre, Presidente REI esistenza e individuazione, psicoanalista junghiano.
La stagione laboratoriale su cui si fonda la progettualità, si è aperta da InGenio Arte Contemporanea (Direzione Servizi Sociali, Area Politiche Sociali – Servizio Disabili della Città di Torino), in marzo, in dialogo con Lisa Parola, ed è proseguita, nella seconda metà di aprile, a CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia con la co-conduzione di Nicoletta Daldanise.
Attratti dall’energia positiva del progetto, abbiamo incontrato Irene Pittatore per conoscere meglio le dinamiche del suo “fare arte”.

Come nasce la tua ricerca artistica ed in particolare qual è stata la genesi del progetto You as me?
Non so dire come nasca esattamente. So che molto presto mi sono trovata in bocca, nel corpo, parole calde, urticanti, indigeste, un’agitazione di sillabe, che spesso ho sedato, deviato in un delta di rivoli. La performance, la fotografia, sono forse figlie della mia reticenza a far versi. Il verso (il latrato, il raglio) - e il suo puntare contro se stesso, mancandosi - è ciò che con maggiore aderenza descrive la mia natura: reticente, assetata, irruente, segretamente suicida, un’architettura di posture per muovere passi elementari. Fotografo e percorro “il vivo" con perturbata esitazione.
La radice di You as me è un oggetto, Supposta Norma, un gioiello-scultura realizzato nel 2015, in occasione di Eros absconditus, una mostra che esplora i sogni e gli immaginari erotici contemporanei. Si tratta della riproduzione in resina di una supposta, in scala 1:1, su cui è impressa la formula matematica dello spazio normato (X: II.II). Supposta Norma è un monito caustico, incaricato di vegliare sulle figure dell’eros esposte, che tentano di eludere canoni etero-normativi, genitalità esplicite, conformità visive agli immaginari erotici dominanti. Norma è una divetta assai sicura di sé, che va spesso a braccetto con Natura, i cui confini sono invocati a gran voce da coloro che considerano deviante tutto ciò che appunto non è conforme alle suddette. Il ciondolo, in edizione limitata, si può trovare a Torino al bookshop del MEF - Museo Ettore Fico e da Opere Scelte (ndr. la galleria che segue il lavoro dell’artista).
Una parola, forse, comprende le direzioni del mio lavoro: pub(l)ic. La “l” è il limen, la parete porosa, un punto di oscillazione sensibile tra intimo e pubblico. Gli aspetti politici del privato hanno fatto presto irruzione nella mia ricerca, come l’interesse per la dimensione pubblica dell’arte.
Fra Supposta Norma e You as me c’è ancora un tassello, la performance Habitus (2017), realizzata con un gruppo di giovani performer al Cinema Massimo di Torino, prima della proiezione di un film del Lovers Film Festival. Una coreografia minima, un pubblico scambio d’abiti fra sconosciuti, un esercizio collettivo di erosione delle convenzioni che confinano le persone entro parametri e convenienze di genere, una ricerca sull’abito come soglia fondamentale, come pelle sociale, come linguaggio che esprime e codifica le dierenze. Si può dire sia stata la prova generale di You as me. La destabilizzazione che ho percepito negli astanti e il timido entusiasmo dei performer mi hanno spinta a proseguire la ricerca con un affondo sulle forme e sulle ragioni dello scambio d’abito (ndr. habitus).

Nell’ambito del progetto You as me, quali laboratori “narrativo-esperienziali” hai realizzato, con chi e quali sono stati gli esiti?
L’esperienza nella conduzione di laboratori di consapevolezza ed emancipazione attraverso la fotografia, sviluppata con l’educatrice professionale Erika Stefanelli di Progetto Habitat - che anche quest’anno sarà restituita in anteprima al PARI - Polo delle Arti Irregolari di Palazzo Barolo -  mi ha portata a immaginare che la dimensione relazionale di You as me potesse essere declinata anche in forma di workshop. Il lavoro con pazienti di servizi socio-sanitari (persone con disabilità o dipendenze, anziani ospiti di residenze sanitarie assistenziali), ci ha permesso di osservare l’impatto che un lavoro gentile, ma determinato, sul corpo e sulla sua rappresentazione può avere anche in persone che del corpo hanno abusato o il cui corpo ha conosciuto forme di discriminazione, malattie gravi o un naturale indebolimento. I partecipanti, a dispetto di ogni titubanza, scelgono di raccontarsi e di essere ritratti, mostrando il proprio corpo e il proprio volto, per quanto affaticati o compromessi, con esiti sorprendenti, in termini di forza e incanto liberati. Mio obiettivo è promuovere, legittimare la presenza e la pubblica rappresentazione di tutti i corpi, non solo in contesti protetti. L’intento di You as me è lo stesso, con una particolare inclinazione al lavoro sull’identità di genere e al rispetto delle differenze. Il fatto che ai laboratori You as me, aperti a tutti e tutte, partecipino soprattutto donne, giovani, bianche, eterosessuali, longilinee, rende evidente che troppi ancora sono i corpi che restano in ombra, o fuori dai giochi, che esitano ad aver luogo pubblico.

Se ti chiedessi di utilizzare tre concetti per descrivere questo lavoro cosa diresti?
Pratica della non-conformità, militanza per la rappresentazione di ogni corpo, accudimento delle vulnerabilità.
 
Quali sono i prossimi step del progetto?
A Nizza è in corso una mostra ed è in programma un laboratorio. La mostra è allestita negli spazi della Librairie Vigna LGBT et féminisme, dal 2 giugno all’8 settembre 2018, in collaborazione con Les Ouvreurs Nice (Festival IN&OUT) e Botoxs (Festival Curiosité(s), parcours d’art contemporain des Alpes & Riviera). Il laboratorio sarà realizzato a Villa Arson, École nationale supérieure d'art et Centre d'art contemporain, il prossimo 24 giugno.
Sto riflettendo sull’opportunità che il progetto You as me confluisca in una pubblicazione, con i ritratti fotografici, i punti di vista e le testimonianze di chi ha partecipato all’esperienza e di studiosi di campi disciplinari diversi. You as me ha già un sito internet, realizzato da Lucia Arsena di Vivaria per favorire la partecipazione e una fruizione immersiva. Vorrei che anche l’eventuale edizione cartacea fosse strumento di ricerca e di studio, di attivazione. È in atto un confronto con Valentina Porcellana, ricercatrice di Discipline Demoetnoantropologiche presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università degli Studi di Torino, per creare ponti tra sfera artistica e antropologica in un dialogo critico continuo.
Sto lavorando affinché You as me diventi un format progettuale ed esperienziale da proporre a musei e accademie a diverse latitudini, per esplorare e approfondire la dimensione militante, inclusiva dell’arte contemporanea, in un momento in cui vedo a rischio un approccio laico e democratico alla cosa pubblica, l’accoglienza e il rispetto per tutte le persone, quali che siano le provenienze geografiche e culturali, gli orientamenti sessuali.
 
Altre progettualità future?
Grazie alla collaborazione con la Cooperativa Animazione Valdocco, la voce empowerment e body caring nel mio lavoro sta assumendo nuovi profili. Da un paio d’anni lavoro con donne senza fissa dimora, con migranti e richiedenti asilo provenienti da tutto il mondo, in sinergia con la formatrice teatrale Virginia Ruth Cerqua. Restituire dignità, portare luce su abilità e attitudini accantonate o vituperate, è una corrente a doppio mandato: tanto si prova ad attivare, sollecitare, liberare, incoraggiare nei propri interlocutori, tanto si apprende, si raffina, si vede fiorire in se stessi.
Grazie al curatore Pedro Medina, nell’ultimo anno si è aperta per me anche una linea di indagine sull’impatto del turismo sulle città d’arte e vacanza. Il progetto Lavoratori del Turismo, parte dell’osservatorio Ciutat de Vacances, ha l'obiettivo di definire, attraverso il video, un dispositivo per osservare, registrare e comparare le conseguenze del turismo globale in particolare sul lavoro nel settore turistico. Il progetto, sviluppato a Venezia ed esposto a Palazzo Grimani, è proseguito al Museo Es Baluard di Palma di Maiorca, grazie al programma di residenza europeo The Spur.
Sto lavorando affinché possa fare tappa a Barcellona. La mia pratica ha delle ricorrenze: prima di produrre, cerco le condizioni per entrare in relazione diretta con gli attori dei contesti in cui opero, in questo caso professionisti del settore turistico, ma anche studiosi locali, docenti e artisti. Un progetto che accompagna il mio percorso dal 2015 è R-set, Tools for cultural workers, sviluppato da Impasse con il Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino. Un gruppo di professionisti della cultura e dell’arte contemporanea ha deciso di discutere pubblicamente delle condizioni materiali del proprio lavoro, di economie ombra e sfruttamento, favorendo il servizio di messa in rete di ricerche e progetti d’arte legati alla valorizzazione del lavoro artistico e culturale e di un suo equo trattamento. Entro fine anno istituiremo un premio alla ricerca dedicato a nuovi modelli di sussistenza per le organizzazioni culturali, con il supporto di Rete al Femminile, associazione di promozione sociale dedicata alla formazione e al networking per libere professioniste.
 
Le tue opere trasmettono una raffinata sensualità poetica. Quali sono i tuoi riferimenti letterari?
Parto dalla fine. Da un caso marginale, Violette Leduc, poggiato sul mio comodino. Una scrittura randagia, ossessiva, autoptica, di un’autrice (L’affamata, La bastarda) che non riesce a corrispondersi; un’esistenza segnata indelebilmente dall’incontro con Simone de Beauvoir. La cronaca di un’insolubile attesa, una superba asfissia. Accanto al mio letto, negli anni, hanno cullato il mio sonno i Canti di Leopardi, i Capricci di Carmelo Bene e Nostra Signora dei Turchi, Salomè, il Petrolio di Pasolini, … Sono stata salvata da Judith Butler, (ndr. filosofa post-strutturalista americana che si occupa di filosofia politica, etica, femminismo, teoria letteraria e queer), ho pianto della Malora che mi ha dischiuso la vertigine di una lingua precipitosa, mi son persa con Molly Bloom nell’Ulisse. Ho guardato il fondo del pozzo di Medea con Christa Wolf, ho invocato la sua Cassandra. Ho aspettato Godot, ho affrontato un insensato Processo, ho subito una immensa spaventosa Metamorfosi.
 
E, tecnicamente, cos’è per te la macchina fotografica?
Una creatura di cui mi interessa poco la sofisticazione tecnologica: non sono una feticista del mezzo, sebbene sia sedotta dai lunghi tempi di posa, dalle trasformazioni dei formati e dei supporti nel corso del tempo. Il dispositivo video-fotografico è un’arma che ho rivolto in primo luogo contro di me, di cui provo a forzare le possibilità.
 
Sei stata anche art contributor per MW – First gender neutral magazine e Playboy, per i quali hai curato una rubrica dedicata all’erotismo nella cultura e nell’arte contemporanea. Puoi raccontarci la tua esperienza?
Artist’s playground e Hotelle - stanze sull’arte contemporanea sono stati per due anni palestre di ricerca e studio, piccoli campi di battaglia. Ho potuto lavorare in autonomia e piena libertà, affrontando questioni femminili e femministe trasversali all’arte contemporanea, attraverso interviste, testi, fotografie, progettualità accessibili a un pubblico di non addetti ai lavori. Cito l’intervista a Beatriz Colomina, storica dell’architettura, nota per le ricerche sull’architettura in relazione a studi di genere. Non potevo lasciarmela scappare: abbiamo discusso della sua Playboy Architecture, 1953-1979, una mostra che racconta in che modo l’architettura e il design giocarono un ruolo cruciale nella creazione delle fantasie di seduzione di Playboy, così come la rivista riuscì a influenzare il mondo del design e dell’architettura. Colomina ha smascherato l’ossessione di Playboy per il design moderno, il legame inestricabile fra architettura della seduzione e seduzione dell’architettura, riflettendo inoltre su come la rivista abbia reso accettabile, per un uomo, provare interesse per il proprio stile personale, per l’arredo d’interni e per il design. Come disse Hefner nel suo primo editoriale, il playboy è un indoors man (a partire dalla veste da camera in seta con cui “Hef” era solito farsi ritrarre in pubblico).
 
Nel tuo percorso di indagine hai collaborato anche con la Fondazione Sardi di Torino, che opera in favore della tutela, della promozione e della valorizzazione dell’arte moderna e contemporanea, occupandosi del recupero di documenti e archivi d’artista oltre alla produzione di opere d’arte e progetti curatoriali ed editoriali, in ambito nazionale e internazionale. Puoi raccontarci in che modo è nata questa collaborazione?
Abbiamo iniziato a collaborare grazie a Lisa Parola, critica d’arte e attualmente curatrice presso la Fondazione Sardi. È sua, anche l’intervista che ha accompagnato la prima esperienza di laboratori di You as me a Torino. Ho conosciuto Lisa nel 2006, in occasione del workshop di Massimo Bartolini, a cura di a.titolo, nell’ambito della rassegna Proposte, che l’Assessorato alla Cultura della Regione Piemonte dedicava agli artisti under 35 operanti sul territorio. Da quel momento non ci siamo più perse di vista.
Torino senza schemi (2017) è il video racconto che ho realizzato per rappresentare la Fondazione Sardi ad Artissima, alla mostra Deposito d’Arte Italiana Presente, a cura di Ilaria Bonacossa e Vittoria Martini. Si tratta di una memoria della mostra Torino senza schemi, con cui la Galleria Carlina di Pinuccia Sardi e Angelo Bottero avviò il proprio corso nel 1994. Il lavoro inizia da un’unica immagine: un accumulo di opere appoggiate al muro e posate a terra su fogli di pluriball, in attesa di essere allestite. Senza più opere, la flaneuse Pinuccia Sardi, presidente della Fondazione omonima, accompagnata da Lisa Parola, ripercorre le ragioni e le forme di una mostra che era un dialogo tra opere di autori piemontesi e italiani attivi negli anni del Deposito del 1968, progettata con il collezionista e amico Marcello Levi.