SUD IN TRASFORMAZIONE. SAN BERILLO, SPERIMENTASI NUOVA CITTADINANZA

  • Pubblicato il: 15/05/2017 - 18:27
Rubrica: 
DOVE OSA L'INNOVAZIONE
Autore: 
Francesco Mannino

Cosa accade dopo l’aggiudicazione di un bando. Uno dei tre progetti ad essere finanziato nel 2015 con il concorso di idee BOOM Polmoni Urbani, il progetto Trame di Quartiere interviene su un’area di Catania che fino a qualche anno fa sembrava destinata alla desertificazione sociale, preliminare d investimenti immobiliari speculativi. Ma la storia sta andando diversamente, tra abitanti che divengono comunità, visioni di impresa sociale e memorie riconnesse. E con una inaspettata vicenda di filantropia spontanea.
 


 
Una città del sud Italia, Catania. Un quartiere complicato, con ancora tante aree di degrado estremo, San Berillo. Un edificio che sembrava destinato alla demolizione, Palazzo De Gaetani, all’angolo tra la via delle Finanze e via Pistone. Dentro, oggi, una scuola di corano per bambini (senegalesi), la sede del laboratorio audiovisivo “San Berillo Web Serie DOC” condotto da Maria Arena (regista del film “Gesù è morto per per i peccati degli altri”), il laboratorio di teatro sociale sulle identità e relazioni di genere tenuto da Mariagiovanna Italia e Luisa Sannella (che ha dato vita al recentissimo “Specula-Speculorum, Theatour itinerante a San Berillo): e su tutto ciò campeggia il “Manifesto dei diritti e dei doveri delle prostitute di San Berillo”, mentre al piano superiore una decina di senza casa autogestiscono una residenza. Raccontata così è complessa da capire, la situazione. Eppure tutto comincia ad avere un senso. Proviamo a ricostruire.
Il quartiere San Berillo di cui stiamo parlando in realtà è il residuo marginale di un’area molto più vasta che negli anni Cinquanta fu rasa al suolo per fare posto al centro direzionale di Corso Sicilia, nella più coerente (e tardiva) tradizione hausmanniana: costruire retoriche (e politiche pubbliche) di città moderne, deportare in periferia gli abitanti (circa 30mila) delle aree scelte per la rappresentazione di quella modernità, innescare processi di speculazione edilizia anche con fondi pubblici, lasciare sacche di degrado ai margini, dimenticarsene. San Berillo è tutto questo, una enclave ai margini del modernissimo e centralissimo Corso Sicilia; un quartiere a cui rimangono appiccicate definizioni come “a luci rosse”, “da demolire”, “sacca di criminalità” e tante altre.
Eppure è abitato, San Berillo: da donne e uomini che lavorano nel mercato del sesso, da una densa comunità di senegalesi, da tanti italiani. Una umanità che convive in alcuni isolati in parte in pessime condizioni (palazzine sventrate, porte murate, orinatoi a cielo aperto), ma anche con alcuni accenni di rigenerazione urbana (nuovo manto stradale, illuminazione): preludio, secondo il locale comitato di quartiere, di una seconda ondata di gentrificazione e speculazione, parzialmente accennata ma ancora dormiente, in attesa di tempi migliori.
Qui gli abitanti, dopo aver incontrato i giovani ricercatori che lavoravano dal 2011 al progetto Urban Cultural Map, decisero nel 2013 di organizzarsi, di rivendicare dignità e rispetto aggregandosi nel Comitato Cittadini Attivi San Berillo. Mappatura di comunità, feste in strada con tutti i residenti (Porte Aperte a San Berillo), confronto serrato e progettazione (partecipando ai bandi Che Fare e a Culturability) fino alla partecipazione al bando BOOM Polmoni Urbani, concorso di idee finanziato con risorse del Movimento 5 Stelle Sicilia, in particolare con le somme ricavate dalla restituzione di parte degli stipendi mensili dei Deputati 5 Stelle all’ARS.
Il Giornale delle Fondazioni ha ospitato nel 2015 un primo articolo su BOOM, e nel 2016 un racconto del progetto “Trame di Quartiere”, vincitore del concorso con una dotazione di 120mila euro in tre anni. Comprendere con il piglio dell’antropologo, coinvolgere con l’entusiasmo del cittadino attivo, agire con l’impeto del militante: queste alcune delle energie che il gruppo informale di Trame ha messo in gioco per affrontare la fragilità del quartiere, in un abbraccio progettuale che tendesse all’inclusione delle persone. Con un impianto teorico forte, frutto di una impostazione scientifica molto orientata alla ricerca e alla sperimentazione sociale.
Grazie all’impulso offerto dal finanziamento a fondo perduto, il progetto di San Berillo diventa via via più solido e soprattutto si concentra su un luogo fisico – Palazzo De Gaetani – come centro propulsore dell’idea primordiale e delle azioni immaginate.
Tutto nasce da una casualità, di quelle che vanno raccontate: mi aiutano Luca Lo Re e Roberto Ferlito, e poi a distanza Andrea D’Urso. Il comitato prova a recuperare con le proprie forze uno dei tanti edifici abbandonati e decrepiti, uno qualunque appena sgomberato dai suoi precari abitanti dopo un principio di incendio. Il Comune decide di emanare una ordinanza di messa in sicurezza e convoca il proprietario, che arriva sul posto e lì incontra alcuni membri del comitato, organizzazione che lui non conosceva non abitando nel quartiere. L’incontro è un colpo di fulmine, perché il proprietario riconosce nelle spinte degli attivisti una straordinaria energia per trasformare un pericolo in una risorsa sociale, nonché scopre che le loro attività di ricerca stanno portando alla luce una storia di famiglia altrimenti sepolta sotto le demolizioni degli anni Cinquanta. Sì perché il padre di Giovanni De Gaetani – quel proprietario dell’omonimo palazzo – era un consigliere comunale, ispiratore del giornale satirico “La voce dell’Etna” che si oppose strenuamente all’operazione di sventramento del quartiere e alla deportazione dei suoi abitanti storici. Una nuova lotta per la dignità che si incontra, casualmente, nel luogo che ospitava la più antica ma simile battaglia. Un caso imprevisto che piuttosto è un fatto di serendipità, perché da questo incontro fortuito nasce l’idea di partecipare a BOOM. De Gaetani infatti mette a disposizione con un comodato d’uso gratuito l’edificio per 5 anni (rinnovabili) e addirittura ripara il tetto a sue spese. Il gruppo informale, di cui Giovanni fa parte, diventa associazione e avvia le attività indicate nel progetto.
Parte la cosiddetta “fase zero”: mentre si mette in sicurezza l’edificio e si sgomberano i locali del piano terra (una decina di container di macerie, rimosse dagli abitanti e trasportate dal Comune in qualità di partner del progetto), si attivano le utenze (luce, acqua) e si avviano le prime iniziative, dislocate in altre sedi del quartiere in attesa dell’agibilità dei locali del palazzo. Parte il primo laboratorio audiovisivo della Web Serie, nonché Trame di Genere, il laboratorio di teatro sociale che produrrà il Teatro dell’oppresso; infine viene messa in piedi la mostra “Il sogno dei sanberilloti” presso l’Archivio di Stato di Catania. I lavori all’interno proseguono ma ancora rimangono rinchiusi all’interno dell’edificio.
Proprio per questo motivo forse l’atto più significativo di tutti diventa l’abbattimento dei muri che erano stati imposti dal Comune per “questioni di sicurezza”: simbolo di negazione, emblema di rinuncia di una città ai suoi edifici e agli usi possibili, quei muri sono stati prima la pelle del quartiere “tatuata” da un’orda di street artist (Res Publica Temporanea e altri), che con l’iniziativa della pittura delle porte murate hanno restituito poetiche ed estetiche raccolte nelle conversazioni con trans, prostitute e altri residenti. Poi i muri che occludevano le porte di Palazzo De Gaetani sono stati demoliti per trasformare la separazione in connessione, unendo la strada, lo spazio pubblico, con l’interno dell’edificio, nuovo spazio pubblico restituito.  Già oggi, raggiungendo il palazzo, si possono trovare i laboratori attivi, la scuola di corano per bambini, andirivieni di persone.
Parte così la “fase uno”, quella che dovrebbe portare al consolidamento (aiutati dall’acceleratore d’impresa Vulcanìc), al compimento del progetto finanziato da BOOM e all’avvio a regime della nuova vita di Palazzo De Gaetani. Innanzitutto la co-creazione degli allestimenti di quello che diventerà il “Centro di documentazione  e progettazione per il territorio”, uno strumento di narrazione delle memorie vive del quartiere e dei documenti che ne tracciano la storia. Un processo di creazione collaborativa di uno spazio che diventi un luogo non solo di memorie ma anche di costruzione di ipotesi per il futuro: del palazzo, della via, del quartiere. Ipotesi che non sembrano germogliare solo in direzione oppositiva alle possibili speculazioni, quanto piuttosto attente ai bisogni dei residenti attuali, ma anche di nuovi potenziali residenti o utilizzatori temporanei. Perché per Trame la comunità non è data, cristallizzata ad un certo momento del tempo: è invece un atto di costruzione, è in divenire e a San Berillo sta divenendo.
Guardano al futuro, quelli di Trame di Quartiere: ad esperimenti di housing sociale inclusivo e sostenibile, che sappia accogliere tanto un homeless  che un viaggiatore sensibile diventando sostenibili anche economicamente (loro dicono che si può fare e con la loro convinzione ti convincono subito); alla scuola di corano che permetta ai bambini senegalesi di vivere nuovi spazi pubblici, a contatto con altri bambini di altre culture; agli incontri autogestiti delle sex workers, che rivendicano il diritto ai diritti, ma nel rispetto degli altri (lo scrivono nel loro Manifesto); fino alla “stanza degli attrezzi condivisi”, una idea di Seca, senegalese di 44 anni a Catania da 19, che vorrebbe consentire a chi sa fare ma non ha gli strumenti di poter andare a lavorare in campagna o in cantiere noleggiando ciò che serve e riducendo enormemente i costi. Il 15 maggio uno sportello per il sostegno psicologico degli abitanti (e non solo), seguito dall’Istituto Italiano di Psicoanalisi e coordinato dal Comitato.
Palazzo De Gaetani sta via via diventando un presidio, un progetto culturale che vuole fare una piccola rivoluzione, ovvero quella di trasformare l’abitare da fatto personale a fatto sociale. E trasformare la spinta antisociale e sterilizzante delle speculazioni edilizie, basate sul mero calcolo della lievitazione del valore immobiliare del privato in presenza di un intervento urbanistico del pubblico ma a discapito degli abitanti a basso reddito dei quartieri interessati, in una economia sana, sostenibile, che mette al centro del suo business (parola che non spaventa quelli di Trame) un altro valore, altrettanto potente e generativo: quello delle relazioni umane, che – più e meglio della gentrificazione – rendono uno spazio urbano meno insicuro, interessante, coesivo.
Emilio Casalini, giornalista e membro della commissione che ha selezionato questo progetto insieme ad altri due, ha visitato da poco San Berillo, per capire a che punto fosse il progetto: «Questa la visione che mentre camminavo per le vie di San Berillo modificava i muri e i colori davanti a me. Vedevo una contaminazione esterna che produce benessere senza distruggere l'identità. Era tutto coerente, possibile. Per questo mi sono emozionato tanto. Ma proprio tanto. Perché se non ci fosse stato l'input iniziale di "trame di quartiere" questo processo non sarebbe mai iniziato. Anzi, parlo al futuro mentre siamo ancora nel presente. Se oggi non ci fosse trame di quartiere quello che potrebbe essere domani non potrebbe nemmeno avere il senso del "possibile"».
Certo, se il progetto dovesse farcela davvero, se dovesse resistere all’estrema fragilità del quartiere e costruire una comunità nuova come intende fare, sarebbe una straordinaria affermazione che altre economie sociali sono possibili. E che le “comunità di pratiche”, come le chiamano da queste parti quelli di Trame, possono costruire dal basso nuove forme di gestione del territorio urbano. Una sferzata alla logica top-down delle politiche urbane, che recentemente sembrerebbero produrre più conflitti che altro nelle città contemporanee. Staremo a vedere, nel frattempo tutti a San Berillo.
 
Riferimenti:
http://www.tramediquartiere.org
https://www.facebook.com/pg/tramediquartiere
http://www.polmoniurbani.it/
 
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