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Politiche del quotidiano

  • Pubblicato il: 12/06/2018 - 12:08
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CONSIGLI DI LETTURA
Articolo a cura di: 
Stefania Crobe
Ezio Manzini per Edizioni di Comunità ci offre in maniera critica e attenta i processi che ruotano intorno alla tanto osannata “innovazione sociale”, restituendone la complessità e le sfumature, con una particolare attenzione alla costruzione di un vocabolario di senso

Politiche del quotidiano di Ezio Manzini – la seconda uscita di una collana curata da cheFare con Edizioni di comunità – si presenta come una lettura leggera e coinvolgente ma con solidissimi e autorevolissimi riferimenti. Edgar Morin, primo fra tutti e la cui teoria della complessità è presupposto all'intero discorso, Michel De Certeau, Martha Nussbaum, Byung Chul Han, Georg Simmel, John Dewey, Eric Hobsbawm per citare quelli a me più cari.
 
L'autore ci offre in maniera critica e attenta i processi che ruotano intorno alla tanto osannata “innovazione sociale” restituendone la complessità e le sfumature, con una particolare attenzione alla costruzione di un vocabolario di senso.
Oltre la retorica identitaria, pone al centro della sua riflessione le comunità, costituite e costituenti.
Rispetto al passato, dove la staticità del termine era il riflesso di una società i cui tempi di trasformazione erano senza dubbio meno repentini rispetto al presente, Manzini si riferisce a “comunità volontarie, leggere, aperte, in cui si bilancia l’individualità di ciascuno con il desiderio di stare e di fare qualcosa assieme. Comunità fluide, senza le quali c’è solo la solitudine dell’individualità connessa, o il tentativo reazionario di riproporre le comunità chiuse e identitarie del passato che, posto pure che in passato fossero così belle, di certo sono un passato che non potrà tornare”.
 
Comunità collaborative che sono portatrici di processi di innovazione sociale per un cambiamento a scala collettiva. Progettualità che, viscose, contaminano gruppi via via più numerosi di persone che, coinvolte, si oppongono alla cultura mainstream e gradualmente innescano modi “altri” di essere nel mondo. Comunità come spazi di opportunità – dice Manzini – in risposta alla crisi.
 
Sono pratiche che si fondano sul presupposto che la crisi è l’indicazione di una svolta necessaria di stili e bisogni, capaci di attivare, a partire dai saperi, dalle competenze acquisite e condivise, delle ipotesi di ‘patti di vita’ collettiva.
Dall'abitare collaborativo alla costruzione di luoghi intesi come spazi dotati di senso, da nuove forme di distribuzione che agiscono per un welfare di comunità a reti – alimentari, sociali, di mutuo soccorso – che ripensano la relazione tra produttori e consumatori, agendo per il bene comune.
Storie di ri-appropriazione, di generazione e generatività, di cura.
Trattasi di progettualità dell'agire quotidiano in cui disegni di vita individuali diventano progetti e processi di interesse collettivo. Azioni che agiscono quotidianamente e politicamente perché hanno il potere di percorrere altre vie, sviluppando capacità di ascolto ed empatia, senso critico, aderenza alla realtà ma anche una buona e imprescindibile dose di  immaginazione per dare vita a nuove visioni di futuro, a utopie praticabili nel presente.
Progettualità capaci di portare le pratiche verso le politiche, per intaccare e rompere lo status quo riuscendo talvolta a influenzare su scala maggiore i sistemi, a scuotere le istituzioni, innovandole, o quanto meno a suggerirne un ripensamento.
 
Il quotidiano non fa politica ma “si” fa politica. E in quel piccolo “si” riflessivo – dice Manzini riprendendo L'arte fuori di sé, un bellissimo testo di Paolo Rosa e Andrea Balzola sulla portata politica dell'arte – risiede una grande, grandissima opportunità.
Pratiche del quotidiano che, agendo politicamente, vengono annoverate dall'autore come esercizi di democrazia progettuale in cui l'innovazione sociale – elevata al “co-” – si mostra capace di creare “infrastrutture sociali” e influenzare scale più vaste che “dal basso” tendono ad abbracciare l'intera città, caleidoscopio che accoglie e riflette la molteplicità e la pluralità di queste esperienze spesso mettendone a nudo l'ingenuità e le criticità.
 
Il libro infatti non manca di rilevare le retoriche e i rischi che ruotano intorno ai processi di innovazione sociale: dagli apparati di controllo che finiscono per inglobare e invalidare la sperimentazione agita da queste pratiche, al rischio di omologazione delle stesse nel tentativo di allargare la comunità cui si riferiscono o, al contrario, l'estrema chiusura che porta al perseguimento di un cambiamento che non fa che rafforzare gruppi di élite, nuovi o preesistenti che siano. Dalla mancanza di governance adeguate a recepire la portata trasformativa di questi esperimenti alla degenerazione di quei valori di condivisione e collaborazione posti a fondamento dell'innovazione sociale stessa. Un esempio per tutti, Airbnb e i processi di gentrificazione e turistizzazione che prepotentemente innesca, come molte esperienze dimostrano.
 
Resta marginale e irrisolto il nodo della partecipazione e degli effetti che essa produce, e che forse – per le contraddizioni che genera - necessiterebbe una riflessione a parte.
Se le azioni collaborative suggerite, agite e sollecitate dalle pratiche di innovazione sociale promuovono e si fondano su una  partecipazione che non è quasi mai solo strumentale alla realizzazione di un prodotto ma è un processo di soggettivazione reciproca, è ugualmente vero che le possibilità di accesso a questi processi non è per tutti uguale e, anche se non intenzionalmente, produce – per status sociale, livello di istruzione e accessibilità culturale, tempo  e possibilità – una comunità di disinformati ed esclusi che resta ai margini delle dinamiche di innovazione e cambiamento.
Ugualmente, resta ai margini un aspetto fondamentale che pratiche di innovazione sociale possono concorrere a sollevare e rinegoziare in una prospettiva generativa: il conflitto.
 
In ogni modo, come evidenzia il testo, nelle più svariate declinazioni, le pratiche d’innovazione sociale – attraverso l’arte e la cultura, attraverso nuovi usi dello spazio, attraverso processi di rigenerazione – stanno modificando la configurazione dei territori, attraverso un processo in cui la sperimentazione si esercita localmente, producendo nuove forme di uso e socialità.
 
Se all’enfasi aprioristica del nuovo, alla retorica del cambiamento come miglioramento, si ricorre ad un'accezione di ‘inedito’, non scritto, un non ancora che abbraccia l’idea di alterità, differenza, pluralità, mutevolezza, la grande sfida dell'innovazione sociale, più che farsi sistema, sarà forse quella di non perdere il suo potenziale trasformativo continuando a creare quelle condizioni capaci di alimentare e trasformare sé stessa. Un cambiamento ben espresso dalla parola greca metábasis, che assume le caratteristiche di una mutazione come “paradigma dinamico” per coltivare una ”cultura del progetto” - come dice Manzini - e per la creazione di “comunità critiche”, capaci di esercitare un pensiero dissidente e una metamorfosi del presente.
 
Una metamorfosi, così come la intende Edgar Morin, per concludere da dove abbiamo iniziato. Ovvero come risposta ad una crisi attraverso la possibile produzione di un metasistema, da sé: “Quando un sistema non è in grado di affrontare i suoi stessi problemi vitali, o il sistema si disintegra, o regredisce, o riesce a secernere e a produrre da sé un altro sistema più ricco, in grado di risolvere i problemi, un metasistema. Un termine che rimanda a metamorfosi, che è più ricco del termine rivoluzione, perché vuol dire che ci trasformiamo, pur restando gli stessi diventiamo altri”.
 
 
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Ezio Manzini, Politiche del quotidiano, Edizioni di Comunità, pp. 186, euro 15