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Oltre lo sguardo umano. “Recognition” di Fabrica porta l’intelligenza artificiale all’interno dei musei

  • Pubblicato il: 15/03/2017 - 11:50
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Rubrica: 
MUSEO QUO VADIS?
Articolo a cura di: 
Sara Marceddu

Alla GAM, Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea, si è svolto un incontro del programma di conferenze e workshop Museum:Vision 2026 di Fondazione Torino Musei, dedicato al progetto “Recognition” di Fabrica. Sviluppato in collaborazione con JoliBrain, Angelo Semeraro e Monica Lanaro, rappresentanti del team di lavoro, vincitore della III edizione dell’IK Prize della Tate Britain, hanno descritto il funzionamento di questa intelligenza artificiale. Insieme a loro Carolyn Christov-Bakargiev, direttrice della GAM e del Castello di Rivoli, Carlotta Margarone, coordinatrice del settore comunicazione della Fondazione Torino Musei e Andrea Pinotti, professore associato di Estetica all'Università degli Studi di Milano, specialista in Teorie dell’immagine e dei rapporti fra Estetica e Storia delle Arti visive. Il progetto “Recognition” apre nuovi spunti di riflessione e opportunità che l’intelligenza artificiale può introdurre nella fruizione delle opere d’arte e delle collezioni dei musei

Torino - In collaborazione con Singularity University di Ginevra, nel 2016 la Fondazione Torino Musei ha lanciato Museum:Vision 2026. Questa piattaforma offre scambi sul futuro nel campo delle esperienze museali e delle ripercussioni dirette sui mutamenti socio-economici delle città. Vision 2026, come ha spiegato Carlotta Margarone, “ha lo scopo di individuare i trend di discussione della museologia moderna che vanno oltre i classici temi imprescindibili di conservazione, valorizzazione e promozione e si spingono in ambiti discussi dalla società: non solo le innovazioni esponenziali nel campo della tecnologia, ma anche tematiche di rilevanza sociale, la costruzione e/o recupero del legame empatico che lega i luoghi della cultura alle persone”.
All’interno di Fabrica, Centro di Ricerca sulla comunicazione di Benetton Group, nasce circa un anno fa “Recognition”, strumento di connessione tra la ricerca digitale e l’esperienza dell’arte all’interno dei musei, vincitore nel 2016 dell'IK Prize della Tate Britain in partnership con Microsoft, premio indetto dall’istituzione inglese nel 2014 per promuovere le migliori idee e pratiche per far convergere il tema della creatività e il mondo digitale.
Il focus scelto per l’ultima edizione è stato quello sull’intelligenza artificiale, nel tentativo di dare luogo ad un’intersecazione tra arte e strumenti digitali, ambito di ricerca tanto affascinante quanto ancora inesplorato. La sfida è stata quella di portare le potenzialità dell’intelligenza artificiale all’interno del mondo dell’arte visiva e capire come interconnettere un metodo razionale e oggettivo, come viene definito quello della creazione di un algoritmo, e il mondo dell’arte che afferisce a dinamiche analitiche prettamente soggettive per ciò che riguarda la sfera interpretativa ed esperienziale.
Riferimenti precedenti analoghi a quello che poi sarà il concept di “Recognition” sono stati intercettati nella piattaforma web Reddit, nella sezione Accidental Reinassance, in cui gli utenti hanno la possibilità di segnalare immagini relative al mondo del fotogiornalismo contemporaneo che, in virtù della composizione, nel rispetto della sezione aurea, potrebbero assurgere a dignità d’arte, con buona pace delle perfette geometrie pierfrancescane e della profondità degli sguardi perduti de l’”Assenzio” di Degas. Ma fino a qui l’ulteriore livello di significato riconosciuto nelle immagini è frutto unicamente dell’intelligenza umana. Con il progetto “Recognition”, entra in gioco l’intelligenza artificiale, attraverso un algoritmo in grado di associare in tempo reale opera d’arte - della collezione del Tate Britain - a foto scattate dai reporter per Reuters. L’obiettivo è quello di presentare al pubblico una galleria di immagini a confronto, chiamati matches e, contestualmente, di esporre il processo decisionale a monte dell’algoritmo dietro ogni proposta visuale. Ma cosa un algoritmo è in grado di vedere? Le aree di analisi sono quattro: object recognition, analisi che permette il riconoscimento degli oggetti all’interno delle immagini, facial recognition il riconoscimento del volto da cui estrapolare informazioni circa l’età, lo stato emotivo e il genere del soggetto analizzato, la composition individuazione di schemi compositivi, forme e strutture somiglianti e il context, cioè l’analisi dei dati a corredo delle immagini (titoli, date, tags e la descrizione dell’immagine stessa). 
Dal 2 settembre al 27 novembre 2016 sono stati processati 7271 matches, documentati nella gallery del sito, dove l’utente era in grado di esplorare il processo di riconoscimento delle immagini e analizzare i criteri di comparazione. Ma il cervello umano è entrato a una fase successiva grazie all’esposizione di “Recognition” alla Tate Britain, durante la quale il pubblico è stato chiamato alla diretta interazione: pur partendo da una selezione di opere processate dal “cervello artificiale” gli utenti erano chiamati a proporre i propri abbinamenti visivi, grazie ai quali è stato possibile raccogliere una serie di dati relativi alle differenze e similitudini tra processo cognitivo umano e virtuale. Alcuni dei risultati più significativi di questo confronto saranno pubblicati in un sito dedicato ad ospitare la gallery dei matches scelti dall’algoritmo a confronto con quelli indicati dai visitatori del museo. Se l’algoritmo e l’intelligenza umana hanno pareggiato sul riconoscimento delle similitudini di oggetti e pattern dei matches (14,5%), i visitatori ne hanno selezionato il 6% in più sulla base delle somiglianze degli schemi compositivi, mentre il cervello artificiale ha individuato un maggior numero di somiglianze basate sul volto ed è riuscito ad accostare più dati contestuali.
Sulle opportunità delle nuove tecnologie nell’agevolare e/o offrire livelli di interpretazione altri rispetto alla fruizione “pura” dell’esperienza umana, il dibattito è in continuo fermento anche alla luce di dubbi e rimostranze che necessitano di sempre nuovi elementi di discussione. Una certa cautela del mondo dell’arte ha trovato voce nell’intervento della direttrice della GAM, laddove non risulti opportuno l’accostamento del termine razionale – che si riferisce a un metodo logico-deduttivo proprio dell’essere umano – a mere esecuzioni di compiti matematici, quali quelle di un algoritmo. 
Perché paragonare la visione degli uomini a quella di un meccanismo artificiale? Come si inscrive il progetto “Recognition” e quali sono le possibili connessioni storiche con il filone di studi sui patterns recogniction della prima metà del secolo scorso, studio delle problematiche connesse all'utilizzo dei calcolatori per l’individuazione automatica dei dati? 
Di riconoscimento per analogie si occupa Andrea Pinotti che lo racconta come “meccanismo fondamentale nella storia dell’umanità, già per l’Homo Sapiens: affrontare il nuovo unicamente come tale comporterebbe un dispendio di energie tale da costringerci a ricondurre l’ignoto a qualcosa di già immagazzinato”. La mappa del mondo che ogni individuo crea, nel quotidiano, si costruisce grazie ad un processo analogico, tangente a quello illustrato (e da cui certamente si origina) la stessa matrice algoritmica di “Recognition”. Ma in che modo il “nuovo” invece viene affrontato da un’intelligenza artificiale? Il cinema ci ha abituato - continua Pinotti - si pensi all’universo disegnato dalla science fiction con “Blade Runner”, a fare i conti con robots, creature cibernetiche e androidi sviluppati in analogia con l’anthropos; ma continuano a persistere domande in merito a cosa i sensori artificiali “sentano” e abbiano la capacità di analizzare. Cosa vedono di simile e di diverso rispetto al sentire umano? La somiglianza, concetto apparentemente semplice, è tema che nasconde insidie e sfaccettature molteplici, poiché ciò che la determina è la scelta dei criteri su cui viene commisurata. 
Si potrà catalogare come “picassiana” una serie di quadri che per stile ricordano Picasso, per poi scoprire che si tratti di un Braque. Un Braque sarà assimilabile ad un Picasso, per cui si avrà ragione di sbagliare e di riconoscerlo come picassiano, in virtù della dinamica di riconoscimento dello stile, della familiarità che si riscontra tra immagini non conosciute ma che si riconducono ad una precedente esperienza. 
Da parte della cronaca giornalistica, l’assimilazione dell’attacco alle Twin Towers dell’11 settembre del 2001 con l’”operazione Z” di Pearl Harbor del dicembre del ‘41 da parte della flotta aeronavale giapponese risponde alla medesima meccanismo che produce un’attribuzione impropria e risponde alle caratteristiche dei false friends, evidenze fattuali e/o iconografiche associate tramite parallelismi privi di fondamento. Lo stesso processo di colonizzazione culturale che ha fatto sì che una foto di una veglia funebre di un giovane militante per l’indipendenza del Kosovo mussulmano ucciso dalle milizie serbe - vincitrice del World Prize Photo -, fosse ribattezzata “Pietà del Kosovo”, mediante una crasi per la quale un rito religioso islamico è stato ricondotto all’iconografia cristiana del compianto sul Cristo morto sedimentata dalla tradizione occidentale.
Si tratta di una metodologia di apprendimento corretta? Esiste una terza via – continua Pinotti – alternativa alle categorie di giusto/sbagliato, che è quella della consapevolezza, ovvero di saper riconoscere la similarità, pur nella differenziazione di contesto e di livelli di significati, nel rispetto di un atteggiamento che contribuisca a sviluppare un pensiero critico e “informato”.
Il nodo su cui è necessario lavorare si concentra sullo sviluppo di una coscienza che permetta di utilizzare gli strumenti a nostra disposizione ex professo, siano essi propri della metodologia di apprendimento umano che artificiale.

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