Musei come miele. Ritorna Nuove Pratiche fest per riflettere sul nuovo ruolo dei Musei, come hub di produzione sociale e culturale

  • Pubblicato il: 15/03/2017 - 12:00
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MUSEO QUO VADIS?
Articolo a cura di: 
Neve Mazzoleni

A Palermo, nella cornice dell'Ecomuseo Mare Memoria Viva si torna a parlare di innovazione culturale, varcando la soglia dei Musei. Dall'accessibilità, alle pratiche di collaborazione fra territorio e istituzioni, fino ai metodi per ampliare i pubblici e indurli alla partecipazione attiva, il Museo si pensa non solo come luogo della tutela, ma della produzione culturale e della socialità

Nuove Pratiche Fest torna con la terza edizione “Musei come il miele” il 14 e 15 giugno a Palermo. Dopo l’edizione del 2014 che indagava i processi e pratiche di innovazione culturale, la seconda nel 2015 sul tema della rigenerazione di spazi, si approda alla terza edizione con un’indagine sui Musei, come nuovi luoghi di aggregazione sociale e produzione culturale . La formula si ripropone  fra workshop sperimentali dove apprendere partecipando in prima persona e tavole rotonde di riflessione aperte al pubblico. Musei come miele per simbolicamente richiamare i valori della collaborazione che genera nutrimento e sostenbilità. Ne abbiamo parlato con gli organizzatori, Andrea Libero Carbone (alc)Pescevolante , Cristina Alga (ca) Associazione CLAC e Antonella Purpura (ap), Direttrice GAM e Dirigente Servizio Musei e Spazi Espositivi. Coglierà la sfida il nostro sistema culturale?

Quale il filo logico che ci conduce al tema “Musei come il miele”, quindi il nuovo concept dell’evento? 
 [alc] Nuove Pratiche è nato in una stagione calda del dibattito culturale in Italia, in un momento in cui per la prima volta un gruppo di operatori culturali e innovatori sociali, molto diversificato e molto disseminato sul territorio, provava a definire un terreno di discussione comune. Il taglio è stato da subito molto politico: temi come le condizioni del lavoro in ambito culturale, l’inclusività, la mobilità sociale, il reddito, hanno avuto un ruolo centrale. Questa rimane una caratteristica distintiva del nostro festival, che vuole combinare lo sguardo critico con la ricognizione e il racconto di pratiche virtuose. Altro elemento caratterizzante che resta invariato è l’accento sui setting circolari, che si tratti di momenti di formazione, pitch o dell’informalità di spazi conviviali dove è possibile incontrarsi.
Una novità di quest’anno è invece un più esplicito focus su un tema specifico. È una scelta che vuole essere pragmatica, sia nel senso del concentrare le energie in una discussione più approfondita, sia con l’obiettivo di poter incidere concretamente in un ambito definito con un contributo di idee, nuove competenze (per esempio attraverso i workshop formativi gratuiti) e soluzioni. Fin dall’inizio, il nostro approccio alla questione dell’ “innovazione culturale” è stato interlocutorio e critico, orientato alla ricerca di definizioni possibili e non di etichette di comodo. Oggi possiamo dire che il processo di trasformazione del termine “innovazione” in una buzzword è pressoché completo, e che la carica trasformativa, e anche di conflittualità, che questa parola aveva potuto veicolare si è in gran parte esaurita. Le Nuove Pratiche allora saranno quelle che sanno rinnovarsi e rinnovare ogni giorno, fuori dalle retoriche mercantilistiche della novità “dirompente”, cioè quelle che, neonate o con una lunga storia, rimangono sempre contemporanee proprio perché si sottraggono all’omologazione.  

I musei sono o saranno spazi di innovazione sociale e culturale? cosa vedete dal vostro osservatorio?
[ca] Dire che i musei oggi in Italia siano spazi di innovazione sociale è certamente prematuro. Ma esistono -e per fortuna si moltiplicano- esperienze che a partire da una funzione data cercano di reinventare e aprire le possibilità del “fare” museo. Il nostro sguardo parte programmaticamente dalle pratiche ed è lì, a partire dalle realtà indipendenti, ma anche negli interstizi dei luoghi più istituzionali, che si stanno sperimentando nuovi modi di fruire, educare, accompagnare, socializzare gli spazi museali. Ci pare che ci siano un movimento parallelo, sia sul fronte delle pratiche che su quello della riflessione critica: esperimenti sul campo che partono magari da alcune professionalità più disrupting sul fronte dei servizi educativi e della didattica; oppure nel variegato mondo dei progetti in tema di accessibilità cui si accompagna una maggiore attenzione del sistema culturale anche istituzionale e dei media specialistici alle problematiche dell’allargamento dei pubblici del museo. Di necessità virtù, si potrebbe dire, ma certo nella necessità si possono aprire spazi di cambiamento a lungo termine. Sono queste “faglie” che ci interessa conoscere meglio e mettere in connessione. 

Cosa vi portate come patrimonio di contenuti dalle edizioni precedenti?Quali conclusioni o punti di riferimento? Quali riscontri dalla comunità dei partecipanti?
[alc] Un aspetto a cui teniamo molto è il fatto stesso di aver contribuito con il festival affinché un  nodo centrale del dibattito nazionale sull’economia della cultura e sulle condizioni del lavoro culturale possa svolgersi in una città come Palermo. Qui da noi, gli operatori che vengono a trovarci da tutta Italia trovano una rete molto attiva di soggetti che possono offrire un patrimonio ricco di esperienze e soluzioni creative ed efficaci nell’attivazione dei territori, nella costruzione di comunità proattive, nel rapporto con i decisori e gli interlocutori pubblici in condizioni complesse sul piano sociale ed economico e di forti ambiguità e fluidità degli statuti. Viceversa, per gli operatori locali è importante poter incontrare omologhi con cui altrimenti sarebbe difficile fare rete, e interagire con voci influenti di un dibattito che a volte appare distante.
Sul piano dei contenuti e dell’avanzamento della discussione, un elemento che è emerso con chiarezza è la necessità di superare con categorie nuove e più calzanti dicotomie che ormai hanno poca presa sulla realtà, come quella tra pubblico e privato o quella tra profit e non-profit. Rispetto all’opposizione pubblico/privato, le pratiche e le esperienze che hanno attraversato le varie edizioni del festival si collocano piuttosto nella regione intermedia e altra del comune e del condiviso. Adottano soluzioni che vanno dalla sfera della supplenza a quella della sussidiarietà e della partecipazione o in qualche caso dell’autogoverno. In questi casi, un fattore di problematicità più volte segnalato è legato ai casi in cui ci si limita a integrare dal basso le carenze finanziarie e amministrative, mentre un’esigenza condivisa è che a una distribuzione orizzontale degli oneri e delle responsabilità corrisponda da parte pubblica anche un’effettiva cessione di sovranità e di potere decisionale. La contrapposizione tra profit e non-profit appare invece in gran parte superata, da un lato, dalla retorica imperante delle start-up (anche) culturali, rispetto a cui abbiamo registrato diverse voci critiche; dall’altro, nel senso che il tema più urgente sembra quello della sostenibilità di lunga durata e della creazione di reddito per i lavoratori della cultura, che a dispetto degli obblighi reputazionali di uno storytelling positivo e vincente operano spesso in gravi condizioni di precarietà e (auto)sfruttamento. C’è poi il grande nodo della valutazione d’impatto sociale e della necessità di ripensare gli indicatori, che negli anni ha attraversato il dibattito come una costante, e che di certo sarà ancora al centro della discussione negli incontri di questa nuova edizione. 

Cosa intendete con la metafora dell’alveare?
[ca] Il tema del ripensamento del ruolo e della funzione dei luoghi pubblici tradizionali di fruizione culturale, siano essi musei, biblioteche, teatri è strettamente legato alle trasformazioni in corso nei modi di fare e produrre cultura, allo sfumare dei confini tra produttori e consumatori di prodotti ed esperienze culturali, alle trasformazioni nei modi con cui le persone interagiscono tra loro ed esprimono valore simbolico. Ci sembra che la parola che possa meglio sintetizzare tutto questo sia relazione, il museo cambia perché cambia il modo in cui si mette in relazione e produce relazioni (sarà il tema specifico della tavola rotonda in programma il 14 pomeriggio dal titolo “Il museo alveare”) e da qui l’idea dell’alveare e la metafora del miele e dell’organizzazione sociale delle api, che non a caso comunicano attraverso una danza.  Per noi il museo del presente è partecipativo, operoso, collaborativo. Un laboratorio di Nuove Pratiche di narrazione e comprensione di sé e del mondo, di costruzione collettiva di senso, di progettazione educativa in cui condividere relazioni e domande aperte. Il museo è un luogo dove una comunità può produrre il suo nutrimento. 

La formula di Nuove Pratiche Fest è per l’appunto “pratica”, con momenti di riflessione, abbinati a momenti di sperimentazione e workshop. Perché ritenete sia efficace?
[ca] Quando il festival fu pensato, circa quattro anni fa, il nome Nuove Pratiche fu scelto in aperta contrapposizione con il diffondersi anche mainstream delle “buone pratiche”: good news, casi esemplari, progetti modello, casi pilota… era tutto un cercare e complimentarsi con chi stava cercando soluzioni al disfacimento del sistema novecentesco di produzione e fruizione della cultura. Nella maggior parte dei casi però non si andava oltre una pacca sulla spalla. Noi volevamo dire che oltre a essere “buoni” si poteva anche essere “nuovi” nel senso di essere riconosciuti come un nuovo modo di fare le cose, quindi cambiarle. Ci ripenso adesso che anche il termine “Nuove Pratiche” rischia di suonare ambiguo e necessità di essere raccontato: rimane l’idea che nuovo non debba essere effimero ma portare a modifiche dell’ecosistema, rimane l’idea che per farlo si debba partire dalle pratiche ma creare momenti di confronto intellettuale come il festival vuole essere.  Tra le parole cui non voglio rinunciare, anche se usate tante, troppe volte, c’è “laboratorio” che una volta si diceva anche “lavoratorio” perché viene da labor, fatica. Il dizionario etimologico dice “in generale qualsiasi luogo ove più persone attendono ad un lavoro qualunque”; ecco nel suo alternarsi studiato di momenti di riflessione, discussione, formazione e conoscenza tra pari, Nuove Pratiche fest rimane un laboratorio che ci piace molto creare. 

Perché GAM  di Palermo? e la Direzione Servizio Musei e Spazi Espositivi della città? hanno scelto di  sostenere Nuove Pratiche fest collegandosi ai suoi temi?
[ap] Nuove Pratiche Fest è un’iniziativa direttamente promossa dall’Amministrazione. Parte dal concetto che l’organizzazione della cultura debba essere sempre più incentrata sull’idea del distretto culturale, come strumento di aggregazione delle energie vitali cittadine (economiche, sociali, imprenditoriali) nel segno della identità culturale come elemento fortemente caratterizzante. Il Festival vuole fare il punto sulla sperimentazione sin qui fatta sulla gestione dei Musei intesi come una moderna agorà, quindi come luoghi di interconnessione fra le diverse tematiche - non solo artistiche – che animano il dibattito odierno. Il Museo come “Bene Comune”, il cui principale obiettivo è promuovere, a partire dalle collezioni che si integrano con la storia della città, la realizzazione di un centro di produzione e diffusione culturale, intendendo quindi il Museo come luogo di crescita e di educazione al valore del pensiero umano e alle sue espressioni creative, che affianca il mondo della formazione scolastica nell’azione didattica e ne afferma una nuova funzione sociale.
 

Come si configura questa alleanza tra due realtà molto diverse ma forse complementari che sono la GAM e l’Ecomuseo Mare Memoria Viva?
[ap] I Musei del polo cittadino - benché eterogenei dal punto di vista delle collezioni e delle funzioni specifiche  - sono uniti da un progetto di gestione che ne sottolinea l’apertura verso il territorio e la sperimentazione di un sistema di gestione unico.

Saranno presenti istituzioni established? Quale tipologia di ospiti / pubblico accoglierete?
[ca]  Tra gli ospiti sono maggiormente presenti pensatori e realtà indipendenti ma non mancano presenze più istituzionali come il Teatro Lirico Massimo, il Museo Archeologico Regionale A. Salinas, alcuni musei civici, organizzazioni come Federculture e CoopCulture. Una delle cose crediamo belle del festival è l’orizzontalità degli scambi e la poca differenza nell’interazione e nel confronto tra ospiti, speaker, partecipanti, pubblico: gli appuntamenti in programma sono pensati come occasioni per prendere la parola, conoscersi, fare domande, partecipare a una discussione su un tema proposto e l’essere concentrati in una stessa location open space permette facilmente di avvicinarsi e parlare con tutti.
Ci aspettiamo principalmente un pubblico di persone che lavorano o vogliono lavorare in campo culturale, non solo nel mondo musei ma più in generale chi gestisce uno spazio o lavora nel campo della progettazione, del management, del patrimonio. 

Quale futuro nel vostro percorso di riflessione? Avete immaginato azioni di lobbying virtuoso per impollinare, rimanendo nella metafora? Oppure avete in mente un prossimo focus di riflessione?
[ca] Un aspetto che ci pare interessante come direzione da seguire, sul piano nazionale, rispetto al tema specifico è una maggiore ibridazione del mondo museale con quello dell’innovazione sociale e dei suoi spazi di riferimento. L’ecomuseo Mare Memoria Viva è un esempio di questo possibile “impollinamento” per usare la tua metafora e credo possa essere un esempio interessante di come i musei possano pensarsi come luoghi di socialità, sperimentazione educativa, apertura alle famiglie, agli adolescenti, agli studenti in alternanza scuola-lavoro e via dicendo. Musei hub, musei centri civici, musei parco, possono essere tante le declinazioni possibili se si esce dall’auto-confinarsi in una categoria precisa e ristretta. Per farlo, a mio parere, il primo passo è aprire al terzo settore, alla collaborazione con il privato sociale, l’esperienza del comitato GAM BENE COMUNE promosso da Civita Sicilia per la Galleria d’Arte Moderna di Palermo può essere in questo un punto di partenza interessante.
Rimanendo invece sul locale, il 2018 sarà un anno importante per Palermo con il convergere della programmazione come Capitale Italiana della Cultura e di Manifesta12, molte aspettative, molte opportunità, molti rischi e molto lavoro da fare per indirizzare e co-progettare con l’amministrazione che verrà (le lezioni amministrative a Palermo saranno a maggio di quest’anno) per fare in modo che non si tratti di eventi ma di occasioni per politiche che guardano lontano. Forse anche per questo un mio desiderio, per il focus dell’anno prossimo, sarebbe indagare le pratiche che stanno sul crinale tra arte, attivismo ed educazione creativa. 

In che modo gli eventi previsti nel 2018 a Palermo potranno portare dei benefici al sistema museale ed espositivo pubblico e privato della città?
[ap] Capitale Italiana della Cultura e di Manifesta12 sono sicuramente una grande opportunità per tutti, a patto di sviluppare in questo lasso di tempo un sistema coerente e  coordinato di gestione della cultura, che punti alla valorizzazione del modello del Distretto Culturale che è, a mio avviso, l’unico possibile strumento per convogliare le energie non solo culturali oggi presenti in città e trasformarle in possibilità di crescita e di sviluppo.

Quali output vi aspettate dal Festival e come li gestirete? ebook, comunicato, altre formule?
[alc] Per noi l’“output” più importante sta nella lunga durata delle relazioni, nei discorsi e nei progetti che nei momenti formali e informali del festival prendono avvio o trovano un’accelerazione e poi danno frutti nel tempo. Il valore di una pubblicazione finale lo vediamo in questa prospettiva, cioè non solo e non tanto come la registrazione di quel che è stato detto, ma soprattutto come uno strumento operativo, una specie di ordine del giorno o di lista delle cose da fare. Per le passate edizioni abbiamo voluto sperimentare con i formati digitali multimediali e abbiamo prodotto pubblicazioni innovative nel campo dell’editoria immateriale. Il taglio tematico più specifico che adottiamo a partire da questa edizione ci porta a preferire un formato che lascia più spazio all’approfondimento dei contenuti, diversificando i canali per gli elementi multimediali. Quindi pensiamo a una pubblicazione che abbia la praticità, l’immediatezza di lettura e la profondità di un “libro” – stampato o digitale – e a una documentazione video capace di trasmettere l’atmosfera dei momenti informali che caratterizzano l’habitat di Nuove Pratiche, oltre naturalmente alla stratificazione degli stream sui social, che poi potranno essere elaborati con curation tematiche. 

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ph| Pietro Milici