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Focus Montagna XXI secolo. La parola a Daniela Berta

  • Pubblicato il: 18/05/2018 - 08:05
Autore/i: 
Rubrica: 
PAESAGGI
Articolo a cura di: 
Antonio De Rossi

La nomina della giovane direttrice, che succede alla quarantennale direzione di Aldo Audisio, arriva in un momento in cui le Alpi, e più in generale il territorio montano e le aree interne italiane, sono oggetto di un nuovo interesse e centralità. Abbiamo chiesto a Daniela Berta di illustrarci i futuri programmi culturali e campi di lavoro del Museo, che nel 2024 festeggerà i 150 anni dalla nascita, e soprattutto come questa storica istituzione intende interpretare la rinnovata attenzione per le montagne.


Nello scorso mese di gennaio, Daniela Berta è stata nominata nuovo direttore del Museo Nazionale della Montagna “Duca degli Abruzzi” di Torino. Laureata in Storia dell’Arte con indirizzo museologico, curatrice di allestimenti e mostre e progettista di sistemi culturali territoriali, dal 2013 ha diretto il Museo Civico “Arnaldo Tazzetti” di Usseglio e dal 2015 il Museo Diffuso di Arte Sacra della Valle di Viù. La nomina di Daniela Berta viene a valle della quarantennale reggenza di Aldo Audisio, una lunga stagione segnata dal forte potenziamento delle collezioni del Museo e da molteplici iniziative culturali.
 
Daniela Berta, nel 2024 il Museo Nazionale della Montagna festeggerà i 150 anni dalla nascita. A questa data il Museo arriva con un patrimonio di collezioni storiche di rilievo internazionale che negli ultimi decenni si è fortemente accresciuto. Eppure negli ultimi anni il Museo sembra avere un po’ perso il proprio ruolo storico di spazio di riferimento per le persone che si occupano a diverso titolo di montagna. Certamente questa ultima fase ha visto una profonda e generale metamorfosi: sono cambiate le pratiche sportive e i modi di andare in montagna, sono scomparse tutte le testate storiche che si occupavano di Alpi, e probabilmente si stanno trasformando gli stessi significati e immaginari attribuiti socialmente al territorio montano. Cosa ne pensi? Lungo quali linee, di continuità ma anche di cambiamento, prenderà corpo la futura attività del Museo?
 
Il Museomontagna dovrà presentarsi al centocinquantenario con un’identità forte e un posizionamento solido sia dal punto di vista materiale – una veste allestitiva rinnovata, una maggiore connessione con il tessuto del centro cittadino di cui fa parte – sia immateriale, attraverso la costruzione di ulteriori canali e modalità di rapporto con il territorio montano piemontese e italiano e il consolidamento delle relazioni internazionali, una nuova comunicazione delle proprie attività per guadagnare visibilità, l’attuazione di pratiche di audience development per migliorare in termini quantitativi e qualitativi la partecipazione e il coinvolgimento e attirare nuovi pubblici.
La pianificazione delle strategie culturali vedrà la sperimentazione di strade nuove, con lo scopo di diversificare le attività secondo un approccio interdisciplinare e inclusivo. Continueremo a fare cultura della montagna potenziando la creazione di flussi di collaborazione fattiva e scambio concreto, oltre la retorica delle reti e delle reti di reti che si è affermata in questi anni.
Questo sarà il nostro modo di rispondere alle sfide poste dalla contemporaneità e stimolate dai mutamenti in corso nell’approcciare, fruire, progettare, pensare la montagna.
 
La tua nomina a direttrice del Museo arriva in un momento in cui le Alpi, le montagne e le aree interne italiane conoscono una rinnovata e talora inedita attenzione e centralità. Si guarda alle montagne non più solamente in termini di turismo, alpinismo o tutela dell’ambiente. Il territorio montano, di fronte alla crisi delle pianure urbanizzate, sembra assumere i contorni di uno spazio di vita dove mettere a punto nuove progettualità, ed ecco allora i recenti reinsediamenti da parte di giovani, i casi di rigenerazione a base culturale, le nuove pratiche agricole e produttive. Non credi che il Museo possa e debba diventare uno spazio di riferimento importante all’interno di questo processo, intrecciando e meticciando la storia e le culture con le innovazioni e le pratiche contemporanee?
 
Naturalmente sì, incrociare diversi temi e mondi afferenti alle terre alte è cruciale.
Il Museo sempre più sarà una casa aperta a tutti coloro che a diverso titolo si occupano di montagna, disposta a farsi vetrina anche delle sue valli e a incubare progettualità condivise, in ragione anche del fatto che il nostro territorio di riferimento sviluppa ed esprime competenze qualificate di alto livello e sensibilità molteplici e interessanti da intercettare.
Nel percorso condiviso con i nostri compagni di cordata – Club Alpino Italiano in primis – due assi prioritari sono sicuramente il dialogo con i soggetti portatori di analoghi principi ispiratori e finalità, e la capacità di incrociare la cultura alpina e quella cittadina in una scala urbano-montana che, nell’unica area metropolitana fortemente caratterizzata dalla montagna quale è Torino, necessita di essere riconfigurata.
 
La notizia della tua nomina ha avuto un forte riscontro sui media. Si sono sottolineati soprattutto tre aspetti: che sei una donna, che sei giovane, e le tue competenze. Poco spazio è invece stato dato ai tuoi programmi futuri. Finora abbiamo parlato del Museo in rapporto alle trasformazioni della montagna e al ruolo che potrebbe interpretare. In termini invece di progettualità culturali, e di valorizzazione del patrimonio storico, quali sono le tue riflessioni e progetti?
 
I due piani non sono distinti e indipendenti, ma ricchi di interconnessioni. Sappiamo bene che contribuire a immaginare e a costruire quel che sarà è oggi nella mission di ogni museo, che deve operare senza la presunzione di dare risposte e soluzioni, ma con l’ambizione di accompagnare, tramite l’interpretazione del patrimonio, alla formulazione delle domande giuste.
A differenza di altri musei, il nostro tratta una materia assolutamente viva e vitale non solo ad occhi esterni, ma anche in termini di consapevolezza e dinamiche endogene.
Tanto più importante è dunque per noi unire l'attenzione per il passato con la connessione al presente e l’orientamento al futuro; e l’esperienza sul campo mi dice che la cultura materiale e immateriale è una lente attraverso la quale guardare la montagna. È questa la sfida più appassionante che colgo: poter incidere positivamente tramite lo sviluppo di narrazioni e strumenti interpretativi utili.
Concretamente, il Museomontagna continuerà ad arricchire le proprie eccezionali collezioni e a valorizzarle tramite esposizioni e progetti di studio tematici e con l’attuazione dell’innovazione nelle pratiche di trattamento, fruizione e promozione del patrimonio prevista da iAlp, progetto Interreg Alcotra in corso.
Svilupperà attitudine a raccontare storie culturali e costruire percorsi esperienziali valorizzando a seconda dei casi la dimensione estetica ed emozionale o informativa e didattica; tenterà di agevolare la delocalizzazione di attività di ricerca scientifica e creativa in località alpine; praticherà la cultura della montagna in tutte le sue ricche accezioni, oltre i luoghi comuni e le rappresentazioni tradizionali, cercando di ampliare le proprie risorse affinché, un occhio al sentiero e un occhio alla cima, si possa affiancare la vocazione storicizzante con la visionarietà di scenari futuri.
 
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Ph: Laura Cantarella
 
Antonio De Rossi è professore ordinario di progettazione architettonica, direttore dell’Istituto di Architettura Montana e coordinatore del dottorato in Architettura Storia Progetto presso il Politecnico di Torino. Tra il 2005 e il 2014 è stato vicedirettore dell’Urban Center Metropolitano di Torino. È autore di diversi progetti, e con i due volumi «La costruzione delle Alpi» (Donzelli, 2014 e 2016) ha vinto i premi Mario Rigoni Stern e Acqui Storia.