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Continua l’autoriforma delle fondazioni, assumono importanza le ripartizioni regionali

  • Pubblicato il: 16/02/2016 - 00:22
Autore/i: 
Rubrica: 
EDITORIALI
Articolo a cura di: 
Giuliano Segre

Come è già avvenuto in passato, le fondazioni di origine bancaria riformano la propria presenza ormai venticinquennale, avviando un sistema di rappresentanza territorialmente più omogeneo che si pone a metà strada tra le singole fondazioni e la associazione che le raccoglie, l’ACRI.

La riforma, approvata all’inizio di febbraio, prevede cinque ripartizioni “regionali”, modellate sulle usuali aree statistiche (Nord-Ovest, Nord-Est, Centro, Sud e isole) con in più una caratterizzazione sull’Emilia Romagna, dovuta alla forte concentrazione locale delle fondazioni. A quel livello dovranno costituirsi – se non esistessero già - delle vere e proprie struttura associative, che quindi dovrebbero in generale ricomprendere al loro interno più ambiti regionali. In un caso una struttura del genere esiste già, ed è la Consulta delle Fondazioni del Triveneto, che appunto raggruppa dieci delle undici fondazioni di Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige. Altre associazioni già esistenti (Piemonte, Marche, Toscana) confluiranno nelle nuove ripartizioni regionali individuate dal nuovo statuto dell’ACRI.
Questa trasformazione cade in un momento in cui si intravedono due direzioni diverse per il futuro. La prima riguarda alcune di esse (non poche per la verità) che si trovano in difficoltà di bilancio avendo praticamente esaurito la loro capacità erogativa e di conseguenza la presa sul territorio. La seconda invece riguarda quelle fondazioni il cui apporto al territorio permane, ma con caratteristiche molto diverse: si va dalla totale ricettività della richiesta territoriale, alla dimensione inversa per la quale dalle fondazioni emerge un progetto specifico che viene autonomamente espresso sul territorio (i cosiddetti MRI, mission related investments, investimenti legati a una missione). Chiarendo ancora meglio, guardando ai patrimoni delle fondazioni: in un caso essi vengono utilizzati come riserva finanziaria destinata al finanziamento annuale di iniziative altrui, sempre destinate a raggiungere i fini di legge, mentre nell’altro il patrimonio è un vero e proprio fattore della produzione di progetti pluriennali di investimento per raggiungere in autonomia le stesse finalità.
Con ogni probabilità i due modi essere si trasferiranno nel tempo nelle dimensioni regionali oggi individuate producendo uno spettacolare consolidamento e accorpamento delle attività fondazionali, mettendole ancora al centro di una presenza sociale da ente intermedio, genuinamente coerente con l’attività non profit, ma capace di frutti che, almeno di questa portata, non esistono nel welfare generale degli altri paesi europei.

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