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Ci vede lontano “Viva l’Arte Viva”?

  • Pubblicato il: 16/05/2017 - 15:17
Autore/i: 
Rubrica: 
FONDAZIONI E ARTE CONTEMPORANEA
Articolo a cura di: 
Neve Mazzoleni

La critica d’arte non è la nostra missione, ma poteva mancare il nostro sguardo sulla 57ma Biennale di Venezia, la più spettacolare messa in scena del sistema,  del fermento dell’arte  contemporanea? Dopo la delusione di Documenta ad Atene, in una Venezia senza eguali, anche di attenzione mediatica, tra meraviglia,  party milionari, mostre muscolari,   engagement sociale  e profonde contraddizioni, la Biennale si dichiara  figlia del nostro tempo, di un mondo di diseguaglianze in cui la faglia di S. Andrea  è un eufemismo.  Christine Macel, la curatrice d’Oltralpe è riuscita a tener fede alle promesse del suo statement? “Più che mai il ruolo, la voce e la responsabilità dell’artista appaiono cruciali nell’insieme dei dibattiti contemporanei. È grazie alle individualità che si disegna il mondo di domani, un mondo dai contorni incerti, di cui gli artisti meglio degli altri intuiscono la direzione”. Neve Mazzoleni, inviata speciale, ci restituisce una lettura introduttiva che invita a ulteriori visite, al di là dei vernissage, per l’esercizio di quella critica slow che ci appartiene.
 
 
Venezia. Un’occasione speciale, la mostra di Marzia Migliora “Velme” a Ca’ Rezzonico, Museo del Settecento Veneziano, curata da Beatrice Merz e promossa dalla Fondazione Merz di Torino, mi conduce ad esplorare un ambiente che forse non avrei considerato nella cornice della Biennale di Venezia. Operazione intelligente di dialogo fra contemporaneo e altri secoli, che punta al mescolamento dei pubblici e alle contaminazioni dei codici. Ma che alla fine sortisce anche l’effetto di riattivare il mio occhio su stilemi meno frequentati negli ultimi anni, per rileggere quello che era la “contemporaneità” del Settecento. Un palazzo splendido, ricco di arredi, oggetti di altissima qualità, funzionali nella quotidianità della casa e poi apparati decorativi, opere murali cariche di allegorie e scene di vita. Finzione, simboli, cronaca: per la verità temi tuttora indagati nella critica d’arte. Marzia Migliora interviene con delicatezza ed equilibrio, armonizzandosi e mantenendosi con le sue opere in continuità dei significati, che rimbalzano fra il prima e il dopo. Se nel Settecento la forma è compiuta, nel XXI secolo, l’informale suggerisce la potenzialità, quello che verrà.
Quando salgo al secondo piano nobile, entro nelle sale con gli affreschi strappati di Giandomenico Tiepolo, presi dalla casa di famiglia a Zianigo, mi imbatto nel Mondo Nuovo: un orizzonte di mare, una balaustra all’aperto che crea la linea di separazione con il primo piano e quindi il fronte della scena. Ma, anzichè trovare una sfilata di personaggi, alla maniera di Veronese, Tiziano o Tintoretto, vedo le schiene: tutte le comparse sono voltate di spalle, piegate oltre la balaustra a osservare qualcosa che pende dall’asta che impugna il ciarlatano (figura istituzionale delle commedie veneziane). Qualcosa di curioso, magico cattura la loro attenzione aldilà e nessuno si interessa più nel rivolgersi verso lo spettatore.
 
Vivere la Biennale corrisponde in qualche maniera a questa situazione. Un pubblico attratto dallo spettacolo, dalla magia e un mondo dell’arte che propone lanterne magiche, trucchi. Il risultato è che l’occhio che osserva i lavori e il confronto con gli artisti sono venuti meno -speriamo invece siano solo infragiliti-, fino a che qualcuno idealmente lancerà un richiamo facendo voltare di nuovo tutti i personaggi, riattivando il gioco dell’arte.
Non voglio dire che la cinquantasettesima edizione della Biennale di Venezia del corrente anno 2017 sia una distrazione come quella della lanterna magica. Ce ne sono state di molto peggio. Ma una sensazione di distrazione, forse aspettativa delusa me l’ha trasmessa.
Lo statement è deciso, interventista, quasi un motto futurista, come dichiara la curatrice Christine Macel: “Viva Arte Viva è così un’esclamazione, un’espressione della passione per l’arte e per la figura dell’artista. Viva Arte Viva è una Biennale con gli artisti, degli artisti e per gli artisti”.
La mostra pensata dal curatore capo del dipartimento di “Creazione contemporanea e futura” al Museo nazionale di arte moderna del Centre Pompidou (già curatrice del padiglione francese nel 2013, con l’emozionante installazione di Anri Sala ispirata al concerto per mano sinistra di Ravel, l’anno in cui Francia e Germania si scambiarono Padiglione ai Giardini) è una selezione di 120 artisti partecipanti provenienti da 51 paesi del mondo, di cui 103 presenti per la prima volta, ma solo un terzo under 1970. Molti sono i maestri di lunga carriera riscoperti. Questo non è strano da parte di una curatrice museale attenta alla ricerca, né una scelta deplorevole, anzi è coraggiosa. Stona però con la dichiarazione: “Più che mai il ruolo, la voce e la responsabilità dell’artista appaiono cruciali nell’insieme dei dibattiti contemporanei. È grazie alle individualità che si disegna il mondo di domani, un mondo dai contorni incerti, di cui gli artisti meglio degli altri intuiscono la direzione”.
 
Passiamo ai “facts”: una mostra internazionale che si apre al Padiglione centrale dei Giardini, per proseguire in Arsenale. Macel propone una narrazione per capitoli progressivi, nove per l’esattezza, dove lo spettatore compie un viaggio attraverso un ideale poema epico, di cui lei è drammaturga, di ispirazione umanista. L’artista è un eroe e l’atto artistico è contemporaneamente “atto di resistenza, di liberazione, di generosità. Carica di queste premesse mi aspetto degli eroi davanti a me, degli artisti coraggiosi, tutt’altro che violenti, arrabbiati, politicizzati come nella precedente biennale, ma presenti, con lo sguardo dritto negli occhi del proprio pubblico, per chiedere conto, per dichiarare programmaticamente, per invocare la voce dell’arte nella confusione delle immagini e della spettacolarizzazione.
Eppure si comincia dal Padiglione degli artisti e dei libri, dove si indaga il concetto di otium e negotium, celebrando quel riposo intellettuale che favorisce la creazione e si oppone al consumo del tempo frenetico di oggi, dove Mladen Stilinović ad esempio dorme pacifico nel suo letto. L’arte si ritira e rivolge a se stessa. Come scrive Macel: “Seppure l’artista lavorando produca opere destinate a un sistema commerciale, sono le modalità stesse della sua attività a proporlo come un’alternativa, nella quale la necessità dell’inattività o dell’azione non produttiva, del vagabondaggio mentale e della ricerca rimangono basilari”.  L’otium si riversa sui libri, simulacro di narrazioni, analisi personali, rapporto con il linguaggio, archivio, per poi passare alla riflessione sullo studio, che da custode delle pratiche, produzioni e ispirazioni d’artista, si trasforma in laboratorio di relazione. Olafur Eliasson in scena una live performance con un gruppo di associazioni veneziane che si occupano di persone migranti e mostrano le proprie attività in una dimensione di collettivo.
 
Peccato che le novità vere, che mettono al centro l’artista e le sue pratiche, siano proposte a latere nel vicino al bookshop, come il progetto Pratiche d’artista, raccolta di video auto-prodotti dagli stessi artisti ospiti, che raccontano i loro metodi. Un lungo loop dove si assiste alla fase sperimentale, ai tentativi ed errori, alla risoluzioni dei problemi, introdotto da tre pareti cariche di titoli di libri (il progetto La Mia Biblioteca ispirato al saggio di Walter Benjamin pubblicato nel 1931), segnalati dagli artisti fra i fondamentali per la loro formazione e ispirazione. Il Padiglione dei libri da anni riceve i testi inviati dagli artisti per creare una grande libreria, ma la sua consultazione ha un altro approccio rispetto alla Biennale. Mentre questo angolo permette una chiave di interpretazione nuova, che però passa come un apparato accessorio.
Il Padiglione delle Gioie e delle Paure, secondo capitolo del poema epico di Macel, riporta sull’intimità, la riflessone sul sé e le sue ombre, l’identità con un approccio neuroscientifico, dove le emozioni diventano motore della sopravvivenza umana e quindi la ragione non rimane isolata, ma si cala nella realtà. Molto in relazione con il padiglione in chiusura all’Arsenale, Padiglione del Tempo e dell’Infinito, dove si ragiona su un tempo metafisico che a che fare con scenari borgesiani, dedali mentali, percepiti personali, e quindi con la memoria. L’effimero, la presenza di performance sono preponderanti, come la lirica installazione di Edith Dekyndt One Thousand and One Nights dove la polvere ambientale viene compattata ogni ora  da un addetto sotto un fascio di luce dalla forma quadrata, ipnotizzando chiunque partecipi all’evento.
Proposte interessanti ma diverse dalla visione del futuro che la curatrice dichiara nella sua premessa, dove grazie al nuovo umanesimo, l’arte dovrebbe dimostrare la capacità di descrivere una visione prospettica in virtù della sua caratteristica individuale.
Quando attraversiamo i Padiglioni dello Spazio Comune e Padiglione della Terra, torniamo al focus di Viva Arte Viva, trovando la dimensione collettiva della pratica artistica, che dalla prospettiva individuale, percorre la strada della rete, dell’attivazione pubblica, della costruzione di comunità, indirizzando verso riflessioni sul bene comune, sul proprio ambiente ecosistemico, con processi e happening, utopie ecologiche per un mondo migliore. Qui la proposta umanistica si sente nella selezione curatoriale, e volentieri si esaminano i processi come quello di Maria Lai, con Legarsi alla montagna oppure le performance di Miralda, Selz, Rabascall e Xifra che negli anni settanta condividevano feste, riti e pasti colorati con il pubblico; oppure Anna Delprin che si riappropria di una montagna violata da fatti di cronaca nera, inscenando una danza liberatoria.
Anche Franz Erhard Walther, Leone d’oro di questa edizione, partecipa con il suo approccio minimalista con i suoi abiti opere attivabili, in cui il corpo stesso dello spettatore diventa scultura. Shimabuku riflette sugli animali e l’adattamento darwiniano che permette la sopravvivenza, ma giocando sul senso di appartenenza: un gruppo di scimmie delle nevi da tempo portate nel deserto adattano la loro natura mangiando cactus, ma nel momento in cui l’artista lascia loro un mucchio di neve, l’istinto si riattiva nel riconoscimento dell’elemento elettivo. Michel Blazy rivendica la libertà della natura, capace di nascere all’interno di scarpe da tennis.
 
Con i padiglioni successivi, la mostra deraglia verso un’altra via, ugualmente stimolante, ma che non coincide con lo statement: il Padiglione delle Tradizioni, il Padiglione degli Sciamani e il Padiglione Dionisiaco ci portano su altri percorsi, dove le pratiche artistiche, la relazione dell’arte con la contemporaneità e la realtà attuale, l’artista e il suo ruolo sociale, la creatività intuitiva espressa nelle pratiche di una Viva Arte Viva sono secondarie.
Qui si prende una deriva antropologica, quasi etnografica, che riporta a certe istanze esaminate nell’edizione del Palazzo Enciclopedico di Massimiliano Gioni -certo non è polite sostenerlo-. C’è un forte interesse per altri mondi, altre espressioni artistiche, ma anche di altre culture e rituali. Dagli Sciamani al Dionisiaco, non possiamo non ripensare alla Nascita della Tragedia di Friedrich Nietsche, dove per la prima volta si dà legittimazione alla dimensione segreta, magica, non decodificata, irrazionale con tratti femminili dello spirito dionisiaco, a cui si associano i riti delle cosiddette religioni ctonie, legate ai cicli stagionali, all’ancestralità della terra. Credo che Macel approdi proprio qui, quando sceglie la Grotta Profunda Approfundita di Huguette Caland che,  ai limiti della blasfemia, di fatto lavorando sulle stesse intuizioni del Barocco nell’Estasi Santa Teresa di Avila di Lorenzo Bernini, segue l’estasi della Bernadette.
 
Nei corridoi, nei giorni della vernice, si susseguivano commenti sui “padiglioni femminili”, perché una ricca proposta di lavori tessili, fra tappeti, grovigli, reti (la più evidente quella di Ernesto Neto), fantocci, abiti e artiste donne, spesso dall’Africa o dall’Oriente si sono profusi.
Intendiamoci, non è un male di per sé, ma davvero porta lontano rispetto a una dichiarazione di Macel come: “L’arte è l’ultimo baluardo, un giardino da coltivare al di là delle mode e degli interessi specifici e rappresenta anche un’alternativa all’ individualismo e all’indifferenza. L’arte ci costruisce e ci edifica. È un sì alla vita, certamente spesso segnato da un ma, in un momento di disordine globale.”
 
Il Padiglione dei colori è un gioco. Se il lungo corridoio delle corderie si potesse percorrere in una corsa forsennata senza ostacoli, si finirebbe sbattendo nella morbida, monumentale e vitale installazione di Sheila Hicks, fatta in fibre colorate in bozzoli che richiamano un luogo di incontro indiano, il baoli. Il colore va poco di moda nelle fiere di arte contemporanea, dove prevale una tendenza concettuale e monocolore, dunque l’attrazione per questi grandi grovigli, come quelli di Judith Scott è forte. L’esplosione, la pulsione si intercetta anche nelle opere di Dan Miller: sia Scott che Miller soffrono di disturbi mentali. Qui l’arte aiuta a esprimere e liberare quello spirito dionisiaco che va dentro l’abisso. Poi c’è il rigore della pittura analitica di Giorgio Griffa che dalla ricerca fisica sul colore, sposa la dimensione sacra e metafisica.
Il ritmo generale della mostra è pacato, con pochi effetti spettacolarizzati, se non in alcuni snodi del percorsi per segnare il cambio di passo. Ma l’ottica è fuori-fuoco. Sembra davvero come nell’affresco di Tiepolo, che lo sguardo sia condotto altrove, distante da un eroismo dichiarato nel proemio della curatrice e ribadito nel suo titolo.
Non si intuisce una proposta di visione futura, che effettivamente si discosta dalla scelta di due terzi di artisti over 1970, con diverse personalità nate dopo il 1934.  
In questo senso, quasi risponde all’assist dello statement della mostra internazionale, la mostra in Fondazione Prada in Palazzo Ca’ Correr della Regina, The Boat is Leaking. The Captain Lied, a cura di Udo Kittelmann, con il progetto a sei mani dello scrittore e filmmaker Alexander Kluge, l’artista Thomas Demand e la designer di palco e costumi Anna Viebrock: il gruppo è regista di un’istallazione ambientale generale, dove lo spettatore è chiamato in causa e condotto nella complessità dei piani di lettura della realtà, intrisa di fiction, dove ciascuno vive il suo percorso e interagisce con lo spazio. L’artista deus ex machina, lo spettatore attivo, partecipe, attore della scena. Un rapporto di alto ingaggio, quasi quel famoso richiamo a voltarsi, da urlare verso i personaggi di Tiepolo.
Indiscusso eroismo, autocelebrazione testosteronica e dissacrazione di Damien Hirst a Palazzo Grassi e Punta della Dogana per Fondazione Francois Pinault con Treasures from the Wreck of the Unbelievable. L’espressione delle tendenze del mondo dell’arte oggi, fra produzioni monumentali, denari consistenti, falso, volontà di mercato e collezionismo, imprenditorialità di alta scala dell’artista. Sicuramente agli antipodi sia da quanto espresso da Christine Macel, sia da quanto poi effettivamente selezionato in Biennale.
Giandomenico Tiepolo con il suo Mondo Nuovo ironicamente rappresentava i suoi tempi in decadenza, una fase di passaggio: il mondo nuovo non era l’orizzonte del mare, lo spirito di superamento e avventura, ma la consapevolezza malinconica del decadimento e distrazione della sua epoca.
Da Christine Macel mi aspettavo un fiero messaggio futurista di innovazione, rilancio, attraverso appunto la sensibilità corale e l’intelligenza intuitiva dell’artista, che non risolve mai i mali del mondo, ma ci vede lontano.

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