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Architettura in Città e nuove pratiche dell’abitare

  • Pubblicato il: 17/06/2017 - 09:39
Rubrica: 
FONDAZIONI PER LA CULTURA
Articolo a cura di: 
Giangavino Pazzola

Il Festival  si mette in discussione e innova la formula. A fine maggio si è tenuta la  sesta edizione di Architettura in Città, festival organizzato dalla Fondazione per l’Architettura – Torino sul  tema”Abitare la Città”,  la città come casa, per dibattere e confrontarsi sulle complesse relazioni tra i modi dell’abitare e la città contemporanea, intesa come il luogo della vicinanza, della diversità e dell’incontro. Uno sforzo progettuale che non si esaurisce a microfoni spenti, che già lavora per diventare progetto biennale, ma che apre le porte al lancio di un nuovo bando promosso da Ordine degli Architetti della Provincia di Torino e Unione Industriale torinese relativo al concorso di idee per il rinnovamento e la valorizzazione del complesso architettonico sede dell’Unione Industriale.  Il Festoival diventa biennale. “Crediamo che le giornate del Festival debbano essere l’esito di un percorso di lungo periodo che favorisca la partecipazione attiva dei cittadini e degli architetti”, afferma il presidente Giorgio Giani.
 


Torino - «Bilancio  positivo di una  edizione ’esito di un percorso di ripensamento del format del festival che abbiamo avviato l’anno scorso con le principali istituzioni culturali del territorio attraverso un laboratorio di idee. Una edizione pilota, un esperimento per testare se le suggestioni emerse fossero concretizzabili nella quale ha prevalso l’entusiasmo e la ricchezza del calendario». Con queste parole il presidente della Fondazione, Giorgio Giani, riassume la sesta edizione di Architettura in Città, festival che ha accolto 103 iniziative – di cui 82 in programma  e 21 nel Fuori Festival, con un calendario parallelo di appuntamenti diffuso sul territorio cittadino. Coinvolti nella realizzazione dell’edizione  127 partner culturali, per evento basato su una sede principale, lo Spazio Q35 in via Quittengo 35, un complesso di edifici produttivi disposti attorno a una corte centrale. Una vera e propria cittadella di cui i responsabili di Fondazione Architettura Torino si sono «innamorati e ci è sembrato che potesse rispondere al meglio all’idea di casa del festival che avevamo, cioè un luogo aperto, in cui non solo visitare mostre o partecipare ad incontri, ma anche in cui trascorrere del tempo e confrontarsi con architetti o appassionati».
Architettura in Città ha attirato nella sede principale un flusso di 5000 persone in quattro giorni, cifra che andrà a crescere una volta esaminati i numeri complessivi di tutti gli eventi che sono stati curati nelle 49 sedi satellite del Festival e nelle 12 sedi del Fuori Festival. Architettura in Città infatti, oltre ad essere un evento che è costruito attraverso la partecipazione e la collaborazione dei soggetti culturali che operano sul territorio, ha conservato anche la sua caratteristica  diffusa su tante location e parti della città di Torino.
Un legame con la città che si rafforza nel tempo, e  che il14 giugno, ha aggiunto  un nuovo tassello con la presentazione del bando “L’Unione Industriale si veste di nuovo”, relativo al concorso di idee per il rinnovamento e la valorizzazione del complesso architettonico sede dell’Unione Industriale di Torino, costituito dagli ambienti di rappresentanza dell’ottocentesca palazzina Marone e Cinzano e dalle due ali di ampliamento realizzate nel 1961. L’idea è quella di rinnovare e valorizzare l’immagine della Sede di rappresentanza dell’Associazione attraverso un percorso di restiling e di interior design delle aree di fruizione pubblica.
Abbiamo rivolto qualche domanda al presidente Giorgio Giani, al termine del suo mandato.

 

  Come sono stati scelti i temi affrontati e come si è sviluppata la progettazione delle proposte?
Il festival quest’anno si è interrogato e ha invitato a interrogarsi sul sistema di relazioni che l’abitare, inteso in tutta la sua complessità, instaura oggi con la città, intesa come il luogo della vicinanza, della diversità e dell’incontro con l’altro. Come si costituisce oggi il rapporto tra casa e città, tra interno ed esterno, tra privato e pubblico, tra individuo e società? Come cambia lo spazio domestico, sotto l’influenza delle nuove tecnologie e con il sorgere di nuovi stili di vita? Si può ancora parlare di social housing oggi? Quali politiche, strategie, dinamiche di appropriazione possono identificare l’abitare come un diritto universale? In quali e quanti modi si abita, oggi, la città? E quale può essere il ruolo dell’architetto in tutto questo?
Il tema è stato studiato grazie ad un’altra delle novità di quest’anno: due curatori esterni: Nina Bassoli e Davide Tommaso Ferrando, architetti, curatori e critici di architettura, che hanno collaborato con il gruppo di coordinamento interno, formato da Consiglieri della Fondazione e dell’Ordine degli Architetti e da parte dello staff della Fondazione. Il gruppo di coordinamento ha definito alcune attività che hanno costituito l’ossatura principale del calendario: una mostra, gli appuntamenti serali, una rassegna cinematografica, le lezioni per le scuole e alcune iniziative dedicate a uno dei target del festival, i giovani adulti, cioè i ragazzi dagli 11 ai 18 anni.
 Quindi si è aperto alle proposte degli altri soggetti culturali, sono state chiamate a raccolta le istituzioni che da anni partecipano al festival, ma si è anche cercato di aprire a nuove realtà ed è stata resa pubblica una call per raccogliere nuovi progetti. Quest’anno abbiamo poi deciso di introdurre un processo di selezione degli eventi sulla base della coerenza del tema; un passo importante, non per bocciare le iniziative, ma per garantire l’uniformità e la coesione del programma e consentire al festival di fare un salto di categoria. Visto il livello qualitativo delle proposte abbiamo scelto di creare un calendario parallelo, quello appunto del Fuori Festival: ci è sembrato un atto necessario per non limitare l’offerta culturale e doveroso per la qualità delle proposte pervenute.

Attraverso quali strutture, risorse e modalità viene sviluppato il progetto del Festival?
Il Festival è interamente gestito dalla struttura interna della Fondazione per l’architettura e coordinato da un tavolo scientifico che è al tempo stesso politico e operativo. I costi sono sostenuti dalla Fondazione e dall’Ordine, con il contributo di alcuni sponsor privati e supporter tecnici. Questo è un aspetto su cui in futuro vorremmo maggiormente lavorare: crediamo infatti che il contatto con il privato debba avvenire già nella fase della progettazione attraverso un contributo anche culturale al festival. È importante, per la sostenibilità economica dell’iniziativa e per la qualità della collaborazione, che le aziende non arrivino al termine del processo offrendo solo risorse economiche ad un progetto definito, ma siano coinvolte in precedenza in modo costruttivo. E questo è uno dei prossimi traguardi che ci riproponiamo.

Come si collega alle attività della Fondazione per l’Architettura?
Il Festival è una delle principali attività con cui la Fondazione si rivolge ai cittadini. Non è certo l’unica, ma ha un rilievo sostanziale nella programmazione. Ai cittadini infatti sono rivolte molte delle nostre azioni perché questi sono i primi destinatari delle attività degli architetti: si disegnano edifici, città e territori per le persone che andranno ad abitarli. Mentre l’arte può esistere anche senza un pubblico, l’architettura non ha senso senza qualcuno che la viva. E potremmo ancora aggiungere, senza qualcuno che la sappia leggere e giudicare perché solo un cittadino competente può pretendere qualità nel progetto. Pertanto rivolgersi anche ai non addetti ai lavori, parlare con un linguaggio semplice e comprensibile a tutti, divulgare l’importanza di abitare spazi di qualità sono obiettivi che noi cerchiamo di perseguire quotidianamente nelle attività della Fondazione, ma che nel Festival trovano la loro espressione maggiore.

Quali attività avete in programma per il futuro e come queste incontrano le istanze scaturite dall’edizione 2017 del Festival Architettura in Città?
In quest’edizione abbiamo sperimentato una nuova modalità di costruzione dei progetti: il nostro intento è di superare la logica dell’evento, secondo la quale Architettura in Città si inserisce per pochi giorni nella programmazione culturale della città e si esaurisce alla sua conclusione. Al contrario crediamo che le giornate del Festival debbano essere l’esito di un percorso di lungo periodo che favorisca la partecipazione attiva dei cittadini e degli architetti e che produca un esito concreto lasciando un segno tangibile sul territorio. Per questa esizione ci siamo limitati a due esperimenti: il Progetto OttoPerOtto, 8 workshop di progettazione partecipata, che si sono svolti nelle 8 Circoscrizioni torinesi attraverso il confronto tra progettisti e abitanti su temi segnalati dal territorio, e il disegno di un Playground a cura di IED e associazione Arteco nella Scuola Drovetti che è stato realizzato con la collaborazione degli studenti e poi inaugurato durante il Festival e donato alla scuola e alla cittadinanza. Tuttavia il buon esito ci fa pensare che questa sia la direzione giusta; per fare in modo che i progetti possano essere oggetto di una programmazione di lungo periodo che ne amplierebbe anche le ricadute. D’ora in avanti la cadenza del festival sarà biennale. Il che non significa che il Festival farà pausa per un anno, ma che si lavorerà dietro le quinte sul territorio e il Festival sarà “solo” il momento conclusivo.
 
 
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