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Un modello olistico per la Cultura

  • Pubblicato il: 13/02/2017 - 20:17
Rubrica: 
NOTIZIE
Articolo a cura di: 
Giovanna Barni e Cristina Da Milano

Giovanna Barni, Presidente di CoopCulture e Vice Presidente CulTurMedia Legacoop, e Cristina Da Milano, Presidente di ECCOM e membro del board di CAE. Insieme hanno presentato il nuovo concetto di sostenibilità di Culture Action Europe e il Rapporto di Sostenibilità CoopCulture: prima a Budapest, in occasione dell’Assemblea annuale di CAE, successivamente a Bruxelles, avanzando una proposta cooperativa in vista dell’Anno Europeo del Patrimonio Culturale. “Il settore culturale è chiamato a concorrere alla realizzazione del cambiamento verso la sostenibilità, costruendo nuove conoscenze, promuovendo consapevolezza e responsabilità”
 

 
Perché abbiamo scelto di parlare di cultura e sostenibilità? Nell’ultimo decennio, dalla Convenzione di Faro1 fino alla Comunicazione della Commissione Europea sulle relazioni culturali internazionali2, sono molti i documenti e le ricerche che mettono in evidenza il ruolo della cultura e il suo potenziale come strumento di sviluppo sostenibile.

Il dibattito attuale ha fatto però un ulteriore passo avanti, mettendo da parte il concetto di sviluppo sostenibile per approdare a quello diverso e più ampio di sostenibilità.
L’idea di sviluppo sostenibile considera la Cultura come un quarto pilastro accanto a Ecologia, Società ed Economia: si tratta di un tentativo di analizzare sistematicamente il ruolo della Cultura declinandolo, a seconda dei contesti, come elemento di supporto, di mediazione o quale elemento fondante dello sviluppo sostenibile3. In realtà, questo approccio sta mostrando tutti i suoi limiti. L’idea di sostenibilità, invece, “inizialmente riferita a processi di sviluppo compatibili con le risorse terrestri attualmente presenti ed in grado di garantire le future generazioni, si sta estendendo a tutti gli aspetti della relazione uomo ambiente, inclusi quelli individuali e sociali. Il concetto/progetto moderno di sostenibilità ha come obiettivo un cambiamento di pensiero e di azione delle nostre società in vista di una sostenibilità “planetaria”, cioè di condizioni di vita qualitativamente migliori per tutti i viventi del Pianeta ed il Pianeta stesso. Non si tratta quindi solo di “conservare” l’ambiente, le specie o le risorse necessarie alla sopravvivenza umana, ma di ripensare le società in termini anche di giustizia, equità, diritto al benessere, solidarietà4.

E’ evidente però che la piena assunzione del concetto di sostenibilità implica un cambiamento di paradigma basato su parole d’ordine quali cooperazione, condivisione, partecipazione: a partire da modelli di governance partecipata fino a giungere alle piattaforme della sharing economy, il comune denominatore sembra essere proprio un ripensamento complessivo del rapporto tra società, economia e politica, in cui il legame sociale ha un peso decisivo. Si affacciano alla ribalta modelli che rafforzano le relazioni sociali e producono benefici economici, ambientali, sociali e anche culturali5.

E’ necessario che le istituzioni culturali (ma prima ancora quelle politiche) e le imprese che operano nel settore rivendichino e sposino con forza il ruolo della Cultura come elemento essenziale di un modello finalizzato al raggiungimento della sostenibilità.
Questo processo implica un cambiamento radicale che abbia per obiettivo la sostenibilità individuale, sociale e ambientale, e che richiede nuove culture, nuove organizzazioni sociali, nuovi modelli economici. Il primo passo da compiere, però, è un cambiamento nel nostro modo di pensare, di tipo eminentemente culturale. Ecco perché il settore culturale è direttamente coinvolto e non può chiamarsi fuori dall’arena: tutte le istituzioni e le imprese culturali sono chiamate a concorrere alla realizzazione di questo cambiamento verso la sostenibilità, costruendo nuove conoscenze, promuovendo consapevolezza e responsabilità. Senza questa visione olistica e ampia della cultura, qualsiasi politica culturale rischia di rimanere fine a se stessa e confinata in un orizzonte e in un raggio d’azione a breve termine, senza riuscire ad incidere profondamente sulla società, ma anzi indebolendo la propria rilevanza sociale e sparendo così dalle priorità del dibattito politico.

La rete europea Culture Action Europe6 ha attivato ormai da alcuni anni percorsi di riflessione e condivisione di esperienze e buone pratiche in questi ambiti. In particolare, sono stati esplorati – con la partecipazione attiva dei membri della rete – i temi del partenariato pubblico-privato e della responsabilità sociale delle imprese che operano nel settore culturale tra cui CoopCulture che ormai da due anni pubblica il Rapporto di Sostenibilità (www.coopculture.it).
Il Rapporto CoopCulture rendiconta appunto la capacità dell’impresa di incidere sulla società, misurando non solo gli effetti diretti relativi al settore in termini quantitativi e qualitativi - scopo di ogni impresa efficiente - ma anche quelli indiretti, derivanti dalla capacità di rendersi, nell’ambito dei contesti in cui si trova ad operare, moltiplicatore di opportunità di crescita e fattore di miglioramento delle condizioni relative a qualità della vita, rafforzamento dell’identità culturale, diffusione dei valori di partecipazione, equità e democrazia.
Il senso della responsabilità (e della restituzione) è profondamente radicato nel sistema valoriale di CoopCulture. Esso deriva, oltre che dalla consapevolezza di essere attore primario del sistema culturale in Italia, anche dalla combinazione tra la propria natura di impresa cooperativa, che ha al centro le persone, e la vocazione specifica a realizzare nell’ambito del patrimonio culturale - nella sua accezione più ampia materiale e immateriale - un sistema integrato di attività e servizi che favoriscano l’accessibilità dei molteplici pubblici secondo un approccio olistico che guarda ai territori e non più solo ai singoli luoghi.
La rendicontazione si basa dunque su quattro aspetti della sostenibilità: economica, operativa, sociale e culturale, allo scopo di evidenziare l’ampia articolazione di benefici che è possibile produrre e misurare con un set di indicatori di nuova concezione e, pertanto, in progress.
Più nel dettaglio, la sostenibilità economica attiene non solo alla crescita dell’azienda ma anche alla capacità della stessa di redistribuire gli introiti nell’incremento di occupazione qualificata, in investimenti che alimentano un network di partner e fornitori operanti nei diversi ambiti dell’industria culturale e creativa (dall’editoria al design, dal merchandising alla comunicazione e alle nuove tecnologie) e nell’attivazione dell’indotto nella più ampia filiera del turismo e delle produzioni locali.
La sostenibilità operativa viene riferita alla capacità di promuovere innovazione: di prodotto, trasformando le visite ai musei in esperienze personalizzabili, sempre più diffuse ed accessibili grazie a piattaforme digitali intelligenti, e di processo, includendo nell’assetto organizzativo nuove figure professionali e competenze, anche grazie a relazioni di scambio costante con il mondo della ricerca, l’università, i centri di studio e progettazione come Eccom e Culture Action Europe.
Se questi primi due aspetti non sono ovviamente esclusivi della cooperazione culturale, ma ne rendicontano l’innegabile apporto per lo sviluppo sostenibile, le ulteriori due dimensioni della sostenibilità, sociale e culturale, evidenziano la portata di questo modello nel rafforzamento dei legami sociali, delle reti e nello sviluppo della diplomazia culturale, temi questi centrali nel dibattito europeo.
La sostenibilità sociale misura la crescita non solo numerica dei soci (circa 1.000 oggi in CoopCulture, con forte componente femminile e giovanile), peraltro in un settore ad occupazione non delocalizzabile, ma soprattutto quella relativa a partecipazione, sviluppo personale, formazione continua e benessere degli stessi, e misura altresì le relazioni virtuose di rete con i molti soggetti esterni capillarmente diffusi nei territori, prioritariamente con le cooperative, operanti nelle produzioni culturali e nei servizi turistici.
E infine la sostenibilità culturale che registra la crescita di senso del rapporto tra pubblici, cittadini e patrimonio culturale, non tanto e non solo nella dimensione quantitativa del loro incremento numerico ma soprattutto nella capacità di alcuni progetti – come testimoniano i tanti realizzati da CoopCulture da Roma Caput Mundi a Critic Globus – di rendere il patrimonio, fattore di dialogo interculturale, inclusione sociale, partecipazione attiva (in linea con la Convenzione di Faro che vede la cultura come diritto da esercitare non solo attraverso la fruizione ma mediante la partecipazione)
Il modello cooperativo nel settore culturale è allora riferimento indispensabile in quanto probabilmente il più orientato alla sostenibilità globale, e cioè alla capacità di tenere in equilibrio e rafforzare tutti le dimensioni viste. Se il contributo del patrimonio culturale alla crescita economica e sociale era stato sottovalutato, ancor più lo è stato quello della cooperazione operante nel settore, specie se si considera che le key-words del Rapporto di Sostenibilità di CoopCulture coincidono oggi in gran parte con i concetti richiamati dalle due più recenti Comunicazioni della Commissione Europea7.

Con l’auspicio che nelle prossime programmazioni la Cultura, nel senso di patrimonio culturale oltre che di industria culturale e creativa, possa tornare tra le priorità, occorrerà: rivalutare la forma cooperativa d’impresa ed il contributo che essa può dare ad una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva; aprire alla sperimentazione di modelli di gestione del patrimonio fondati su partenariati pubblico-privati evoluti; immaginare una governance partecipata del patrimonio in cui si realizzi una corretta sussidiarietà tra i diversi attori e che veda l’amministrazione pubblica indirizzare le finalità culturali e gli altri attori impegnati nel massimizzare gli impatti delle scelte di indirizzo sul piano economico, sociale, culturale, operativo, con effetti moltiplicatori su una lunga catena del valore.

Giovanna Barni è Presidente di CoopCulture e Vice Presidente CulTurMedia Legacoop
Cristina Da Milano è Presidente di ECCOM e membro del board di Culture Action Europe

 
1 https://rm.coe.int/CoERMPublicCommonSearchServices/DisplayDCTMContent?documentId=0900001680083746

2 JOIN(2016) 29 final, http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=CELEX:52016JC002...

3 COST - European Cooperation in Science and Technology, 2015, Culture in, for and as Sustainable Development, http://www.culturalsustainability.eu/conclusions.pdf, pp. 28-33

4 Da Milano C., Falchetti E. (a cura di), 2014, Storie per i musei, musei per le storie, Vetrani editore, Nepi (VT) http://www.diamondmuseums.eu/downloads/Handbook-Italian.pdf, p. 27

5 Arena G., Iaione C. (a cura di) (2015), L’età della condivisione. La collaborazione fra cittadini e amministrazione per i beni comuni, Carocci editore.

6 http://cultureactioneurope.org/

7 Comunicazione della Commissione Europea Verso un approccio integrato al patrimonio culturale per l'Europa; Comunicazione della Commissione Europea sulle relazioni culturali internazionali.

ph| Le relatrici a Bruxelles, da sinistra verso destra:
Lisa Mashimi, Policy Officer presso Cooperatives Europe
Cristina Da Milano
Giovanna Barni
Isabella Adinolfi, Coordinatrice della Commissione per la cultura e l’istruzione
Silvia Costa, Coordinatrice della Commissione per la cultura e l’istruzione
Erminia Sciacchitano, Policy Officer- DG Culture- Heritage- Economy of Culture, Commissione Europea