Primavera di progetti per le zone colpite dal sisma

  • Pubblicato il: 15/03/2017 - 10:28
Rubrica: 
PAESAGGI
Autore: 
Maria Elena Santagati

Progettare per ricostruire e per rigenerare. Questo l'obiettivo di molteplici iniziative che stanno sbocciando tra Marche e Umbria. Alla base, l'impegno di fondazioni e pubbliche amministrazioni, come Fondazione Symbola e i Comuni del Maceratese verso la sfida della ricostruzione. Protagonista indiscusso di questo nuovo sviluppo territoriale, il patrimonio culturale

Come sarà? È questa la domanda che riecheggia. 
Uno sforzo di immaginazione e di proiezione che dovrebbe traghettare la fase di transizione verso la fase della ricostruzione post sisma. Che la fase di emergenza non sia terminata è evidente. E non soltanto per il costante susseguirsi di scosse, ma anche per le criticità dovute alla gestione stessa dell'emergenza. Si tratta allo stesso tempo di ripensare l'assistenza nella fase emergenziale, anche in una logica di pianificazione, e di progettare una rigenerazione territoriale efficace e sostenibile. 
Questa è la volontà alla base della nuova iniziativa di Fondazione Symbola in favore delle zone del centro Italia colpite dal recente sisma. Un percorso progettuale che ha avuto avvio con un seminario nel mese di febbraio e che sarà al centro della prossima edizione del Festival della Soft Economy (Macerata e Treia 4-5-6 luglio) e del Seminario Estivo (Treia 7-8 luglio). Lo scorso 18 febbraio si è infatti tenuto a Bologna il Seminario "L'Appennino nuovo, dall'emergenza alla sfida della ricostruzione", promosso da Symbola e SOS in collaborazione con Legambiente, Federparchi, Quodlibet, Fondazione Montagne Italia.  Ad ospitarlo, la SOS-School of Sustainability fondata nel 2015 dall'arch. Mario Cucinella, una innovativa scuola di formazione post-laurea sui temi dell'architettura sostenibile. Un seminario ad inviti per favorire un confronto diretto e informale sulla gestione dell'emergenza e sulla sfida della ricostruzione, che interessa 131 comuni dell'Appennino centrale tra Marche, Umbria e Lazio. Tra i partecipanti, vari soggetti pubblici e privati. Oltre al segretario generale di Symbola Fabio Renzi e all'arch. Mario Cucinella, il sociologo Aldo Bonomi e rappresentanti di istituzioni e fondazioni, dai Sindaci di alcuni comuni colpiti a Legambiente, da AICCON a Fondazione Fitzcarraldo, ma anche giovani ricercatori e giovani architetti della SOS.
Molteplici i nodi emersi, a testimonianza di una complessità sicuramente non facile da gestire: scogli burocratici, zone neutre, aspetti fiscali, gestione delle macerie, perdita di capitale umano. Come reagire allora a tutto ciò? Fabio Renzi sottolinea l'esigenza di una visione condivisa e di politiche coerenti, e in questo senso «la sfida della ricostruzione-rigenerazione territoriale del centro Italia ci impone un salto nella contemporaneità. Allora non basta il dov'era-com'era, il tema diventa dov'era-come sarà. Gli eventi sismici e meteorologici degli ultimi mesi hanno accelerato di fatto dinamiche che in ogni caso, tra 15-20 anni, sarebbero maturate in un processo di progressivo indebolimento demografico, sociale ed economico di quelle aree appenniniche. Diventa fondamentale, quindi, immaginare un progetto che guardi al futuro e che sappia misurarsi con sfide come la sostenibilità, andando oltre l'indispensabile messa in sicurezza dei territori rispetto agli eventi sismici e meteorologici. Questo significa non soltanto dotare il territorio di nuovi servizi, a partire dalla banda larga, ma andare oltre fenomeni recenti importanti come quelli dei residenti stranieri, dei giovani agricoltori, dei ritornanti, della crescita del turismo straniero, fenomeni indubbiamente positivi che però non hanno avuto la forza di invertire una tendenza. Si tratta di pensare a questi territori in modo nuovo, non come a centri storici rimasti ai margini della modernità, ma come a una rete di piccole città che costellano un territorio di altissimo valore storico, culturale e naturale quale è l'Appennino. La contemporaneità con le sue nuove domande e opportunità si propone come un ritorno al futuro per quello "spazio di città" che per secoli è stato e può tornare ad essere l'Appennino».
Il ruolo che la cultura assume a questo proposito è centrale, e non per una «morbosità delle reliquie». Come affermato da Paolo Castelnovi di Landscapefor, si tratta di stilare dapprima una lista di priorità, in cui capire dove posizionare della cultura, facendo leva su quella «qualità antropologica dell'Appennino» che è la comunità, la relazione. E proprio all'importanza della relazione tra popolazione e beni culturali ha fatto riferimento Luca Dal Pozzolo di Fondazione Fitzcarraldo. Competenze e approcci eterogenei diventano allora cruciali in una nuova progettualità che sappia cucire insieme passato-presente-futuro, solo così rivelando la sua sostenibilità. O, volendo restare nel temporale e dirla con i francesi, la sua durabilité. Non ci resta che attendere fiduciosi gli sviluppi di questo percorso progettuale, che vedrà la sua massima espressione nel mese di luglio.

Altra iniziativa degna di nota, questa volta su scala locale, quella di una rete di Comuni del Maceratese: MaMA- Manifesto della Marca Maceratese. Ripartire dal patrimonio culturale. Macerata, Matelica, San Severino, Treia, Recanati, Monte San Giusto, Tolentino, Montecosaro, Porto Recanati, Loro Piceno, Montelupone, Camerino, Civitanova Marche, Castelraimondo, coordinati dall'assessore alla cultura del Comune di Macerata, Stefania Monteverde, hanno siglato un manifesto lo scorso novembre, con l'obiettivo di avviare una progettazione che punti sullo sviluppo culturale e sulla promozione turistica delle zone colpite, attraverso la valorizzazione del patrimonio culturale locale. Una volontà forte che nasce da una consapevolezza: «sappiamo con certezza che il nostro sviluppo dipende anche e soprattutto dal turismo e dalla valorizzazione dei nostri beni culturali. Lo abbiamo visto nella sofferenza delle comunità quando le chiese sono state chiuse per inagibilità. Lo abbiamo toccato con mano quando le opere d'arte nell'emergenza sono state portate via in fretta per essere messe in salvo lontano dalle nostre città, quando abbiamo visto i musei vuoti di visitatori, le piazze senza turisti, le biblioteche inagibili, i ristoranti e i negozi chiusi», «si riparta dal nostro patrimonio: non è un lusso, è la nostra sopravvivenza». Alla sottoscrizione è seguita una serie di incontri verso la costituzione di un tavolo di lavoro permanente. In questo ambito, diventa cruciale trattenere le opere d'arte nel loro territorio di origine, come afferma uno dei punti del manifesto, garantendo allo stesso tempo le esigenze di conservazione e di restauro e la loro fruizione. 

A questo proposito, una scelta sicuramente lungimirante, seppur constestata, fu quella della Regione Umbria, che  progettò la costruzione del deposito-bunker per opere d'arte danneggiate a Spoleto in località Santo Chiodo nel 2008, ovvero non in tempi di emergenza sismica. E qui riemerge l'importanza di pianificare la gestione dell'emergenza, come ribadito anche dalla presidente della Regione Catiuscia Marini in occasione dell'inaugurazione della mostra "Ospiti in Rocca" presso il Museo Nazionale del Ducato di Spoleto.  Un'esposizione che fino al 30 luglio accoglie all'interno del Salone d'Onore una selezione di opere “testimoni” recuperate dalle zone colpite dal sisma di Umbria, Marche e Lazio. A queste opere se ne aggiungeranno altre a partire dal 9 aprile,  "Tesori dalla Valnerina". Significativa anche la scelta di un titolo che intende sottolineare la permanenza temporanea delle opere all'interno della Rocca Albornoziana, per un loro prossimo ritorno nelle zone e nei siti originari. «Già dopo le scosse del 24 agosto ma soprattutto dopo il 30 ottobre, ho maturato la convinzione che la Rocca e il Museo nazionale del Ducato, non avendo riportato danni, dovessero assumersi il  ruolo di punto di riferimento per il territorio e per attività momentaneamente in difficoltà» afferma la direttrice Rosaria Mencarelli. Non solo mostre, quindi, ma anche una campagna di crowdfunding per  sostenere il restauro di alcune opere danneggiate dal terremoto e l'avvio di un progetto condiviso per progettare una rigenerazione a base culturale a livello regionale. Il 13 febbraio e il 7 marzo la Rocca ha infatti ospitato i primi due incontri di questo percorso realizzato in collaborazione con Umbria Creativa di Alessandro Riccini Ricci. «Ora più che mai il compito del Museo Nazionale del Ducato è quello di offrirsi come luogo di ospitalità e partecipazione. Un hub per incontri  tra cittadinanza, aziende, creativi, che credono nelle possibilità di ripresa del territorio anche grazie ad una più intensa e partecipata progettualità a base culturale. Gli incontri che sono in corso sono finalizzati allo  sviluppo di progettazione integrata dei territori. Si tratta di una sfida rilevante che mira ad innalzare la qualità degli interventi possibili, anche mediante la partecipazione a bandi europei o regionali  coinvolgendo aziende già presenti sul territorio, giovani imprese, associazioni culturali profit e non profit, privati, tenendo insieme tutela, valorizzazione e gestione delle risorse culturali con la promozione turistica. Infine, per quanto riguarda le attività più legate alla vita del museo, abbiamo  cercato di intensificare la partecipazione delle scuole, soprattutto tramite la rete di scambi  e di sostegno che offre l’organizzazione del sito seriale UNESCO Italia Langobardorum, di cui fa parte anche Spoleto, con la chiesa di San Salvatore, purtroppo momentaneamente chiusa per alcuni danni subiti con le scosse sismiche. Sarà il Museo Nazionale del Ducato ad ospitare dal 16 marzo la mostra “Trame  Longobarde tra  architettura e tessuti”: nei prossimi mesi sono attese decine di scolaresche da tutta Italia per apprezzare e toccare con mano un percorso didattico al quale hanno contributo anche i detenuti della Casa di esclusione di Spoleto ri-tessendo antichi manufatti. Un ulteriore segno che la cultura  è ri-generazione sotto molteplici forme», afferma Rosaria Mencarelli.

Sarà sempre la Valnerina ad ospitare, nel prossimo luglio, la Summer School della Fondazione Zeri, istituzione promossa nel 1999 dall'Università di Bologna con l'obiettivo della tutela e della divulgazione dell'opera di Federico Zeri. Centro di ricerca e di formazione nel campo della Storia dell'arte, la Fondazione promuove la Summer School dal titolo "Tra Norcia e Camerino. Una terra ferita, un patrimonio da salvare", una settimana di lezioni teoriche e visite sul campo che, a partire dalla conoscenza del patrimonio locale, possa offrire spunti per una valorizzazione coerente con il contesto e l'identità del territorio. Come riporta la presentazione dell'iniziativa: «Le speranze di ripresa dell’economia silvo-pastorale e di un turismo alternativo sembrano soffocate dagli ultimi drammatici eventi. Forse è possibile trasformarli nell’opportunità di un riscatto che parta dalle risorse della memoria e del patrimonio diffuso, dove il fascino aspro della produzione figurativa, all’incrocio di tradizioni disparate, è moltiplicato dalla suggestione ancestrale di un paesaggio vasto, accidentato, a tratti ancora selvatico». 
Che alla retorica della rigenerazione possa accompagnarsi la sostanza di una nuova progettualità, capace di rispondere alle esigenze delle popolazioni e dei territori feriti. 

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