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Oltre l’abbellimento. Il design sociale per progettare relazioni

  • Pubblicato il: 18/05/2018 - 08:00
Autore/i: 
Rubrica: 
SAPER FARE, SAPER ESSERE
Articolo a cura di: 
Francesca Neri, Osservatorio, Fondazione Exclusiva

Luoghi di cura che curano. Fondazione Exclusiva, nell’ambito della propria ricerca sull’innovazione sociale, avvia un progetto partecipato di ri-semantizzazione dell’Ospedale Spallanzani di Roma, che si fonda sul coinvolgimento del personale sanitario, dei pazienti e, in una visione di comunità, di un gruppo di studenti del Liceo artistico Enzo Rossi, attraverso la metodologia del design sociale, con la collaborazione del prof. Cristian Campagnaro del Politecnico di Torino.
Rubrica di ricerca in collaborazione con Fondazione Exclusiva


È oggi acclarata la potenza del design come disciplina capace di agire a livello economico e sociale, nell’indirizzare in primis le imprese in termini etici, nel progettare prodotti, processi e relazioni, tra le persone e gli oggetti.  Responsabilità sociale che, negli ultimi anni, si  sta esprimendo anche in ambito comunitario. La disciplina si è espansa nel social design, area oggetto di attenzione della ICSID-International Council of Society of Industrial Design, l’organizzazione che riunisce a livello globale associazioni, centri e istituzioni di settore. L’ADI, l’emanazione italiana, ha inserito dal 2014 nel proprio Index una sezione dedicata per progetti volti ad accrescere il valore delle comunità, per favorire lo sviluppo delle persone, costruire modelli economici alternativi, economie sociali per superare l’ideologia di mercato.
In questa direzione sta andando Fondazione Exclusiva che ha coinvolto Cristian Campagnaro, professore associato del Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino, come  coordinatore scientifico del progetto di innovazione sociale   “La bellezza fa bene”, sostenuto da Oikos. Il progetto si è aperto con un Talk Fex dedicato alla capacità della bellezza di influire sul ben-essere, sulla vita -neurologica, psico-fisica e sociale- delle persone e prosegue con un workshop di co-design per sviluppare un intervento progettuale di risemantizzazione partecipata  da attuare nel Poliambulatorio dell’Ospedale romano, Lazzaro Spallanzani, che si fonda sul coinvolgimento del personale sanitario, dei pazienti e, in una visione di comunità, di un gruppo di studenti del Liceo artistico Enzo Rossi.
 
Prof. Campagnaro, Lyotard nel 1987 ha sentito il bisogno di chiarire un dibattito filosofico complesso con “Il postmoderno spiegato ai bambini”. E’ pensabile di raccontare nello stesso modo il design sociale? Che cosa si intende nel dibattito attuale e che cosa intende lei, nella teoria e nella pratica, per design sociale?
Si tratta di un binomio che, in un modo molto sintetico, indica un campo di ricerca e pratica di design che pone particolare attenzione ai diritti di fasce di popolazione fragili e marginalizzate, un design che, nel modo in cui persegue i risultati di progetto attesi, addotta un approccio interdisciplinare, partecipato, partecipante e riflessivo. È un design che “disegna” prodotti ma anche servizi e processi; lo fa responsabilmente e con un’attenzione non trascurabile all’impatto generato e che da questi punti di vista non è poi così diverso dagli “altri” design, tradizionali e non, tutti altrettanto sociali.
Sebbene sia una sintesi non particolarmente precisa - anzi il dibattito definitorio è vivace - quelle due parole riescono a portarci verso un repertorio esteso di esperienze, anche molto diverse tra loro, che tendono, ciascuna con la propria originalità, ad un disegno di società giusta, inclusiva, coesa e sostenibile.
 
Nel corso della giornata di apertura del progetto, il 26 maggio, lei ha detto che è possibile “costruire una differenza rispetto al punto da cui siamo partiti”. Quale è la situazione su cui vuole intervenire il progetto di Fondazione Exclusiva e quali sono gli obiettivi realistici che possiamo porci?
Il progetto interverrà su un luogo di cura, un poliambulatorio ospedaliero, frequentato quotidianamente da pazienti, operatori sanitari e amministrativi. Il progetto entrerà in quel luogo mettendosi in ascolto e in osservazione delle storie di “fatica” nella quotidiana fruizione di quegli spazi e delle attrezzature, arredi e sistemi di comunicazione presenti in essi. Dal punto di vista degli output, gli obiettivi prioritari che il progetto può porsi sono trasformativi e devono tendere, in una prima fase, a proporre soluzioni progettuali che contribuiscano a restituire qualità e funzionalità ai luoghi, nonché dignità alle giornate di chi vi lavora e di chi vi transita e sosta, perché malato o perché accompagnatore di un malato. Una successiva fase di lavoro prevederà la valutazione delle proposte progettuali nella prospettiva di una loro implementazione alla fase esecutiva e di una loro realizzazione.  
È nostra precisa intenzione che tutto, processo e progetto, avvenga nel rispetto di precisi vincoli di fattibilità, sostenibilità, in coerenza con un mandato partecipativo e un principio di comunità in ragione dei quali ogni fase del workshop progettuale vedrà talenti creativi, beneficiari e giovani in formazione collaborare, in équipe, allo sviluppo dei concept progettuali. Queste attenzioni tendono a esiti più intangibili che hanno a che fare con la promozione di una visione di cambiamento dei luoghi di cura auspicabile e auspicata. 
 
Quanto della metodologia che lei ha già sperimentato e applicato altrove, è trasferibile nel contesto romano?
Il contesto in un processo complesso come quello di cui stiamo discutendo è determinante, è materia di progetto e, allo stesso tempo, risorsa per quel progetto. Ciò detto, credo che l’approccio e il metodo che abbiamo sviluppato e sperimentato altrove, in contesti di accoglienza e di fragilità affini, sia trasferibile in toto; lo abbiamo intenzionalmente immaginato aperto, scalabile e adattabile al contesto e alle comunità con cui collaboriamo; lo manteniamo attento e sensibile ai vincoli e alle risorse che comunità e contesti esprimono.  Lo stile antropologico della nostra pratica di design ci permette di usare tutte le attenzioni necessarie a dare voce agli stakeholder e ai beneficiari e ad includerli nei momenti fondamentali dei processi.
 
I progetti di design sociale, lei dice e scrive ripetutamente, nascono da sistemi di relazioni, da reti di attori che decidono di attivarsi. Quali sono gli attori indispensabili e come funziona e ha funzionato, nei casi specifici che lei ha seguito, la relazione fra istituzioni e Terzo settore?
Le reti di relazioni sono, a mio avviso, la ricchezza del sistema design che si costituisce, nella forma della comunità di pratica, attorno ad una domanda di progetto partecipato. E la ricchezza di queste reti è maggiore quanto maggiori sono l’eterogeneità dei nodi di rete e l’estensione della stessa.
Nel dettaglio, in un progetto che si vuole partecipato, va fatto ogni sforzo perché non siano assenti i beneficiari. Tuttavia, la presenza delle istituzioni e delle organizzazioni, che in qualche modo rappresentano le dimensioni politica e amministrativa all’interno di questa rete, è altrettanto indispensabile perché il progetto non resti un esercizio retorico e teorico.
 
Una caratteristica inedita, se non sbaglio, rispetto ai progetti a cui ha partecipato precedentemente, è la presenza nel gruppo di lavoro attuale dei creativi professionisti (architetti, grafici, artisti, designer e decoratori) di Exclusiva Design, che parteciperanno in qualità di project leader durante il workshop. In che modo questo può influire sul delicato equilibrio fra i soggetti partecipanti?
La presenza dei creativi di Exclusiva Design è certamente un ulteriore elemento di ricchezza per il progetto. Le équipe potranno beneficare dell’esperienza e della sensibilità di questi professionisti; sono certo che sapranno sostenere e facilitare la creatività diffusa de membri del gruppo che parteciperà alle attività di co-design. Gli studenti del Liceo artistico, inoltre, avranno l’opportunità di collaborare con questi talenti, fare esperienza del loro metodo di lavoro e riflettersi in un futuro professionale per loro possibile.
 
Sempre nel corso della giornata del 26 marzo, è più volte ritornato, soprattutto nelle parole del Presidente di Fondazione Exclusiva l’architetto Fabio Mazzeo, lo spettro dell“abbellimento”, ovvero del timore che un intervento di questo tipo possa incidere solo sulla superficie dei problemi e non riesca ad agire affatto sul vissuto di chi frequenta i luoghi della cura.
Certo, ogni progetto porta con sé il rischio di risultati di superficie. Serve tempo e un accompagnamento paziente e attento per creare le condizioni affinché il progetto avvii i cambiamenti profondi che ci si è prefigurati. L’”abbellimento”, il progetto e il processo che lo realizzano, sono, in questo caso, comunque necessari, direi indispensabili, a far vedere e far vivere il cambiamento possibile nella sua concretezza. Se tutto andrà bene, come credo, avremo un prototipo, attraversabile, vivibile, che potremo valutare in un tempo esteso di sperimentazione quotidiana, utile a capirne l’efficacia. Avremo però anche fatto esperienza di un modello di intervento trasformativo partecipato e comunitario, altrettanto necessario nel processo di ripensamento dei luoghi della cura; anche quello sarà da osservare e valutare per come saprà interagire, o meno, con le organizzazioni e le “burocrazie”.  
 
Un suo recente Ted Talk si intitolava “Elogio dell’imperfezione”. Come può dialogare questo con la bellezza?
La bellezza che costruiamo insieme in un processo collaborativo, che negoziamo con gli altri, che si apre anche a chi raramente fa esperienza di essa può essere ruvida, sporca, imprecisa. Può capitare; è un compromesso accettabile, dal mio punto di vista, se quell’imperfezione diventa strumentale ad obiettivi di accessibilità, inclusione e attivazione di risorse personali.
 
E, in modo più generale, in che modo la bellezza, e l’educazione alla bellezza si sposa con i progetti con una valenza sociale, che vogliono parlare ai più fragili, a chi ha bisogni evidenti?
La bellezza, anche quella imperfetta di cui dicevamo poc’anzi, è un diritto... per tutti; è necessario saperla riconoscere per farne esperienza.
Allo stesso tempo, l’esperienza, costante e ripetuta, della bellezza è una garanzia di una vita piena, completa e dignitosa.