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Musei: trasformazioni e prospettive

  • Pubblicato il: 18/05/2018 - 08:04
Autore/i: 
Rubrica: 
MUSEO QUO VADIS?
Articolo a cura di: 
Patrizia Asproni

Nel radicale cambiamento dei pubblici della Cultura, della stessa produzione artistica contemporanea che si sta sviluppando in un ecosistema radicalmente mutato dal digitale la conseguenza diretta è, la riorganizzazione dell’offerta, attraverso una riformulazione del paradigma di quella  museale tradizionale (..) in favore di una call to action/partecipazione. Si aprono nuovi interrogatici strategici. Come connettere ciò che è custodito all’interno con il mondo al di fuori dei musei e l’accelerazione delle relazioni e delle comunicazioni che lo attraversa? Il destino dei musei è di tenere il ritmo o, al contrario, di riaffermare il loro carattere di luoghi di meditazione e lentezza?
In questo scenario, Patrizia Asproni, Presidente della Fondazione Marino Marini, prosegue le sue riflessioni sul ruolo dei musei nel XXI secolo che “
acquisiscono una missione speciale, quella di hubs che interagiscono col territorio e con la cittadinanza. Per questo le istituzioni museali devono tornare a praticare la ricerca e la scoperta, in relazione permanente con il mondo della scuola, dell'università e anche dell'impresa, e a incarnare strutturalmente il ruolo di laboratori del sapere e acceleratori diffusi di idee, attraverso e intorno ai quali non solo si generano meccanismi di fertilizzazione culturale e creativa ma anche, come diretta conseguenza, di crescita umana e collettiva”.

Rubrica di ricerca in collaborazione con il Museo Marino Marini


Il pubblico della cultura sta cambiando: generazione e scambio di contenuti, fruizione immateriale, moltiplicazione delle piattaforme, globalizzazione della platea. Tutto induce ad una evoluzione, prima di tutto, dei linguaggi, ora funzioni del mezzo – la rete – e di quella accelerazione temporale che Bauman chiama nowism e che detta l’imperativo stay connected.
 
Se è assodato che l’audience engagement, mantra delle politiche culturali del nuovo millennio, passa attraverso una relazione tra gli attori pressoché peer to peer, un domani user-generated scuote le istituzioni culturali verso un nuovo dinamismo, accentuandone la dimensione di laboratori del sapere unici perché costruiti su un patrimonio storico-artistico senza eguali, e assegnando al pubblico il ruolo di protagonista, propulsore e generatore, esso stesso, di conoscenza.
Nei musei e attraverso le opere che essi custodiscono, infatti, passa di fatto l’intera storia dell’umanità e del pensiero: Big Data a portata di mano, strumenti di lettura degli scenari contemporanei e di pre-visione di quelli futuri, ai quali va garantito il massimo accesso.
 
La conseguenza diretta è, evidentemente, la riorganizzazione dell’offerta, attraverso una riformulazione del paradigma di quella museale tradizionale, oggi basata sulla relazione conservazione-istituzioni/fruizione-pubblico in favore di quella call to action/partecipazione.
 
Non si discute sul fatto che si tratti di un cambiamento epocale, che tira fuori di prepotenza il dibattito dall’obsoleta dicotomia tra tutela e valorizzazione per proiettare lo sguardo molto più in là, verso un futuro non più e non solo da profetizzare in senso asimoviano, ma da contribuire a costruire passo dopo passo, anche attraverso la conoscenza acquisita attraverso l’esperienza museale.
 
I risvolti sono tutt’altro che teorici e impattano tanto sulla visione di lungo periodo quanto sugli aspetti quotidiani e concreti della gestione culturale.
 
Come gestire, ad esempio, le didascalie delle opere? Quali codici utilizzare per il racconto dei percorsi espositivi? Come definire i display dei musei? Cronologia, biografie degli artisti e ricostruzione storica e della produzione culturale bastano a “chiamare all’azione” il pubblico, anzi, i pubblici che in misura sempre più eterogenea attraverseranno le sale? Bisognerà proseguire nell’enfatizzazione degli aspetti di protezione o aprire l’accesso mettendo a disposizione del pubblico anche ciò che è conservato nei depositi?
 
E ancora, come connettere ciò che è custodito all’interno con il mondo al di fuori dei musei e l’accelerazione delle relazioni e delle comunicazioni che lo attraversa? Il destino dei musei è di tenere il ritmo o, al contrario, di riaffermare il loro carattere di luoghi di meditazione e lentezza? Infine, quello con la tecnologia è un abbraccio mortale che implica la definitiva rinuncia all’esperienza “tutta umana” della visita, o uno strumento di approfondimento e valorizzazione?
 
Sono questi gli interrogativi che il sistema cultura deve affrontare. Certamente non perdendo di vista che la mediazione tecnologica delle abitudini e degli stili di vita perde sempre più rapidamente il suo carattere di mediazione, appunto, per diventare azione tout-court, specie nelle generazioni più giovani, cui le istituzioni culturali devono guardare come target elettivo dell’organizzazione della propria offerta, puntando a transitare dal modello della visita -spesso passiva- a quello dell’esperienza e, anche, dell'emozione .
 
Non è tutto. Mentre la stessa produzione artistica contemporanea si sta sviluppando in un ecosistema radicalmente mutato dal digitale, la vita delle comunità si trasforma non solo all’insegna di un “prima e dopo”, ma anche – soprattutto – di un “dentro e fuori”, in cui innovazione e tecnologie diventano potenziali strumenti di inclusione e pratica democratica.
 
In questo solco i luoghi della cultura acquisiscono una missione speciale, quella di hub che interagiscono col territorio e con la cittadinanza. Per questo le istituzioni museali devono tornare a praticare la ricerca e la scoperta, in relazione permanente con il mondo della scuola, dell'università e anche dell'impresa, e a incarnare strutturalmente il ruolo di laboratori del sapere e acceleratori diffusi di idee, attraverso e intorno ai quali non solo si generano meccanismi di fertilizzazione culturale e creativa ma anche, come diretta conseguenza, di crescita umana e collettiva.
 
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