Made in Cloister: sapienza artigianale, arte e design si incontrano a Napoli

  • Pubblicato il: 15/03/2017 - 10:24
Rubrica: 
SAPER FARE, SAPER ESSERE
Autore: 
Arianna Rosica e Damiano Gulli

A Napoli, imprenditori illuminati avviano nel 2012 Made in Cloister un progetto che si prende cura del chiostro cinquecentesco della Chiesa di Santa Caterina a Formiello, restaurandolo con l’obiettivo di destinarlo al rilancio delle tradizioni artigianali attraverso la collaborazione con artisti e designer internazionali. Il 13 maggio Made in Cloister inaugurerà la nuova mostra, che segue quella di Laurie Anderson. L’artista giapponese Tadashi Kawamata coinvolgerà nella produzione di una installazione gli artigiani e, grazie all’aiuto della Cooperativa sociale Dedalus, i ragazzi del quartiere. Ce ne parla il presidente Rosa Alba Impronta

Napoli. Nella zona di Porta Capuana, il chiostro cinquecentesco della Chiesa di Santa Caterina a Formiello è rinato grazie all’intervento dei privati. Il recupero di una porzione di patrimonio trasformato in autolavaggio si rivela oggi un cluster culturale, un centro di rilancio del saper fare italiano, dell’artigianato 3.0 in dialogo con la creatività contemporanea.
E’ il progetto Made in Cloister www.madeincloister.it, iniziato circa cinque anni fa, partendo dal restauro e dalla riconversione del Chiostro piccolo del complesso. Un’idea di riconversione di imprenditori illuminati Rosalba Impronta- broker assicurativa, Davide de Blasio-presidente della Tramontano Spa e dell’architetto Antonio Martiniello -studio Keller Architettura che nasce proprio dalla specificità del luogo: raro esempio di rinascimento e archeologia industriale, in stato di totale degrado. Parte dell'ex lanificio borbonico che fallisce dopo l’Unità d’Italia viene completamente abbandonato e trasformato negli anni in garage, autolavaggio, deposito e falegnameria.
Ne parliamo con la presidente della Fondazione Made in Cloister, Rosalba Impronta.

Lo spazio in cui operate è di forte suggestione, denso di storia e memoria. Come siete intervenuti architettonicamente e quali le linee guida del restauro?
La suggestione dello spazio è data dal fatto che il Chiostro abbia conservato, nonostante gli scempi che ha subito, tracce del suo passato: da complesso monastico parte della chiesa rinascimentale nel Cinquecento, a fabbrica borbonica nell’Ottocento in cui si producevano divise militari per l'esercito, di cui vi è traccia nel meraviglioso “essiccatoio” ligneo centrale che conferisce allo spazio un carattere di assolta unicità. Negli ultimi 150 anni lo spazio viene completamente stravolto, per questo motivo il restauro, da un lato ha eliminato, in accordo con la Soprintendenza, tutte le superfetazione che erano state fatte, dall'altro ripristina l'originale spazialità con la precisa volontà di ridurre al minimo gli interventi per lasciare immutato il fascino del chiostro.

Riservate una grande attenzione alla valorizzazione e recupero del fare artigianale e della mano intelligente, con una ripresa di tecniche, materiali e lavorazioni. Come nascono le collaborazioni fra maestri artigiani e artisti e designer internazionali?  Secondo quali criteri vengono individuati?
La missione di Made in Cloister, “valorizzare il patrimonio culturale, realizzare al Chiostro un luogo di eccellenza creativa in cui sperimentare nuove vie per il rinnovamento dell’antica sapienza artigianale attraverso la visione di artisti e designer”, parte ancora una volta dai luoghi che nei secoli sono stati luoghi di produzione.
Il centro storico di Napoli conserva ancora delle meravigliose attività artigianali che meritano di essere valorizzate attraverso la creatività contemporanea. Inoltre, abbiamo riscontrato che in questo modo gli artigiani possono trovare nuove committenze e soddisfare il grandissimo interesse a livello internazionale per le tecniche artigianali tradizionali. Siamo partiti realizzando una mappatura dell’artigianato artistico che ci ha rivelato dal dialogo con gli artigiani le tecniche antiche e le difficoltà che incontrano.
Per ogni nostro nuovo progetto gli artisti e i designers vengono portati nelle botteghe, a conoscere gli artigiani e i loro saperi e in base a quello che si vuole realizzare, al feeling che si crea nascono le collaborazioni. È stato così sia per la serie di acquetinte e acqueforti nate dagli scatti urbani di Harry Pearce e realizzate con il torchio a stella dal maestro stampatore Vittorio Avella, sia per l’arredo del nostro bar e ristorante disegnato da Chris Rucker e realizzato da vari artigiani campani.

Un altro obiettivo per voi centrale è quello della rigenerazione urbana. Quali le azioni intraprese in questa direzione? Come è articolato il cluster culturale di cui fa Made in Cloister fa parte?
Il cluster culturale che si è formato nel complesso di Santa Caterina a Formiello è variegato e composto da diverse realtà che operano in settori differenti, dalla musica alla stampa 3D, dall’architettura all’inclusione sociale e all’arte.
Da quest’anno abbiamo deciso di formalizzare la nostra rete sotto un unico nome “Lanificio Insula Creativa”, un percorso iniziato da tempo già con Franco Rendano e la sua associazione e che, negli ultimi anni, anche grazie al processo innescato dalla presenza di Made in Cloister, si è arricchito di molti altri soggetti ed esperienze, tra cui la Durham & Alves Association e la Cooperativa sociale Dedalus. Tutti insieme operiamo per un’idea di valorizzazione dell’intera area.
La zona di Porta Capuana è un’area meravigliosa e ricca di storia, antica porta di accesso alla città di Napoli, risulta essere socialmente complessa. La Fondazione sta intraprendendo diverse attività che coinvolgono le scuole del quartiere e l’Accademia di Belle Arti di Napoli per provare a coinvolgere gli abitanti e avere un impatto maggiore, nell’immediato, sull’intera area dove sorge l’intero complesso. Riteniamo inoltre che la forza e la visione degli artisti che coinvolgiamo nei nostri progetti possano accelerare il risanamento e la riqualificazione dell’area, in un’ottica più a lungo raggio. A tal proposito il 13 maggio inaugureremo la nostra nuova esposizione, dopo quella di Laurie Anderson, che prevede un’istallazione dell’artista giapponese Tadashi Kawamata che coinvolgerà, nella produzione, artigiani e, grazie all’aiuto della Cooperativa sociale Dedalus, ragazzi del quartiere. A questa seguirà una conversazione, realizzata in collaborazione con Future City di Londra, che da anni sperimenta con successo la valorizzazione di aree urbane attraverso la cultura, proprio sul tema dell’importanza dell’arte e il suo ruolo attivo in processi di rigenerazione urbana.

Come riuscite a far convivere una dimensione locale, con la sua cultura e tradizione, con una dimensione di respiro più ampio e internazionale?
Relativamente all’internazionalità, riteniamo che solo agendo a livello globale e riuscendo ad attirare un pubblico internazionale si possono puntare i riflettori su questa zona di Napoli, ingiustamente dimenticata anche dai flussi turistici, e avere quel coinvolgimento e quella presenza di visitatori che può creare sviluppo e benessere. Molti artisti, anche grazie a Davide de Blasio che segue i progetti artistici e musicali, sono amici della Fondazione Made in Cloister.

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