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Arte come salvezza Urbana?

  • Pubblicato il: 04/10/2016 - 12:06
Autore/i: 
Rubrica: 
SPECIALI
Articolo a cura di: 
Stefano Monti
Factory Grisù a Ferrara

SPECIALE LUBEC 2016. Oggi, complice un grande fermento (tardivo nel nostro Paese) legato ai processi di rigenerazione urbana, l’arte contemporanea è “il tormentone”, la leva dello sviluppo territoriale e del turismo, riposizionamento di brand “destination” e stimolo per investimenti. Anticipiamo le riflessioni di Stefano Monti che interverrà alla tavola rotonda “Arte contemporanea grande attrattore. Politiche e strumenti a confronto” a Lubec 2016, giovedì 13 ottobre, invitando alla chiarezza e alla concretezza

A quanto pare, l’economia della cultura strizza spesso l’occhio ai tormentoni. Guardando agli ultimi anni, è possibile richiamare con facilità alcuni di essi: prima il boom dei musei (Bilbao, etc.) (Plaza & Haarich, 2009), poi l’inserimento della cultura all’interno dei processi di management per favorire la produttività delle risorse umane (Barmeyer & Mayrhofer, 2008), nel frattempo la definizione sempre più precisa di una creative class (Florida, 2002) che dopo varie peripezie ha portato alla costruzione del cluster delle industrie culturali e creative (DMCS - Creative Skillset, 2013).
Sotto un altro versante, il mercato dell’arte (soprattutto quello dell’arte contemporanea) ha vissuto un grande momento di boom, dapprima attestandosi come grande attrattore per diversificazione degli investimenti finanziari (nelle sue qualità di bene anti-ciclico) (Velthius, 2013; Horowitz, 2014; Worthington & Higgs, 2006) poi come investimento tout-court con la nascita di fondi di private equity i cui asset erano esclusivamente o in forma prevalente costituiti da opere d’arte.
Oggi, complice anche un grande fermento (arrivato un po’ tardivo nel nostro Paese) legato ai processi di rigenerazione urbana (Galdini, 2008), sembra che questi due filoni siano destinati (finalmente) a trovare un terreno di intersezione. L’arte contemporanea come leva dello sviluppo territoriale e del turismo.
Un perfetto incrocio, fatto però più di ambiguità che di chiarezza di intenti, come appare evidente anche da una breve rassegna stampa:
Rivitalizzare le periferie attraverso i giovani e del mondo dell’associazionismo è un’iniziativa positiva che va proprio nella direzione dello sforzo che deve intraprendere il Paese per recuperare il forte ritardo nel sostegno e nella valorizzazione del Contemporaneo” ha dichiarato il Ministro Dario Franceschini (Franceschini, 2016). “L’arte contemporanea è un terreno sul quale stiamo finalmente recuperando un decennale ritardo in termini di attenzione politica e investimenti economici. Non solo infatti può aiutare a riqualificare e valorizzare periferie e zone ai margini dei centri storici urbani, ma rappresenta uno straordinario ambito di creatività e sperimentazione per tanti giovani artisti, così come accade nelle principali città europee”, è invece il pensiero di Antimo Cesaro, sottosegretario ai beni culturali e al turismo (Cesaro, 2016). Prospettive condivise anche dal mondo accademico: “Il mondo Culturale e Artistico, in quanto risorsa di crescita economica e sociale, hanno bisogno di innalzare il proprio profilo” e amministrativo, come dimostrano i frequenti e non sempre riusciti tentativi di creare un “brand urbano” attraverso l’arte contemporanea.
Questo nuovo entusiasmo, soprattutto declinato nel periodo di lancio del “bando periferie” (arrivato un po’ troppo a ridosso delle amministrative purtroppo), non ha però ben chiarito verso quali direzioni, effettivamente, vada declinato questo binomio arte-città (Presidenza del Consiglio dei Ministri, 2016).

Sarebbe forse il caso si iniziasse a discutere di questi argomenti in termini un po’ più concreti: cosa vuol dire investire in arte contemporanea per rivitalizzare un tessuto cittadino? Adottando la visione di Franceschini&Co., si tratterebbe di avviare una prospettiva di recupero sociale attraverso i “giovani” e il “terzo settore”, comparti con i quali concorrere alla riqualificazione delle “periferie”.
Chiaro? Non troppo, vero?
Cerchiamo dunque di fare un po’ di ordine. Grazie anche al fatto che questo filone ha avuto negli anni (soprattutto all’estero, ma non mancano casi notevoli nel nostro Paese) un notevole sviluppo, ci sono varie modalità attraverso le quali un investimento in arte contemporanea può generare un impatto diretto e indiretto sul territorio.
Il modello più noto è, lo sappiamo, l’avvio di progetti in larga scala legati all’arte (contemporanea e non) in zone marginali delle città. Su questo modello ci sono state, negli anni, molte esperienze positive (Bilbao, Barcellona, Londra, New York), ma anche qualche scivolone importante che ha generato, di fatto, una allocazione di risorse pubbliche poco efficace. I pregi di questa linea di intervento sono molteplici: la previsione di un intervento a grande impatto economico (come la costruzione di un museo) implica la destinazione di un grande investimento (in genere da parte della pubblica amministrazione) a zone che, abitualmente, vengono meno valorizzate all’interno degli itinerari cittadini. Questo genera un fermento, che può variare dalla crescita occupazionale diretta all’aumento generale del valore monetario degli immobili presenti nel quartiere. I punti di svantaggio tuttavia, sono altrettanto notevoli: le spese di costituzione sono in genere molto elevate e questo non permette (purtroppo) di garantire ai neo-nati musei risorse adeguate per una gestione ottimale nel medio periodo. Senza tali risorse, tuttavia, il museo rischia di diventare una scatola vuota, a cui la popolazione guarda con diffidenza, e talvolta con antipatia.
Accanto a questa modalità di intervento, si è affermato il tentativo di utilizzare l’arte contemporanea come attrattore turistico. Questo è accaduto sia nei centri urbani minori, nel tentativo di ampliare il proprio set d’offerta attraverso un prodotto turistico “di nicchia”, sia nelle mete a più alta vocazione turistica, grazie anche all’affermarsi della street-art, che permette di creare itinerari alternativi a quelli del turismo di massa, attraverso i quali veicolare i flussi verso zone meno inflazionate. Esempi di questo tipo di declinazione possono essere riscontrati nel progetto Tevereterno o il Festival Transart del Trentino Alto Adige, ma anche progetti internazionali, come Lisbona (Burnham, 2010), Parigi, New York, Berlino, Melbourne, Londra, e anche mete meno note, come Lodz (Casalini, 2015), che hanno trovato nella street-art anche una leva di brand awareness. Questa leva di intervento ha dalla sua una più forte coerenza con la produzione contemporanea, e un intervento diretto (per vocazione) sul territorio. Ha un’efficacia di attrazione per flussi turistici ricercati, ma permette di avere una fruizione del territorio viva, senza il filtro delle mete organizzate. Realizzare opere d’arte sui, con, o in qualche caso, per i muri di un quartiere, tuttavia, non ha alcun tipo di efficacia strutturale: un festival di street-art sicuramente può trasformare il degrado estetico di una palazzina popolare semi-abbandonata dandole una nuova immagine e restituendo dignità estetica ai suoi abitanti, ma sicuramente non migliora le condizioni di vita del quartiere, la sicurezza degli stabili o quella per le strade, così come non basta certo un flusso estemporaneo di visitatori a migliorare le condizioni strutturali di un’economia circoscritta.
Infine ci sono alcuni tentativi che portano all’emersione di fenomeni di tipo privato-collettivo, volti alla rigenerazione di un determinato territorio attraverso la cultura e più in generale le industrie creative e artistiche. Questi fenomeni prevedono, in genere, l’associazione di vari operatori del settore che decidono di realizzare le proprie attività produttive o di posizionare i propri uffici all’interno di aree urbane delimitate, che diventano così zone ad alto tasso di produzione di contenuto, e, di conseguenza, zone ad alto tasso di attrazione per una porzione dei cittadini. Tali fenomeni possono essere autonomi (imprenditori e operatori del settore decidono autonomamente di localizzarsi in questi punti) o eterodiretti (quando una pubblica amministrazione incentiva, attraverso finanziamenti e sgravi, la rinascita di un determinato quartiere). In questo senso possono essere lette le esperienze di Factory Grisù a Ferrara, Made in Cloister a Napoli, l’Ex-Ansaldo a Milano o ancora le esperienze di Marsiglia con Friche La Belle de Mai, o Hafencity di Amburgo o Kaapeli di Helsinki.
Il livello di complessità degli interventi che insistono sul territorio è elevatissimo. Lo è ancora di più per quegli interventi che cercano di coinvolgere aspetti tangibili e intangibili, arte e real-estate. Alla loro realizzazione concorrono gruppi sociali, comitati cittadini, pubbliche amministrazioni, imprese, proprietari o developer immobiliari, operatori del settore artistico (galleristi, musei) ma anche imprenditori nel settore culturale e artistico, fondazioni di origine bancaria. E questo solo per parlare delle professioni direttamente connesse. Ci sono poi le attività collaterali (dalla ristorazione alle strutture ricettive) e gli interventi di tipo infrastrutturale (rinnovamento delle infrastrutture pubbliche come rete della connessione internet, rete internet, applicazione di smart-grid, etc.)
A ben vedere, è diventato dunque ormai un imperativo improrogabile quello di riprendere il contatto con la realtà e di abbandonare alcune definizioni che per quanto possano suscitare curiosità e quindi avere un impatto comunicativo, hanno anche il potere di trasformare ogni intervento in propaganda, e ogni propaganda priva di una traduzione concreta. Il legame che unisce l’arte contemporanea al territorio è molto stretto e potente. Stretto perché ciò che lega queste due tematiche è una relazione di mutua influenza, e potente perché le trasformazioni sociali, culturali ed economiche che possono scaturire da un’azione di investimento legata all’arte contemporanea possono essere davvero influenti.

Dichiarazioni generiche e onnicomprensive non sono più adatte ad un settore che è ormai pienamente sviluppato. Terzo settore, giovani, contemporaneità, etc.etc. appartengono tutte ad un linguaggio che è ormai superato. Ora non basta elencare parole chiave, bisogna capire come queste parole chiave vadano realmente ad interagire sul territorio.
Senza una visione concreta, il rischio è che si ripetano gli stessi errori di sempre. E siccome stiamo già pagando per i risultati derivanti da un approccio completamente inadatto al comparto culturale, sbagliare ancora sarebbe aggiungere al danno la beffa. Speriamo di no.

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Bibliografia
Barmeyer, C., & Mayrhofer, U. (2008). The contribution of intercultural management to the success of international mergers and acquisitions: An Analysis of the EADS group. International Business Review, 28-38.
Bianchini, F., & Parkinsons, M. (1993). Cultural Policy and Urban Regeneration: The West European Experience. Manchester: Manchester University Press.
Burnham, S. (2010). The Call and the Response of the Street Art and The City. City, 137-153.
Casalini, A. (2015). Street Art & Turismo: Itinerari non convenzionali. Babele Magazine.
Cesaro, A. (2016). Tratto da http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Luogo/Uffici/S...
DMCS - Creative Skillset. (2013). Classifying and measuring the Creative Industries. Department of Media, Culture and Sport.
Florida, R. (2002). The rise of the Creative Class. The Washington Monthly.
Franceschini, D. (2016). Tratto da http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/Miba...
Galdini, R. (2008). Reinventare la città. Strategie di rigenerazione urbana in Italia e in Germania. Franco Angeli Editore.
Horowitz, N. (2014). Art of the Deal: Contemporary Art in a Global FInancial Market. Princeton University Press.
Landry, C., & Bianchini, F. (1995). The Creative City. London: Demos Comedia.
Plaza, B., & Haarich, S. (2009). Museum for Urban Regeneration? Exploring Conditions for their effectiveness. Journal of Urban Regeneration & Renewal, 259-271.
Presidenza del Consiglio dei Ministri. (2016). Tratto da https://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=1&cad=rja&u...
Velthius, O. (2013). Talking Prices: Symbolic Meanings of Prices on the Market for Contemporary Art. Princeton University Press.
Worthington, A., & Higgs, H. (2006). A note on Financial Risk, Return and Asset Pricing in Australian Modern and Contemporary Art. Journal of Cultural Economics, 73-84.