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La cultura che riattiva le comunità intraprendenti

  • Pubblicato il: 09/09/2017 - 11:32
Autore/i: 
Rubrica: 
OPINIONI E CONVERSAZIONI
Articolo a cura di: 
Paolo Venturi

Il punto di vista di Paolo Venturi, Direttore AICCON, sui 429 progetti di Culturability: “si genera un capitale culturale, che fa emergere maggiormente il tratto della produzione (flusso) più che dell’elemento legato alla conservazione/recupero del bene (stock)”
 


 
È la valenza segnaletica il tratto più interessante impresso nei 429 progetti di Culturability. La cultura che trasforma gli spazi in luoghi attraverso un processo sociale, inteso come coinvolgimento e attivazione della comunità, è il codice sorgente di una progettualità non catturabile dalle tradizionali classificazioni.
 
Sono progetti pienamente culturali, pur facendo un uso spesso modesto dell’ingrediente “cultura”; processi di rigenerazione che assumono la dimensione esperienziale come elemento che si lega a una pluralità di attività, istanze, usi. Il segreto di questa particolare tipologia di rigenerazione sta nell’intendere la “cultura come lievito”, come molecola che cambia la consistenza di tutto ciò a cui si lega, dilatandone il perimetro. È questo il meccanismo generativo capace di attivare la cittadinanza e le associazioni culturali e di progettare quelle reti ibride capaci poi di dare prospettiva a spazi abbandonati.
 
I promotori sono spesso aggregazioni, inconsapevolmente imprenditoriali (147 sono promossi da reti informali e delle 586 organizzazioni coinvolte come partner 46 sono imprese for profit, 49 cooperative e 4 imprese sociali), che ricombinano le risorse tacite del territorio, con il tempo e le competenze messe a disposizione da volontari, associazioni, imprese e professionisti. Quello che si genera è un capitale culturale, che fa emergere maggiormente il tratto della produzione (flusso) più che dell’elemento legato alla conservazione/recupero del bene (stock). Molti di questi progetti forse escono dal perimetro di quella Bellezza Italiana che è stata valutata in 240 miliardi (16,2% del Pil) e non accedono ai benefici dell’art bonus. L’orizzonte di questi progetti non risiede nel ricercare un valore monetario/economico derivante dalle esternalità (spillover) prodotte dalla rigenerazione ma nella capacità di produrre impatto sociale, di trasformare l’esistente per restituire all’abitare e alle relazioni sociali qualità e senso.
 
Esemplificativo è il percorso di comunità intraprendenti come quelle che a San Vito dei Normanni hanno rigenerato uno spazio abbandonato da oltre 50 anni (exFadda) e che hanno fatto della dimensione creativa e culturale uno strumento di inclusione e sviluppo per gli abitanti; un cantiere aperto che recentemente grazie al coinvolgimento del “circolo mandolinistico” ha riaperto un locale abbandonato, trasformandolo in una liuteria e che sta ridisegnando gli spazi del paese attraverso un progetto spinto da cento sanvitesi incontrati nelle barberie del paese. «Le barberie sono un elemento identitario, dai barbieri si imparava la musica» ricorda Roberto Covolo di ExFadda. Sono percorsi di scaling che costruiscono nella “lentezza” la loro intensità, poiché differentemente dai numerosi processi riprodotti “in vitro” (incubatori e acceleratori), questi si legittimano e trovano linfa dentro lo spazio pubblico.
 
È il caso di Reggio Emilia dove alla fine degli anni ‘70 un gruppo di cittadini alla ricerca di uno spazio culturale ha occupato uno stabile denominato il Casino dell’Orologio. Negli anni quel luogo è stato riqualificato e oggi ospita un centro sociale (solo d’estate vengono allestiti una settantina di eventi), un centro culturale, orti urbani pubblici, un teatro di quartiere e numerose associazioni del territorio. Una di queste è l’associazione teatrale Mamimó, che impiega 11 dipendenti professionisti e una ventina di collaboratori al fine di “coprire” la stagione teatrale e l’attività formativa per più di 400 ragazzi. Storie, queste, legate alla rigenerazione di beni comuni. Storie che si risolvono solo in presenza di minoranze profetiche che, ispirando il proprio comportamento alla “razionalità del noi”, riescono a trascinare il comportamento degli altri fino al punto di raggiungere un comune obiettivo.
 
Ma i progetti di Culturability ci riportano anche al tema degli spazi pubblici abbandonati e del loro riuso. Un enorme patrimonio da valorizzare che recentemente ha visto in prima fila l’Agenzia del Demanio con Mibact e il Mit nel lanciare, con le risorse dell’art bonus, “Valore Paese. Cammini e percorsi”, un bando nazionale che darà in concessione gratuita ad organizzazioni del terzo settore e “under 40” case cantoniere, stazioni e masserie abbandonate. Su scala locale sono, invece, le periferie e le loro geocomunità l’obiettivo delle amministrazioni comunali, come nel caso di Milano, con il Progetto Periferie (540 mila euro destinati al supporto di reti sociali impegnate a far rivivere quartieri periferici) e di Bologna, che ha orientato 20 milioni provenienti dall’Europa verso la rigenerazione di 20 luoghi alla prima periferia della città. Sono percorsi che chiamano in causa nuove politiche e che chiedono alla PA di accompagnare processi che nascono dal basso piuttosto che disegnare bandi per esternalizzare la gestione.
 
È il caso di Tolmezzo, al centro della Carnia, dove un antico opificio (Villa Linussio), sede di una delle più grandi industrie tessili poi diventato caserma della “Brigata alpina Julia” e oggi abbandonata, grazie a Carnia Industrial Park si è attivata una progettazione condivisa con istituzioni e comunità che si propone di ricombinare “l’arte del fare” con la dimensione culturale: 50 mila metri quadrati impattati da un progetto che prevede la nascita di un museo pensato per conservare la memoria manifatturiera, di laboratori artigianali hi-tech e di spazi da destinare alla didattica. È questa la rigenerazione che fa rivivere una nuova generazione di “fabbriche” che ricombinano l’artigianato con la cultura e si propongono come magnete per attrarre talenti e risorse capaci di promuovere nuovo sviluppo tanto nelle aree interne quanto in quelle urbane. É la produzione come “fatto sociale” che si manifesta nella cooperazione fra soggetti diversi e che, stanca delle soluzioni che “vengono da fuori”, chiede a gran voce alla politica di abilitare e investire su quel capitale umano oggi decisivo non solo per rigenerare asset, ma anche per riattivare, attraverso connessioni impreviste, nuovi modelli di sviluppo endogeni.
 
Paolo Venturi, Direttore AICCON
 
(dal sito di AICCON)