Cultura e investimenti a ritorno sociale. Una storia tutta da scrivere

  • Pubblicato il: 26/03/2018 - 11:35
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CS

Sulla centralità del Terzo Settore per le sfide del nuovo Welfare, nel mare della riforma in corso, interviene  Carola Carazzone, segretario Generale di Assifero, sollecitando l’attenzione della filantropia istituzionale sul necessario investimento strategico in risorse umane e strutture per il salto di qualità nel “fare bene il bene”,  facendo uscire gli enti dalla spirale perversa del “progettificio”  nel quale molti sono caduti nella ricerca della sostenibilità e in nome di una efficienza basata sul contenimento dei costi organizzativi, che mina l’efficacia. Una riflessione sui “falsi miti”, sulla quale intendiamo aprire il dibattito, in risposta alle sfide che tracciano i report e forecast che commentiamo, di Wings (Worldwide initiatives for grantmaker support) e  Ariadne
 


Nell’estate del 2013, il Primo Ministro inglese David Cameron, lanciava alla comunità finanziaria internazionale, nella City la prospettiva di una grande nuova opportunità di mercato per gli investimenti sociali, in risposta all’arretramento del welfare state.

Oggi l’impatto sociale è il nuovo mantra. Da allora è partito un fenomeno planetario, anche  grazie al lavoro della task force del G8 e al Global Steering Group e in Italia della Social Impact Agenda, come è emerso in questi giorni a Milano,  tappa italiana del convegno Unlocking Impact Capital.  “300 miliardi di dollari di investimenti a impatto sociale e un miliardo di beneficiari nel mondo entro il 2020”, è la dimensione di mercato attesa secondo il prof. Mario Calderini, “guru” italiano in tema di innovazione e finanza per l’impatto sociale, fondatore e direttore di Tiresia, il centro di ricerca del Politecnico di Milano.  

E’ in atto una trasformazione globale e profonda nei modelli imprenditoriali, nel terzo settore come nel non profit e sui mercati finanziari. Il segno di questa trasformazione è la ricerca, intenzionale, di un impatto sociale misurabile da affiancare agli obiettivi di creazione di valore economico”. Grandi banche nel nostro Paese sono scese in campo, come UniCredit e Intesa San Paolo.  Segna il trend la lettera che Larry Fink, amministratore delegato di  BlackRock, ha inviato ai CEO delle grandi corporation americane, mossa decisiva nel sollevare le attese sul ruolo del profit “che saprà far evolvere le proprie forme di responsabilità sociale alle nuove sfide sociali, nell’ampliare la base di mercato della finanza d’impatto”:  solo dimostrando impatto, insieme ai tradizionali parametri di redditività, potranno bussare le porte del grande fondo di investimento.

Torino vuole puntare su questo asse per la propria opzione di sviluppo, con un’ambizione dichiarata in autunno in occasione della gemmazione italiana di un leader, la Fondazione UK Nesta, proprio in città.  Vicenzo Ilotte, Presidente della  Camera di Commercio di Torino,  alla presentazione avvenuta in questi giorni di una nuova ricerca su Imprese sociali e Terzo Settore ,  ha ribadito la volontà di  capitalizzare un percorso avviato 15 anni fa e  promuovere la candidatura dell’area metropolitana  a “Capitale dell’innovazione sociale”.  Quali le risorse in campo? Un ecosistema ibrido, dato da 1900 realtà organizzative, “nel quale sono presenti tutte le risorse necessarie per intercettare questa opportunità: un robusto sistema di competenze scientifiche e tecnologiche, un Terzo Settore che coniuga una consolidata vocazione civile e religiosa con significative capacità imprenditoriali, un sistema industriale ancora fortemente caratterizzato da un saper fare e profondamente radicato nella società, una nuova generazione di incubatori e acceleratori sociali e infine importanti capitali orientati all’impatto sociale: fondazioni di origine bancaria - Compagnia di San Paolo, Fondazione CRT e Fondazione CRC in primis - banche specializzate, fondi d’investimento a impatto sociale, filantropi, acceleratori di innovazione”.   Secondo Calderini  (che presiede inoltre  il Comitato per l’Imprenditorialità sociale della CCIA di Torino, promotore della nuova piattaforma partecipativa indipendente Torino social Impact che sancisce l’alleanza fra istituzioni pubbliche e private per  sperimentare una nuova strategia di sviluppo),   ”si tratta di includere nel perimetro delle politiche di sviluppo locale una nuova generazione di innovatori, imprese e investitori finanziari che, con modelli inclusivi e partecipativi sappiano sfruttare le nuove opportunità tecnologiche, coniugando la capacità di produrre impatti sociali positivi con la sostenibilità e la redditività economica e finanziaria delle loro iniziative. In una parola, mettendo la contaminazione tra impresa sociale, tecnologia e scienza al centro di un progetto che renda Torino uno dei migliori posti al mondo nel quale fare impresa e investire per l’impatto sociale. (…)”.

La sfida riguarda comunque tutto il nostro Paese. L’attrattività degli investimenti passa, più che dalle singole imprese, dagli eco-sistemi. Calderini stima che l’Italia potrebbe intercettare “un miliardo di fondi sugli investimenti sociali e Torino il 30%”.  Numeri che fanno tremare i polsi. Sono grandi gli interessi economici, in terreni coltivati in passato dalla Pubblica Amministrazione, che stanno riconfigurando catene di valore e potere tra gli attori economici.  Non dimenticando le lezioni che la finanza ha impartito all’inizio del millennio, guardandone  con attenzione lo sviluppo (come ha affermato il prof. Stefano Zamagni, in chiusura del convegno Unlocking Impact Capital “la finanza di impatto deve rimanere con i piedi per terra, vicino alle comunità e ai bisogni”), le infrastrutture e le imprese culturali potrebbero essere elementi biologicamente attivi in questo scenario di opportunità.

Cosa c’entra la Cultura con la Finanza ad impatto sociale? 
In atto c’è un  radicale cambiamento sociale, pervasivo, che non si può ignorare in termini strategici e politici e riguarda la qualità della vita e lo sviluppo dei territori.  Al tavolo di Torino Social Impact siede al momento solo una istituzione culturale, per cercare di comprendere questa partita che si sta aprendo, che può riguardare l’imprenditoria culturale e anche le istituzioni, la sostenibilità dei modelli, la partecipazione alla catena di valore sociale ed economico, al di là delle trappole retoriche  irrilevanti nell’esito sulle grandi sfide sociali. Come afferma il prof. Pier Luigi Sacco in questo numero, siamo reduci dallo scadente dibattito politico di “una campagna elettorale che ha assomigliato più a una assemblea di condominio che un momento di necessaria riflessione su un progetto di società nel quale riconoscersi e su cui costruire ben-essere e sviluppo”, in cui la Cultura è stata assente,  ma cresce l’attenzione in Europa sulle capacità “(…)  della Cultura di entrare in dialogo innovativo e spesso sorprendente” con tutti gli assi delle politiche, per dare un contributo sui grandi temi se cessiamo realmente di considerarla intrattenimento.  Al futuro esecutivo possiamo chiedere di mettere in agenda la Cultura come opportunità Politica per migliorare il funzionamento dei nostri sistemi educativi, sanitari, ambientali, per rendere il nostro Paese più coeso e innovativo, per affrontare il futuro che ci spaventa, non in modo difensivo e a tratti violento, ma con mente aperta, come sapevamo fare. (…) La Cultura può aiutarci a fare tutto questo”.  La Cultura è la base di eco-sistemi sociali e ha impatto, che può guidare con maggiore consapevolezza  (di qui la scelta dell’immagine che accompagna questa newsletter Mike Murawski  e LaTanya Autry’s T-shirt designed to “spark conversation about the role of museums”, presentata da The Art newspaper nell’inchiesta “Museums have a duty to be political”). Un fenomeno in fieri che indaghiamo fin dai nostri esordi. Pagine di storia verso una nuova economia, una nuova società, tutte da scrivere.
 
In questo numero

Politiche.  Sulla centralità del Terzo Settore per le sfide del nuovo Welfare, nel mare della riforma in corso, interviene  Carola Carazzone, segretario Generale di Assifero, sollecitando l’attenzione della filantropia istituzionale sul necessario investimento strategico in risorse umane e strutture per il salto di qualità nel “fare bene il bene”,  facendo uscire gli enti dalla spirale perversa del “progettificio”  nel quale molti sono caduti nella ricerca della sostenibilità e in nome di una efficienza basata sul contenimento dei costi organizzativi, che mina l’efficacia. Una riflessione sui “falsi miti”, sulla quale intendiamo aprire il dibattito, in risposta alle sfide che tracciano i report e forecast che commentiamo, di Wings (Worldwide initiatives for grantmaker support) e  Ariadne.

Con Filippo Tantillo, coordinatore scientifico del team di supporto alle strategie nazionale aree interne-SNAI, ci focalizziamo sul programma, ancora per molti versi una scommessa, di riportare al centro delle politiche pubbliche i contesti ritenuti  marginali o residuali, che si incrocia con l’analisi, giunta alla terza puntata, di Antonio De Rossi, sui percorsi rigenerativi montani, con esperienze che indicano una via possibile, tutta italiana.
Su cultura e sviluppo sociale, nel bilancio del primo triennio dall’istituzione della DGAAP-Direzione Generale Arte Architettura Contemporanea e Periferie urbane, abbiamo ascoltato Federica Galloni che la dirige, coniugando l’inedito focus sulla rigenerazione urbana, con la promozione della produzione artistica contemporanea. Su questo fronte, la Quadriennale, vara un nuovo corso affidato a Sarah Cosulich, con un programma di ricerca inedito nella storia dell’istituzione, che supererà l’impegno per l’esposizione, sostenendo artisti italiani su un piano internazionale, sul modello di altre nazioni.

Istituzioni pubbliche e private che interrogano sull’innovazione possibile, la praticano. E si mettono letteralmente “in gioco”, come leggiamo dal successo della call per creativi spinti dal digitale con il “playable museum” della Fondazione Marino Marini, che evolvono le loro linee di supporto alle organizzazioni non profit (Compagnia di San Paolo punta su comunità di pratiche, reti di operatori), fanno massa critica sulla ricerca unendo storia e contemporaneità (come dimostra il percorso sulla salvaguardia del patrimonio storico di Polo Reale, Museo Egizio, Fondazione Sandretto e CRAST-Centro scavi dell’Università di Torino), tra pubblico e privato (come la joint venture la Castello di Rivoli e Fondazione Cerruti), tra i membri di una comunità (la Fondazione del Salento),  nel risveglio della risorsa dormiente e diffusa del patrimonio ecclesiastico (l’accordo CEI-MIBACT per i servizi bibliotecari, la partecipazione della S. Sede alla Biennale Architettura), nelle fondazioni di impresa alle quali dedichiamo una campagna di ascolto.

Siamo il cambiamento.  Questo e molto altro grazie alla Redazione: Patrizia Asproni, Vittoria Azzarita, Claudio Bocci, Benedetta Bodo, Franco Broccardi, Carola Carazzone, Cristina Casoli, Paolo Castelnovi, Federico Massimo Ceschin,  Annalisa Cicerchia, Stefania Crobe,  Antonio De Rossi, Emanuela Gasca, Elena Inchingolo,  Manlio Lilli, Mara Loro,  Francesco Mannino, Roberto Mastroianni,  Stefani Miliani, Francesca Neri, Francesca Panzarin, Chiara Paolino,  Giangavino Pazzolla,  Michela Rota, Irene Sanesi, PierLuigi Sacco, Maria Elena Santagati, Francesca Sereno,  Giusy Sica, Filippo Tantillo, Flaviano Zandonai, Alessia Zorloni.

E ai Partner di ricerca: Fondazione CRC, Fondazione Exclusiva, Fondazione Marino  Marini