Create Once Publish Everywhere

  • Pubblicato il: 10/08/2017 - 11:24
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Rubrica: 
CULTURA DIGITALE
Articolo a cura di: 
Redazione

La XIII edizione di LuBeC che si terrà a Lucca il 12 e 13 ottobre sarà dedicata alla "Cultura 4.0, alla rivoluzione innescata dall’innovazione tecnologica che pervade e trasforma processi, comportamenti, organizzazioni, relazioni", trasformando l’appuntamento in un "cantiere di confronto e lavoro a valle del G7 della Cultura e in avvicinamento all’anno europeo del Patrimonio. L’appuntamento sarà accompagnato da una edizione ampliata della rassegna espositiva LuBeC Digital Technology. In partnership, restituiremo l’ascolto di alcuni dei protagonisti. "Il digitale non è più un'opzione per i musei", afferma Stefania Vecchio, founder di coMwork, piattaforma di ottimizzazione della gestione digitale di collezioni, archivi e informazioni. "Sono ancora sconosciute le grandi potenzialità digitali, vere alleate del sistema museale. (…) Serve un cambiamento profondo, strategico, che va ben al di là di una singola app lanciata da un museo. Il cloud non è un altro modo di dire server (…). È fondamentale il co-design. Lo stiamo testando con i Musei Reali di Torino e in occasione di LuBeC lanceremo una call rivolta a tutti i musei che vorranno testare l’applicazione e contribuire a migliorare la piattaforma coMwork".
 


 
Un progetto innovativo, quello di coMwork: sviluppare una piattaforma che consenta ai musei di gestire le collezioni, sia fisiche che digitali, e pubblicarle sul web senza passaggi intermedi. In che modo, esattamente, ciò va ad aiutare i musei?
La nostra piattaforma si basa un’idea molto semplice: Create Once Publish Everywhere, un’idea che abbiamo fatto nostra ma che per la verità è stata suggerita nel 2009 da Daniel Jacobson, oggi responsabile API e Playback a Netflix.
coMwork offre ai musei la possibilità di archiviare in un unico ambiente di lavoro tutte le informazioni e i dati che ogni giorno producono e che sempre più spesso nascono già digitali. I contenuti digitali, una volta creati, possono essere riutilizzati dai musei senza sforzi e costi aggiuntivi ovunque: sul sito web o sui social, come didascalia nel museo, stampata o veicolata da monitor e device, nei report che i musei si scambiano per il prestito delle opere, per la conservazione preventiva delle collezioni. Mi riferisco a tutti i tipi di dati, non soltanto quelli storici: ai dati che vengono creati per la gestione delle collezioni, dati creati oggi e già archiviati in maniera digitale, dati che una volta storicizzati vanno ad incrementare il patrimonio informativo delle opere e delle collezioni. Chi lavora in un museo avvertirà sempre di più l’esigenza di avere uno strumento unico che consenta loro di archiviare in un solo ambiente i dati e gli oggetti digitali che ogni giorno vengono prodotti e archiviati qui e là con l’inevitabile rischio che vedano perduti. Le attività di inventariazione, catalogazione, prestiti, mostre, movimentazione, conservazione, restauri e documentazione, valutazione, insomma tutte le attività che normalmente vengono già svolte nei musei potranno essere più facilmente gestite su coMwork in un unico ambiente e contemporaneamente da più persone che si occupano di aspetti diversi all’interno del museo o addirittura dai collaboratori esterni. Ad esempio, sarà possibile chiedere ai restauratori di inserire direttamente su coMwork dati, immagini, relazioni di restauro che saranno archiviati in modo sicuro sul cloud, oppure si potrà chiedere ai fotografi di caricare le immagini direttamente nell’archivio digitale e allo stesso tempo sarà possibile condividere dalla piattaforma immagini ad alta risoluzione con le case editrici, oppure inviare con pochi click un report delle attività svolte negli ultimi sei mesi all’assessore che deve presentarlo in conferenza stampa. Ma gli esempi possono essere mille. Inoltre abbiamo integrato sulla piattaforma un framework opensource -IIIF -che consente ai musei di lavorare finalmente su immagini ad altissima definizione, sia per fare confronti tra opere in fase di studio ma anche per annotare direttamente sulle immagini digitali tutti gli aspetti che vengono evidenziati ad esempio in fase di condition report. Le collezioni digitali non saranno formate solo da immagini ma ovviamente anche da testi digitalizzati in formato pdf, da documenti prodotti con i normali applicativi, testi ricercabili non solo per titolo, ma anche per una singola parola contenuta nel documento. Potranno essere archiviati i video fatti in occasione dell’inaugurazione di una mostra o gli audio dell’intervista fatta dal direttore ad una radio locale. Infine questi dati e oggetti possono essere pubblicati direttamente sul web a seconda delle esigenze di ciascun museo. Per la pubblicazione del catalogo delle opere che sarà aggiornato in tempo reale, per la condivisione sui social di un video o di un’immagine o dovunque lo ritengano utile. Non si dovranno più esportare dati, ricaricarli in altre applicazioni, tutto potrà essere condiviso grazie alle API. Per tornare alla domanda iniziale, In che modo, esattamente, coMwork va ad aiutare i musei- sono convinta che i musei avranno uno strumento adeguato per gestire tutte le “complicazioni” che la rivoluzione digitale impone. E’ facile da usare, consente un notevole risparmio di tempo, richiede una spesa minima, alla portata di tutti i musei, anche di quelli più piccoli.
 
La vostra piattaforma è pensata per i piccoli musei, ma ben si adatta alle necessità dei grandi. Il tessuto italiano degli enti che si occupano di conservazione e valorizzazione del patrimonio artistico è vasto e variegato. Quale chiave avete individuato per poter conformare il vostro sistema a un panorama così eterogeneo?
Più che di un’unica chiave di volta preferisco parlare di due pilastri che sostengono la possibilità di proporre la nostra piattaforma tanto ai musei più piccoli quanto a quelli medio grandi: il cloud e la user experience o per dirla in italiano l’esperienza d’uso.
Sul termine cloud esiste ancora molta confusione. Il cloud non è un altro modo di dire server o server virtuale. La differenza tra il cloud “puro” e un server virtuale esiste. Nel cloud i servizi sono completamente pay for use, non ci sono "pacchetti precompilati" ma tutto è scalabile in base alle effettive esigenze e soprattutto non servono figure di tecnici per passare da uno spazio di 20 Gigabyte ad uno di 2 Terabyte. Il cloud offre oltre allo spazio di archiviazione anche la possibilità di erogare un servizio software unico per tutti. In parole semplici noi offriamo ai musei un servizio più simile a quello di una utility che ad una licenza software. Offriamo un servizio software, un prodotto unico e con funzionalità identiche per tutti - per il Museo della montagna di una piccola provincia Italiana così come per gli Uffizi - differenziato solo sulla base delle tariffe per lo spazio cloud effettivamente utilizzato. Il cloud, oltre ad essere estremamente vantaggioso dal punto di vista economico, è molto sicuro. Di solito un server virtuale è la frazione di un cluster di dimensioni ridotte (talvolta si tratta della porzione di un singolo server fisico!) mentre nel cloud le risorse noleggiate fanno parte di un pool molto ampio e distribuito e nel nostro caso abbiamo scelto una delle più importanti realtà italiane, Enter, che eroga servizi cloud su una piattaforma opensource riconosciuta a livello mondiale, la piattaforma Open Stack.
Il secondo aspetto che ci consente di poter offrire la nostra soluzione a un insieme variegato come quello dei musei è quello che viene definito user experience, l’esperienza d’uso che un utente fa quando lavora su un sistema. Abbiamo posto una grande attenzione alla semplificazione per rendere comprensibile a tutti i codici linguisitici e visivi che vengono normalmente impiegati nei sistemi attuali. Vogliamo davvero che coMwork possa essere utilizzato chiunque, senza bisogno di conoscenze o competenze informatiche particolari. In molti piccoli musei la gestione è affidata a figure che magari non possiedono tutte le competenze che si richiedono oggi ad un conservatore. La possibilità che anche questi musei più piccoli inizino ad usare un sistema fondato su standard di gestione dei dati internazionali senza che ne abbiano la conoscenza e talvolta neppure la consapevolezza sarebbe un risultato per noi formidabile. La user experience in fondo ha proprio questo obiettivo: semplificare il più possibile anche i concetti e le operazioni più complesse.
 
Nell'era della Cultura 4.0, realtà come la vostra rendono esplicito il legame sempre più stretto tra beni culturali e innovazione tecnologica. Oltre ad analizzare la situazione attuale, sarebbe interessante comprendere perché tale stretta relazione si sia resa necessaria. Cosa ha spinto il settore della Cultura ad avvicinarsi al digitale? E cosa ha spinto voi di coMwork a investire idee e risorse in un progetto simile?
Nei prossimi anni, la priorità per i musei italiani ed europei sarà quella di implementare e mettere in atto una strategia digitale che consenta di riutilizzare i propri contenuti digitali, per far crescere l’offerta culturale e trovare un modello sostenibile che funzioni nel contesto della società che sta cambiando. Il digitale, volenti o nolenti, non è più un’opzione: se i musei non raccolgono anche questa sfida, rischiano di non riuscire più a veicolare e tramandare quanto conservano. La tecnologia e in particolare le tecnologie digitali sono ormai parte della nostra esperienza di tutti i giorni. Ci sono settori nei quali siamo più propensi ad accettare una relazione tra tecnologia e sapere. Pensiamo per esempio alla medicina. I medici ormai si avvalgono di soluzioni tecnologiche estremamente avanzate. Il settore dei musei talvolta sembra quasi pervaso da una resistenza al cambiamento, come se le innovazioni tecnologiche potessero sminuire il lavoro di tanti. Lo sforzo che noi di coMwork abbiamo deciso di intraprendere è forse in controtendenza rispetto all’esplosione delle applicazioni rivolte all’audience engagement.
Noi crediamo che sia necessario che i musei per primi abbiano strumenti innovativi e facili da utilizzare anche per tutte le attività di “backstage”. Pensate al paradosso di molti musei che investono su applicazioni per i loro visitatori e continuano a lavorare con archivi cartacei, a duplicare immagini digitali e a stiparle nelle directory dei loro PC, a non avere soluzione per conservare e gestire la mole di dati e informazioni che ogni giorno vengono prodotti.
Con la nostra piattaforma vogliamo aiutare i musei a lavorare meglio. Serve un cambiamento profondo che va ben al di la di una singola app lanciata da un museo. Per noi fare innovazione significa non soltanto mettere sul mercato un nuovo strumento, ma dare l’opportunità ai musei di confrontarsi su temi importanti.
Per questa ragione abbiamo cominciato a lavorare su un progetto di co-design per lo sviluppo dell’applicazione con i Musei Reali di Torino e in occasione di Lubec lanceremo una call rivolta a tutti i musei che vorranno testare l’applicazione e contribuire a migliorarla. 

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