«La mappa non è il territorio»

  • Pubblicato il: 23/05/2014 - 12:26
Autore/i: 
Rubrica: 
FONDAZIONI E ARTE CONTEMPORANEA
Articolo a cura di: 
Stefania Crobe
GJ_Scoprendo la Sudditanza (Discovering Subjection)

La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo presenta dal 21 maggio al 7 settembre 2014, la mostra GE/14. Altro dalle Immagini, a cura di Filippo Maggia. Un'indagine sulle pratiche dei giovani artisti italiani impegnati nell’interpretazione del linguaggio delle immagini. 

In mostra, insieme a Elisa Franceschi, Claudio Gobbi, Tancredi Mangano, Paola Pasquaretta, Bruno Pulici, Francesca Rivetti, Elisabetta Senesi, Valentina Sommariva, Giulia Ticozzi, anche Eva Frapiccini, artista marchigiana Torino based, che ci racconta la sua esperienza di residenza in Bahrain, paese del Golfo Persico, dove è stata invitata da Al Riwaq Art Space, a Manama.

Il Barhain è un luogo lontano, difficile da immaginare senza cadere nello stereotipo. Raccontacelo tu, che lo hai vissuto.
Il Bahrain è un regno passato dall’emirato a monarchia nel 2002, composto da un arcipelago di isole nel golfo persico, qui convivono diverse etnie e nazionalità. Il golfo è in forte crescita economica: il Qatar, gli Emirati Arabi, e lo stesso Bahrain vivono un’epoca di grandi cambiamenti, dove i palazzi nascono nel giro di tre mesi, e in questo le nuove generazioni hanno un ruolo fondamentale. “Bahrain” in arabo significa due mari, per il giacimento di acqua dolce che era presente nel sottosuolo e che è progressivamente scomparso, ed è interessante notare che da quando hanno scoperto i giacimenti petroliferi negli anni Sessanta a oggi, le aree verdi e coltivabili, sono progressivamente scomparse, svendute per costruire villette per i “Saudi” che vengono in vacanza, o ristoranti italiani o tailandesi, nel Paese ogni cibo o spezia per il fabbisogno alimentare è importato dall’India o dall’Iran. Attraversando tutto il territorio, dalla parte più antica, l’isola di Murraraq fino alla zona desertica del sud ci si rende conto che il verde, la vegetazione in generale, ha lasciato spazio ai grattacieli a specchio come il Bahrain World Trade Center e il Bahrain Financial Harbour, a schiera sulla baia, o ai colossi architettonici del Gran Premio di Formula 1, con parcheggi e villette per gli ospiti, oppure per le basi e scuole militari, bahrenita e americana, l’unica nel golfo. Questa presenza militare condiziona anche la politica: non hanno avuto clamore internazionale le proteste del 2011, soffocate nel sangue, sono nate per ottenere maggiore potere nel voto da parte dei cittadini, ma la famiglia reale ha deciso di reprimerle con la forza, e i medici e gli infermieri che hanno prestato soccorso ai feriti sono in carcere a scontare pene di 15 anni. Si è parlato della primavera araba al Cairo, ma nessuno si è occupato del Bahrein, perché? Forse perché questa politica reale, mantiene un allineamento filo-saudita ed americano, e rifornisce di petrolio l’occidente. La varietà di culture e di interessi commerciali, economici e soprattutto politici, si riscontra anche nell’identità nazionale. Parlando con persone diverse, da componenti della famiglia reale a professori universitari e commercianti, si percepisce che la storia di questo Paese dipende dai punti di vista. Chi fossero i Bahraniti in origine, se commercianti nomadi o pescatori, o contadini,  dipende molto dall’interlocutore. La famiglia reale (in senso allargato del termine) discende da tribù in origine proveniente dall’Arabia Saudita, ed erano nomadi, mentre gli abitanti stanziali dell’isola erano pescatori e contadini. Rimane la questione aperta, se sapranno superare il nostro modello di sviluppo, figlio dell’industrializzazione, e se al di là dei privilegi del benessere, che stanno vivendo, sentiranno la necessità di un’emancipazione democratica.

Cosa ti ha portato lì?
Sono stata invitata dalla galleria Al Riwaq per il festival di Arte Pubblica Alwan338, che si svolge ogni anno a Manama, quest’anno il titolo proposto dalla curatrice svizzero-americana Alexandra Stock, èFoundations, in riferimento alle fondamenta dei tanti edifici in costruzione, da cui debbono asportare l’acqua che esce ancora dal terreno, e resiste al cambiamento. Avevo lavorato con Stock al Cairo, in residenza alla Townhouse Gallery come vincitrice del premio Resò/Crt, e conosceva il mio progetto di ricerca e di archiviazione di sogni Dreams’ Time Capsule. Alexandra voleva avere il progetto nel Festival e mi ha proposto un periodo di residenza di un mese a Manama, insieme a un gruppo di 10 artisti mid-career internazionali. E’ stata un’esperienza unica, per l’occasione di confronto tra professionisti di diverse aree geografiche, per la possibilità di produrre lavori ex-novo, e l’attuale momento di boom economico, dell’area del Golfo. Questo mi ha fatto pensare, soprattutto, perché io ero l’unica italiana, in un gruppo di artisti di varie provenienze dagli Stati Uniti, all’Egitto, passando per la Germania e il Libano. Al Riwaq Art Space è nella capitale Manama, ed è anche un punto d’incontro, per i turisti, per i giovani, ma anche per appuntamenti di lavoro della classe manageriale, in qualche modo un luogo neutro, dove si sta scommettendo sull’arte contemporanea, come collante di culture. Durante questo mese, il team dello spazio ha organizzato un fitto programma di talk pubbliche per ogni artista invitato, una settimana di workshop gratuiti per gli iscritti all’open-call, come approfondimento di ciascuna pratica artistica. Infine dal 3 Marzo fino a fine Aprile si è svolto il Festival di arte Pubblica, con i lavori realizzati in situ, e nel mio caso con l’evento di partecipazione pubblica Dreams’ Time Capsule che si è svolto durante l’opening e per la prima settimana.  Con l’aiuto di quattro assistenti, ogni sera abbiamo allestito la stazione itinerante, che porto con me in valigia per invitare i visitatori a prendere parte all’archivio dei sogni. Sono entrati nella struttura e registrato il loro ricordo più di 130 visitatori di varie nazionalità, palestinese, araba, indiana, inglese, americana, francese, bahraniana, iraniana… Una bellissima risposta, e molte suggestioni, diverse per ogni retaggio culturale, perchè parlare di sogni significa sempre parlare delle tradizioni popolari, paure e credenze. Durante il mese di residenza, sono entrata in contatto con diversi ricercatori e docenti universitari, che ho contattato per comprendere meglio le tradizioni culturali islamiche e le contaminazioni dalla vicina India.

Cosa hai portato a casa e come questo territorio verrà restituito nei tuoi futuri lavori?
I bahraniti sono molto accoglienti verso gli stranieri. Essendo la loro isola una “perla del Golfo” sono riuscita a capire molto della cultura saudita, quella sciita e sunnita, e del vicino oriente, in particolare indiana e tailandese. Da questa parte del mondo le conversazioni si spostano su un altro asse geografico, differente da quello occidentale. E anche il punto di vista è quello di nazioni in forte crescita, che si chiedono quale crescita sia giusta, facendo i conti su questioni politiche e culturali che vedono altri soggetti: l’Iran, il Qatar, gli Emirati Arabi. Il progetto della Dreams’ Time Capsule si è arricchito di un nuovo capitolo, e presto inizierò a lavorare per la restituzione finale dell’archivio. Il progetto ha avuto un certo eco nel territorio, mi sono arrivate delle proposte dal Medio-Oriente, sono usciti degli articoli interessanti in Bahrain. Ho realizzato un lavoro nuovo esposto ora alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo da Maggio a Settembre, nella mostra Altro da Immagini. Da Guarene all’Etna 1999/2014. In questa collettiva prendo parte con un lavoro sulla censura in Bahrain, dal titolo Golden Jail. Poi si vedrà, penso che i miei viaggi verso Est siano appena iniziati.

Breve Biografia
Eva Frapiccini è un’artista interdisciplinare che lavora principalmente in fotografia e video installazioni. Anche se visiva, la sua pratica ruota in gran parte attorno al linguaggio e alle sue invisibili forme di espressione. Opera attraverso un processo di ricerca sistematica e analisi delle foto d’archivio materiali, cinegiornali, cineteche e raccolta di testimonianze. I progetti di Frapiccini sono stati oggetto di mostre personali e collettive in diversi musei e spazi d’arte tra cui l’Arkitekturmuseet a Stoccolma, il Casino Luxembourg, il Museo Martin Gropius Bau di Berlino, il kim? Contemporary Art Space, a Riga, Lettonia; Townhouse Gallery del Cairo, il Nederlands Fotomuseum di Rotterdam, la Maison de la Photographie di Parigi, Fact Museum di Liverpool. Ha partecipato a  festival internazionali, ricordiamo la 12° Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, Padiglione italiano e PhotoEspana a Madrid. Le sue opere sono presenti in numerose collezioni istituzionali come quella del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, della collezione UniCredit & Art Foundation, della Gam di Torino e della Fondazione Fotografia di Modena. Dal 2009 è rappresentata dalla galleria Alberto Peola. Alla pratica artistica accompagna l’impegno di docenza dal 2011, presso l’Istituto Europeo di Design di Torino, l’Accademia di Belle Arti di Bologna, ed è tutor dal 2012 presso il Master di Fine Art Image della Fondazione Fotografia di Modena.

Conversazione apparsa su julietartmagazine il 9 maggio 2014