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Valutare il patrimonio culturale nella prospettiva internazionale. Una proposta di metodo.

  • Pubblicato il: 15/12/2017 - 00:01
Rubrica: 
STUDI E RICERCHE
Articolo a cura di: 
Paolo D’Angeli (Direttore generale Bilancio MiBACT), Gessica Martino (Funzionario Ales presso Direzione generale Bilancio MiBACT), Stefano Maurizi (Dirigente Servizio II – Direzione generale Bilancio MiBACT), Marcello Minuti (Nucleo di valutazione MiBACT

Il tema della valutazione economica dei beni del patrimonio culturale è diventato di grande attualità in seguito all’impulso della Commissione Europea finalizzato all’elaborazione e successiva approvazione di uno standard internazionale ed europeo di contabilità per il settore pubblico. E’ l’occasione per presentare una prima ipotesi di lavoro.
 
Secondo il “Cavalier Trevi” l’omonima e famosa Fontana di Roma poteva essere venduta, nel 1961, per dieci milioni di lire. Così Totò imbastiva la sua truffa ai danni di un malcapitato “Decio Cavallo” cui non sembrava vero di poter appropriarsi di una tale meraviglia, per di più fonte di ottimi guadagni.
 
Già, ma al di là dello scherzo e dell’impossibilità di realizzare una truffa del genere, il prezzo sarebbe stato quello giusto? A questa domanda si è cercato spesso di dare una risposta, anche con riferimento ad altre grandi opere d’arte e beni compresi nel ricchissimo patrimonio del nostro Paese, ma l’unica certezza sembra essere quella che in questo ambito non vi siano certezze.
Di recente il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, rappresentato dalla Direzione generale Bilancio, è stato coinvolto in un impegnativo percorso finalizzato all’elaborazione e successiva approvazione di un nuovo standard internazionale (IPSAS) ed europeo (EPSAS) di contabilità per il settore pubblico, nell’ambito dei lavori condotti da Eurostat su mandato della Commissione Europea, così come stabilito dalla Direttiva 85/2011/UE del Consiglio dell’Unione Europea. Tra le varie problematiche poste, particolare importanza è stata rivolta al tema della valutazione economica dei beni del patrimonio culturale, che, naturalmente, potrebbe avere un impatto notevole sulla definizione della ricchezza e delle potenzialità di un paese (in particolare il nostro).
 
Premessa d’obbligo, nell’ambito che ci accingiamo ad affrontare, è la consapevolezza da una parte dell’impossibilità di arrivare ad un risultato certo e assoluto, dall’altra di dover tentare almeno un approccio, suscettibile naturalmente di ulteriori approfondimenti, finalizzato a scongiurare il rischio di vedere applicato un criterio valutativo meramente simbolico, che, di fatto, annullerebbe l’effettiva importanza di un patrimonio come quello del nostro Paese.
 
Il valore del bene culturale che possiamo ipotizzare, secondo i principali studi economici in materia, è il risultato che scaturisce dalla somma del valore di uso e di quello di non uso.
Ipotizziamo che il valore di uso di un bene culturale sia uguale all’attualizzazione dei flussi finanziari derivanti dall’uso del bene e in particolare tutte le entrate legate alla fruizione del bene stesso (al netto delle uscite per generare le medesime), quali introiti derivanti dai biglietti d’ingresso, servizi aggiuntivi, ecc.; tutte le entrate connesse all’economia generata grazie al bene culturale (economia turistica) in termini di maggiori entrate per il soggetto proprietario (ad esempio lo Stato) legate alla spesa in beni e servizi (prevalentemente turistici), che non avrebbe avuto luogo in assenza del bene culturale (tasse e imposte che rientrano allo Stato a seguito dell’economia turistica sviluppata).
I valori di non uso del patrimonio culturale possono essere suddivisi in “valore di opzione” (attribuire un valore al bene culturale poiché si vuole essere certi che un giorno se ne potrà usufruire), “valore di esistenza” (si riconosce un valore al bene poiché si desidera che esista per la collettività); “valore di eredità” (si vuole tramandare il bene alle future generazioni). Tenuto conto della difficoltà legata alle modalità di misurazione dei valori di non uso, la prassi e la letteratura economica hanno tuttavia individuato come proxy di quel valore il contributo pubblico assegnato alla tipologia di beni o servizi culturali oggetto di analisi, in quanto espressione indiretta della disponibilità della collettività a sostenere l’esistenza (a prescindere dalla sua fruizione) del bene culturale. Nel caso dei beni culturali statali, ad esempio, tale valore può essere individuato come il complesso delle spese che lo Stato sostiene per garantire la tutela e la valorizzazione del proprio patrimonio. Tale approssimazione può ben rappresentare infatti un valore, non di mercato, che la collettività riconosce all’esistenza del patrimonio stesso. Le considerazioni appena fatte possono essere così sintetizzate:

VBC =𝐸𝑑0+𝑆𝑇𝑉0+𝐸𝑓𝑒𝑡0−𝑆𝑓𝑟0𝑖
Dove:
VBC = valore del bene culturale
Ed = Entrate dirette derivanti del sito all’anno 0
Efet = entrate fiscali da economia turistica all’anno 0
STV = spese per la tutela e la valorizzazione all’anno 0
Sfr = Spese per la fruizione all’anno 0
i= opportuno tasso di attualizzazione
 
L’applicazione di questo metodo porterebbe a definire il valore dei beni culturali, secondo una logica di attualizzazione dei flussi futuri, concentrandosi sulle aspettative che si nutrono in merito ai valori che il bene potrà generare negli anni a venire.
Tuttavia, potremmo dire, al tempo stesso, che trascura del tutto il “passato”, la “storia” del bene, con il limite di porre potenzialmente sullo stesso piano un bene culturale antichissimo ed un bene culturale più recente.
 
Quella che dunque sembra più appropriata ai nostri fini è una tecnica mista, che, in modo equilibrato, consideri sia i valori storici, sia i flussi futuri. Una tecnica, che, in sintesi, porti a definire il valore del bene culturale come:
 

VBC = (VBCf ∙ p) + (VBCs ∙ q)


Dove:
VBC = valore del bene culturale
VBCf = valore del bene culturale, calcolato con il metodo dell’attualizzazione dei flussi
VBCs = valore del bene culturale, calcolato con il metodo “storico” (si veda a seguire)
p, q = fattori di ponderazione, tali per cui p + q = 1
 
Stabiliamo, dunque, che
VBCs = VI + 𝑡=𝑚0𝐼𝑛𝑣𝑡
 
Dove:
VI = valore iniziale del bene, pari alle spese per la sua realizzazione
m=numero dei periodi di capitalizzazione del bene, ovvero un valore che inizia nel momento in cui viene ad esistenza il bene  e dove l’indice t decresce fino a 0, anno in cui viene effettuata la valutazione.
Inv = spese di investimento sostenute sul bene (restauri, manutenzioni, opere, costruzioni, ecc.)
 
Ora, come evidentemente intuibile, ricostruire i valori di “VI” e “Inv” è operazione assai complessa per la mancanza di dati e informazioni.
 
Per sopperire a tale lacuna, ma pur volendo proporre un metodo, si ritiene che una proxy significativa del valore di “Inv” sia rappresentata dalla capitalizzazione di tutte le spese sostenute su quel determinato bene per la tutela e la valorizzazione, al netto delle spese sostenute per la sua fruizione.
 
In sintesi:
VBCs = VI + 𝑡=𝑚0(𝑆𝑇𝑉𝑡𝑆𝑓𝑟𝑡)(1+𝑗)𝑡

Dove:
j = tasso di capitalizzazione
Ora, assumiamo per semplicità che:
- il valore di STV e di Sfr sia costante nel tempo, e pari al valore di STV e Sfr all’epoca t=0, cioè quello in cui si svolge la valutazione;
- VI = (STV0 – Sfr0)
 
VBCs = (STV0 – Sfr0) + 𝑡=𝑚0(𝑆𝑇𝑉0−𝑆𝑓𝑟𝑜)(1+𝑗)𝑡
 
Considerando però che è necessario riportare il valore degli investimenti (che, come visto, sono pari al valore degli investimenti sostenuti all’epoca t=0) da valori nominali a valori reali, potremmo assumere, per semplificare, che il tasso di capitalizzazione “j” sia il tasso da utilizzare per la svalutazione della moneta.
 
Dunque, secondo questa assunzione ipotetica, la formula risulterebbe così semplificata:
 
VBCs = (STV0 – Sfr0) + 𝑡=𝑚0(𝑆𝑇𝑉0𝑆𝑓𝑟𝑜)
 
Considerando una vita del bene dalla sua nascita all’anno 0 pari a m, dove m è il numero dei periodi (anni, secoli, ecc.), si otterrebbe:
 
VBCs = (STV0 – Sfr0) ∙ m

Tornando alla valutazione complessiva, cioè basata sull’utilizzo dei due criteri sopra esposti, tale per cui:
 
VBC = (VBCf ∙ p) + (VBCs ∙ q)

Pertanto,
 
 VBC = 𝐸𝑑0+𝑆𝑇𝑉0+𝐸𝑓𝑒𝑡0−𝑆𝑓𝑟0𝑖 ∙p  + 𝑆𝑇𝑉0𝑆𝑓𝑟0∙m∙q
 
Restano, comunque, ulteriori tematiche specifiche e complesse da approfondire. Basti pensare a come calcolare i flussi finanziari in assenza di biglietto di ingresso ai siti culturali interessati. In questo caso si potrebbe decidere di non prendere in considerazione alcun flusso finanziario. Tuttavia, se si considera il biglietto nel suo valore di “tariffa” per l’uso di un servizio pubblico, cogliendo così la misura di quel plusvalore attribuito dai fruitori del sito culturale, occorrerebbe forse considerare un dato medio. Si potrebbe non considerare il prezzo del biglietto per i siti gratuiti (nel calcolo dei valori di uso), considerando che quel minor valore viene compensato dal calcolo dei flussi non finanziari (che saranno più alti, considerando che alle spese totali di tutela e valorizzazione non si sottrarranno gli introiti da biglietteria).
Ampio dibattito potrebbe poi suscitare la discussione intorno sia al tasso da utilizzare per il calcolo della attualizzazione (i), sia al tasso di interesse per la capitalizzazione (j).
 
In conclusione, il contenuto del presente contributo, in merito alla contabilizzazione dei beni culturali, rappresenta solo un primo tentativo che, ben potrà, essere rivisitato mediante sviluppi e approfondimenti successivi. Si tratta, in sintesi, di trovare il giusto equilibrio tra la concreta necessità di misurare il fenomeno di cui trattasi attraverso un’espressione numerica e la necessaria rigorosità d’impostazione del metodo di valutazione che dovrà, in tal senso, appoggiarsi sul minor numero di ipotesi e assunzioni possibili.
 
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