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Una risposta per l’alleanza tra pubblico e società civile: la Fondazione di partecipazione

  • Pubblicato il: 15/01/2018 - 00:01
Rubrica: 
NORMA(T)TIVA
Articolo a cura di: 
Marco D’Isanto, Stefano Consiglio, Agostino Riitano

Il dibattito sulle modalità di gestione dei beni culturali fa riemergere la necessità di unalleanza tra pubblico e società civile. Le Fondazioni di partecipazione, alla luce anche delle novità offerte dalla Riforma del Terzo Settore, rievocano lesperienza storica della costruzione delle grandi cattedrali in cui lintera comunità era chiamata a dare un contributo per la valorizzazione dei territori, secondo  Marco D’Isanto–Dottore Commercialista,Esperto fiscalità del Terzo Settore, Stefano Consiglio–Prof. Ordinario di Organizzazione Aziendale - Università Federico II di Napoli, Agostino Riitano– Manager culturale,  che ci offrono una riflessione in tema “lo strumento può rivelarsi utile per consolidare esperienze di rifunzionalizzazione del patrimonio abbandonato in corso in tante aree del nostro Paese. Senza mitizzarne l’utilizzo”. La forma giuridica è strumento infatti di una strategia e sono diversi i casi nel Paese di Fondazioni  di partecipazione nella gestione di beni pubblici in  forte sofferenza, cadute sulle contrazione delle risorse pubbliche e “ostaggio”  della politica territoriale.


Enrico Bellezza, giurista e ideatore delle Fondazioni di partecipazione, ripercorrendo il lavoro condotto da Roland Bechmann, "Le radici delle Cattedrali", descrive il percorso che ha condotto in Europa alla costruzione delle grandi cattedrali gotiche: “Il Vescovo, che aveva in mente di intraprendere il progetto di costruzione di una Cattedrale, riuniva intorno ad un tavolo la "società civile" del tempo, illustrava il progetto ed il piano finanziario, faceva presente quali risorse (generalmente pietre e foreste) potevano essere fornite dalla Chiesa e domandava, a tutti coloro che sedevano intorno al tavolo, di offrire ognuno il proprio contributo in denaro, materiali ed opere. La Comunità si ritrovava unita intorno al progetto ed insieme progettava, costruiva, gestiva, sotto la guida di una direzione molto particolare”.
 
Chi scrive reputa che le Fondazioni di partecipazione possano essere considerate  un modello di gestione dei beni culturali potenzialmente in grado di  garantire un equilibrio tra la natura pubblica del patrimonio culturale e una sua efficiente gestione, valorizzazione e fruizione.
In realtà potremmo definire quello delle Fondazioni di partecipazione un tentativo di costruire un modello italiano di gestione dei beni culturali che da una parte eviti processi di privatizzazione o di alienazione del nostro patrimonio, ma dall’altra consenta alla comunità, intesa nell’accezione più larga del termine, di partecipare a questo enorme progetto di rivitalizzazione del nostro patrimonio. Il processo descritto da Bellezza delinea un'alleanza tra soggetti pubblici e privati, entrambi mobilitati per accrescere e curare la vita sociale della comunità consci dei vantaggi che la costruzione delle cattedrali avrebbe comportato per tutti.
 
Le Fondazioni di partecipazione dal punto di vista giuridico contengono sia elementi tipici delle Fondazioni, per quanto attiene alla natura patrimoniale dell’ente,  che delle associazioni, per quanto attiene alla partecipazione attiva nella gestione da parte dei soci fondatori.
Si tratta nella sostanza di un particolare soggetto di “impresa culturale non lucrativa” che ha innovato profondamente il tradizionale istituto delle Fondazioni introducendo due importanti novità: 1. la possibilità dei partner privati di aderire alle Fondazioni, anche successivamente alla costituzione iniziale e 2. la possibilità dei fondatori, siano essi promotori, aderenti o sostenitori, di partecipare attivamente alla gestione dell’ente e alle sue attività. La sua natura non lucrativa rende sin da subito il perseguimento dell’interesse generale al centro delle sue attività, ma la possibilità di attrarre modalità gestionali e capitali derivanti dal mondo privato ne garantisce, in potenza, un utilizzo più innovativo ed efficiente dei beni culturali.
 
La recente Riforma del terzo Settore ha introdotto un riconoscimento esplicito a questo tipo di soggetti. Negli art. 23  e 24 del Decreto Legislativo 3 luglio 2017, n. 117,  dedicati il primo  alle procedure di ammissione e carattere aperto delle associazioni  e il secondo alla disciplina delle assemblee è previsto che sia le modalità di ammissione degli aderenti o associati sia la disciplina dell’esercizio dei diritti degli associati si applichino anche alle fondazioni del Terzo settore il cui statuto preveda la costituzione di un organo assembleare o di indirizzo.
L’organo assembleare, conformemente agli indirizzi contenuti nello statuto e compatibilmente con la natura dell'ente quale Fondazione, potrà nominare gli amministratori con la conseguenza che soggetti pubblici e privati potranno da una parte partecipare direttamente e sinergicamente alla gestione effettiva dell’ente e dall’altra esercitare le prerogative tipiche che sono attribuite ai soci nelle Associazioni.
Altre sono le norme contenute nella Riforma che recepiscono, in linea con l’evoluzione della prassi e della giurisprudenza, le Fondazioni di partecipazione.
Allo stesso tempo il comma 3 dell’art. 71 del Decreto Legislativo 3 luglio 2017, n. 117 prevede che “I beni culturali immobili di proprietà dello Stato, delle regioni, degli enti locali e degli altri enti pubblici, per l'uso dei quali attualmente non è corrisposto alcun canone e che richiedono interventi di restauro, possono essere dati in concessione a enti del terzo settore, finalizzata alla realizzazione di un progetto di gestione del bene che ne assicuri la corretta conservazione, nonché l'apertura alla pubblica fruizione e la migliore valorizzazione".
Siamo di fronte dunque ad un passaggio normativo che nei fatti delinea una frontiera nuova per la gestione dei beni culturali da parte dei soggetti non lucrativi, compreso le imprese sociali.
 
Il primo e prioritario terreno di sperimentazione delle Fondazioni di partecipazione dovrebbe essere, ad avviso di chi scrive,   il patrimonio culturale diffuso, abbandonato e spesso dimenticato.
Questi luoghi potranno rappresentare le "nuove cattedrali" per favorire l'inclusione sociale, la produzione e la valorizzazione culturale in tante comunità che sono alla ricerca di nuovi spazi di confronto, di aggregazione, di lavoro e  di produzione di servizi per i cittadini e per i visitatori.
La Fondazioni di partecipazione potrebbe rappresentare, quindi, la veste giuridica ideale per dare nuova vita a tantissimi luoghi culturali che lo Stato, gli Enti Locali, la Chiesa e tanti privati non sono in grado,  da soli,  di salvaguardare e gestire, mettendo al centro gli interessi della comunità locale.
Lavorare prioritariamente sul patrimonio abbandonato, piuttosto che sui cosiddetti grandi attrattori; costruire piani di valorizzazione che non siano monopolizzati dalla fruizione museale, ma che siano in grado di creare quel welfare sociale e culturale, così necessario in tante aree del nostro paese; e che siano in grado di produrre nuove occasioni di lavoro piuttosto che di precarizzare lavori esistenti. Questo deve essere il terreno di sperimentazione sul quale le Fondazioni di partecipazione si devono cimentare.
I luoghi culturali abbandonati, sparsi sul nostro territorio sono tanti, le comunità che iniziano ad attivarsi sono sempre più numerose, i passi da fare per supportare questa strada sono diversi.
 
E’ in questa chiave che noi riteniamo interessante proporre come modello di gestione dei beni culturali le Fondazioni di partecipazione. Non ci sfuggono infatti le criticità che lo strumento rappresenta: il controllo pubblico dei beni deve essere esercitato innanzitutto dalla comunità di riferimento. Non si tratta dunque di un totem né di un salvacondotto universale per risolvere le problematiche connesse all’incuria del patrimonio culturale.
Diverse sono infatti le esperienze che non hanno prodotti i risultati sperati. Se esso diventa la sintesi di un reale processo di partecipazione alla gestione dei beni culturali è in grado di rappresentare una soluzione interessante. Diversamente rischia di innescare processi che indeboliscono l’effettiva tutela e valorizzazione dei beni culturali.
 
Quello che manca ancora è una fiscalità per la cultura: le imprese culturali e in particolare le Fondazioni di partecipazione in ambito culturale, alcune delle quali dovranno abbandonare il regime delle Onlus in virtù della citata Riforma del Terzo Settore, hanno necessità di avere un riconoscimento esplicito anche dal punto di vista fiscale in continuità con il vecchio regime disciplinato dal D. Lgs 460/97. I soggetti dediti alla valorizzazione dei beni culturali, tra cui le fondazioni di partecipazione, realizzano una rilevante finalità pubblica che merita di essere fiscalmente sostenuta nella consapevolezza che la generazione di valore, anche economico, degli investimenti culturali può rappresentare una leva di crescita economica e civile molto potente per l’intero paese.
 
 
 
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Marco D’Isanto, dottore Commercialista, esperto fiscalità del Terzo Settore
Stefano Consiglio, professore ordinario di Organizzazione Aziendale  Università Federico II di Napoli
Agostino Riitano, manager culturale