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Seeing Power: arte e attivismo nel XXI secolo

  • Pubblicato il: 18/05/2018 - 08:05
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CONSIGLI DI LETTURA
Articolo a cura di: 
Elena Lombardo

Ripercorrendo il delicato rapporto tra potere, arte e attivismo, “Seeing power: Art and Activism in the Twenty-first Century” di Nato Thompson ci spinge al limite del nostro vivere quotidiano per riflettere sulle sovrastrutture e le relazioni di potere attraverso le quali definiamo noi stessi e il mondo che ci circonda e rivalutare il potere sovversivo e rigenerativo dell’arte.


In "Seeing power: Art and Activism in the Twenty-first Century” il critico e curatore Nato Thompson, già direttore artistico di Creative Time e curatore per MASS MoCA, si interroga sul rapporto tra potere, attivismo e produzione culturale.
 
Lo fa attraverso un’introduzione convenzionale, partendo da basi teoriche ed elementi storici per ricostruire come negli ultimi tre decenni, arte e attivismo hanno interagito e agito sulla vita del Paese. Sebbene la prospettiva sia quella americana, il libro è prima di tutto un monito -  valido per tutti - alla necessità di creare e mantenere spazi e pratiche culturali che siano in grado di produrre nuovi modi di vedere e comprendere l’individuo e la società contemporanea.
 
Non conta quanto cerchiamo di evitarlo: all’interno di un contesto economico dove “fare cultura” e “fare profitto” sono due attività strettamente interconnesse, ognuno di noi partecipa e alimenta Il Sistema. Questa entità astratta, spiega Nato Thompson, si è trasfigurata in una nebbia densa di informazioni, dove old, new e social media ci espongono e impongono un flusso costante di immagini, storie e dinamiche di mercato attraverso le quali noi tutti, chi più chi meno, partecipiamo alla promozione del "prodotto ultimo": noi stessi.
 
Citando Antonio Gramsci, Thompson sottolinea l’importanza di organizzazioni politiche e culturali dedicate alla costruzione di una contro-egemonia in grado di emergere dalla dimensione culturale dominante e proporre vie e visoni alternative.
 
Sebbene talvolta anche proposte culturali radicali siano state assorbite e normalizzate da settore che ha ormai pervaso ogni aspetto della quotidianità, riuscire a vedere “oltre” è diventato un esercizio contemporaneo di pensiero e consapevolezza.
 
Facendo riferimento ai consigli del filosofo Giorgio Agamben, l’autore ribadisce l’importanza dell’ascolto per sviluppare la capacità di creare distanza tra noi e quella che Guy Debord definirebbe, nella sua versione più attuale, la società dello spettacolo.
 
Ad oggi, quasi ogni elemento culturale si trasforma durante il suo ciclo di vita, in prodotto: non c’è quasi nulla, evidenzia Thompson, che riesca a sfuggire ai sensori dell’industria culturale e creativa: “Qualunque tipo di cultura può essere mercificata [...] Aziende come YouTube, Facebook e Flickr, offrono piattaforme pubbliche per la produzione di contenuti culturali radicali che in ogni momento possono essere assorbiti all’interno del mercato culturale di massa”.
 
Ma come rispondono gli artisti? Come è cambiato il loro ruolo? Focalizzandosi proprio sul lavoro di quegli artisti che in piena consapevolezza hanno scelto di lavorare a cavallo tra arte e politica, l’autore fa tesoro della sua esperienza decennale nel mondo dell’arte pubblica per raccontare l’evoluzione di correnti artistiche internazionali come la “social aesthetics” e “tactical media”. La prima focalizzata sulla partecipazione culturale come elemento di emancipazione dall’effetto manipolativo del mercato, la seconda più concentrata su forme di guerilla culturale.
 
Movimenti dal basso come “Occupy Museum” ο “Right to the city”, rivolti alla riappropriazione del bene comune e alla lotta contro la disuguaglianza, privatizzazione e gentrificazione, hanno gradualmente e inevitabilmente riavvicinato il mondo dell’arte a quello dell’attivismo attraverso modi nuovi e inesplorati di affrontare attraverso l’arte problematiche condivise a livello internazionale.
 
Presentando il lavoro di alcuni dei più interessanti e innovativi artisti contemporanei, Thompson racconta di spazi e istituzioni che spingono comunità a “vedere il potere” e re-immaginarlo. Luoghi e progetti di trasformazione personale e sociale, che offrono spunti di riflessione non solo a coloro che vivono l’arte come forza trasformativa, ma anche per tutti coloro che sentono la necessità di riflettere sulle infrastrutture economiche, politiche, burocratiche e sociali che determinano e influenzano le nostre scelte, opportunità e abitudini con lo scopo di trovare strumenti di consapevolezza per agire e reagire alle sfide individuali e collettive di ogni giorno.
 
 
NATO THOMPSON è direttore artistico di Creative Time, una delle più prestigiose organizzazioni culturali di New York che da oltre quarant’anni si occupa si arte pubblica e attivismo culturale. Curatore di progetti come “Waiting for Godot in New Orleans” (2007) e “The Interventionists: Art in the Social Sphere” (2004), ha pubblicato: “The Interventionists: A Users’ Manual for the Creative Disruption of Everyday Life”, “Experimental Geography: Radical Approaches to Landscape, Cartography, and Urbanism”, e “Ahistoric Occasion: Artists Making History”.