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Obiettivi di Sviluppo Sostenibile 2030: un piano di azione trasformativo

  • Pubblicato il: 16/12/2015 - 15:31
Autore/i: 
Rubrica: 
OPINIONI E CONVERSAZIONI
Articolo a cura di: 
Carola Carazzone

Il 1 gennaio 2016 chiuderà la campagna mondiale per gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio delle Nazioni Unite ed entrerà in vigore l’Agenda di Sviluppo Sostenibile 2030 con 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e 169 target da raggiungere nei prossimi 15 anni.
 
Si tratta indiscutibilmente del cambiamento più importante dagli accordi di Bretton Woods nel 1944 e della più grande opportunità di cambiamento e azione congiunta nel paradigma di sviluppo degli ultimi 70 anni: “un piano d'azione per le persone, il pianeta e la prosperità” che va a incidere profondamente sul concetto stesso di “sviluppo” e sull’idea di responsabilità nazionali ed internazionali finora mantenuti.
Lo sfidante articolato dell’Agenda 2030: “Trasformare il nostro mondo” capovolge la prospettiva: da una politica di sviluppo di “pochi per gli altri” ad una politica di sviluppo sostenibile universale basata sulla responsabilità comune differenziata.
 
 
Obiettivi di sviluppo sostenibile: un’Agenda universale
Per la prima volta nella storia dell’umanità il mondo ha un quadro di 17 obiettivi universali e specifici target da raggiungere.
Non più doppi standard, non più pesi e misure diverse per i Paesi “industrializzati” e i Paesi cosiddetti “in via di sviluppo”, ma una sola unica Agenda universale per i 193 Paesi membri delle Nazioni Unite.
Ciascun Paese, annualmente, verrà monitorato e dovrà rispondere di fronte a tutti gli altri di cosa ha fatto e cosa non ha fatto per la realizzazione dei 17 Obiettivi 2030, sia internamente nel proprio ambito nazionale sia in termini di cooperazione internazionale.
Finalmente, dunque, un’Agenda che fissa obiettivi ed indicatori misurabili per uno sviluppo umano e sostenibile in tutte le sue dimensioni anche civili e culturali e traduce l’indivisibilità e interdipendenza delle politiche sociali, economiche ed ambientali, attribuendo eguale importanza a eliminazione delle diseguaglianze, good governance, rule of law e corruzione.
 
 
Perché finora non c’è stato dibattito pubblico sugli SDGs
Eppure l’approvazione dell’Agenda il 25 settembre 2015 da parte di 180 Capi di Stato e di Governo è passata in sordina.  Vale dunque la pena riflettere perché un piano di azione così determinante è stato finora considerato poco o niente “notiziabile” e di fatto non è riuscito ad uscire dalle stanze degli operatori della cooperazione allo sviluppo.
Non si può nemmeno dire che il 25 settembre al Summit di Alto Livello dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite mancassero le celebrità, con Papa Francesco, Bill e Melinda Gates, ma anche testimonial mediatici come Daniel Craig, Beyoncé e molti altri.
 
Sono varie le ragioni del perché finora gli SDGs non sono riusciti ad interessare un’opinione pubblica allargata e diventare tema di dibattito pubblico multidiscipliare e diffuso.
Innanzitutto affrontare le grandi sfide dell’attualità – povertà, esclusione, cambiamenti climatici, mancanza di democrazia, violazioni di diritti umani e libertà fondamentali - in una prospettiva a 15 anni è l’unico modo serio per farlo, ma certamente pone un termine che può essere strumentalizzato per deresponsabilizzare la maggior parte dei politici che hanno sottoscritto gli SDGs per le loro Nazioni ben sapendo che nel 2030 loro stessi saranno plausibilmente piacevolmente in pensione.
Il processo multilaterale di definizione degli SDGs è iniziato al Summit di Rio+20 nel 2012 ed è durato più di 3 anni. Nonostante questo processo abbia rappresentato il più grande sforzo di consultazione e coinvolgimento mai posto in essere dalle Nazioni Unite che di fatto ha coinvolto quasi 4 milioni di persone, ma per molti rimane un processo tecnocratico. Questo è profondamente fuorviante perché tutte le problematiche connesse agli SDGs sono intrinsecamente “politiche” ma il labirinto degli organi e delle strutture del processo partecipativo di elaborazione è rimasto inaccessibile all’opinione pubblica.
Penso si possa dire che è stata complice della technocratisation del dibattito la stessa società civile, trovandosi più a suo agio in riunioni di consultazione delle Nazioni Unite che nell’impegnarsi in un dibattito con l’opinione pubblica su scelte politiche coraggiose e difficili che sfidano i nostri stili di vita, anche a livello individuale nel nostro modo di consumare, di spendere, di viaggiare.
 
 
Perchè le fondazioni e la filantropia istituzionale italiane dovrebbero impegnarsi per gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile
Negli ultimi due anni del processo di negoziazione degli SDGs i governi e le Nazioni Unite hanno dimostrato di essere disposti a lavorare con la filantropia istituzionale in modo più strategico e sistematico e di voler superare il vecchio approccio di rivolgersi alle fondazioni ex post come a un sofisticato bancomat.
Per la prima volta, le Fondazioni private, emanazione di gruppi, famiglie, comunità sono state invitate al tavolo di negoziazione e parte del processo di definizione, in particolare sulla localizzazione degli SDGs e nell’ambito del Development financing.
 
Ma perché oggi tutte le fondazioni e non solo quelle che hanno preso parte al processo di definizione dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dovrebbero impegnarsi per il loro raggiungimento?
Per le fondazioni e la filantropia istituzionale, gli SDGs rappresentano un’opportunità imperdibile in molteplici prospettive: moltiplicare i propri assets e la propria caratterizzante capacità di incubare soluzioni innovative, aumentare l'impatto della propria azione e costruire nuove reti multilivello.
Avere a disposizione un’Agenda universale su 17 obiettivi consente di rimettere in discussione “come” affrontare problemi sociali complessi per abbattere i silos nell’ambito dei quali i vari attori dello sviluppo sostenibile – Governi e autorità locali, Nazioni Unite, Fondazioni, Imprese, ONG, cooperative, imprese sociali - si sono troppo spesso finora sclerotizzati.
Le fondazioni non possono e in tanti casi non vogliono più restare chiuse nella torre eburnea, ma vogliono essere parte esse stesse, come attori e soggetti, del cambiamento sociale e della co-autorialità delle politiche sociali di sviluppo umano e sostenibile, a livello locale e nazionale prima ancora che internazionale. Gli SDGs offrono una piattaforma eccezionale in questa prospettiva.
 
 
Che cosa le fondazioni e la filantropia istituzionale italiane possono fare per gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile
Che cosa possono fare le Fondazioni e la filantropia istituzionale italiane per gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile è una successiva questione che può portare a molteplici risposte: attivare un impegno diretto con i Governi, un ruolo di convening e di costruzione di alleanze e piattaforme di partenariato pubblico-privato, di abilitazione della società civile a varie forme di partecipazione, di valutazione e monitoraggio delle azioni di raggiungimento degli SDGs.
 
L’inestimabile valore aggiunto delle Fondazioni e della filantropia istituzionale è l’intrinseca indipendenza politica e finanziaria e la conseguente grande agilità e flessibilità di azione che deriva proprio dalla loro essenza di enti che mettono ricchezza private a disposizione del bene comune. Le fondazioni - come fonti di competenze, conoscenze e capitale sociale, ben oltre la loro capacità di finanziamento - possono essere eccezionali partner strategici, catalizzatori di sviluppo sostenibile e incubatori di approcci, soluzioni e modelli innovativi.

Di fronte a politiche economiche e sociali costrette a occuparsi dell’immediato e contingente, gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile per il 2030 rappresentano la sfida più lungimirante, ambiziosa ed entusiasmante dell’attualità. Oggi per la prima volta nella storia dell’umanità gli strumenti e le risorse anche tecnologiche per eliminare la povertà, la fame, la distruzione dell’ambiente e raggiungere uno sviluppo più umano e sostenibile ci sono. Le fondazioni, da canto loro, proprio grazie alla libertà strategica e di azione che le caratterizza- sono oggi tra gli attori più efficaci nel rimettere al centro dell’azione politica e sociale il futuro anche investendo nel lungo periodo.
 
L’entrata in vigore dell’Agenda 2030 è un traguardo importante, ma non un successo. Che dipenderà da ognuno. E lo sarà solo se ciascuno sarà pronto almeno a informarsi e poi eventualmente ad impegnarsi.
 
Leggi:
 
Barry Knight,‘A survey of foundations’ attitudes to the SDGs’, Alliance, December 2015
Kevin Watkins,‘A shopping list that matters’, Alliance, March 2015
 
Visita:
SDGs Philanthrophy Platform www.sdgfunders.org
www.sustainabledevelopment.un.org
www.geographiesofchange.net
 
Alliance magazine  www.alliancemagazine.org
European Foundation Centre - EFC www.efc.be
Foundation Centre www.foundationcenter.org
WINGS – Worldwide Initiative for Grant-makers Support www.wingsweb.org
 

Carola Carazzone è Segretario Generale Assifero