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Chi è l'autore del San Giovannino di Úbeda?

  • Pubblicato il: 21/06/2013 - 20:20
Autore/i: 
Rubrica: 
FONDAZIONI D'ORIGINE BANCARIA
Articolo a cura di: 
Laura Lombardi
I frammenti del San Giovannino

Firenze.  Il 24 e il 25 giugno, nella sede dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze (via Bufalini), si tiene il Convegno internazionale «Il San Giovannino di Úbeda restituito», per celebrare il recupero, seppur parziale, della scultura semidistrutta nel corso della Guerra Civile spagnola (era l'agosto del 1936, Ndr), conservata nella Cappella del Salvatore della cittadina andalusa, di proprietà della Fondazione culturale dellaCasa Ducale di Medinaceli che ne ha deciso e voluto il restauro presso l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, Settore dei Materiali Lapidei, diretto da Maria Cristina Improta.
L’eccezionalità del «San Giovannino», fortemente danneggiato e quindi ricomposto solo attraverso i pochi frammenti rimasti, risiede nella sua attribuzione da parte dello studioso Manuel Gómez Moreno nel 1930 a Michelangelo, che indicò Francisco de los Cobos (1477-1547) quale primo proprietario della statua. L’attribuzione, molto discussa per decenni  (Longhi ad esempio definiva la scultura andalusa «scadente»), è condivisa invece fermamente da Francesco Caglioti che, nel volume di studi edito da Mandragora in onore di Antonio Pinelli, identifica la scultura con il «San Giovannino» marmoreo, scolpito per Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, perduto, e successivamente riconosciuto in altri marmi conservati in musei o chiese da studiosi internazionali. Per Caglioti, che ha ritrovato nella fototeca del Kunsthistorisches Institut di Firenze le immagini dell’opera prima del forte danno, la statua sarebbe giunta in Spagna, donata da Cosimo I de’ Medici a quel Francisco de los Cobos, onnipotente segretario di Carlo V, l’imperatore che nel 1537 era stato in grado di restituire a Cosimo la salvezza e lo Stato.
Le coincidenze molto convincenti trovano conferma in elementi stilistici e iconografici, esposti e illustrati da Caglioti al convegno e pubblicati nell’ultimo numero della rivista «Prospettiva», riaprendo un dibattito molto avvincente riguardo la paternità dell’opera.
Il restauro odierno, compiuto all’Opificio, si è fondato sull’uso di tecnologie digitali di scansione tridimensionale (applicate durante l’ultimo decennio per la realizzazione di copie di opere d’arte), che ha consentito di montare i piccoli frammenti grazie a un modello virtuale, determinando l’esatta posizione di ogni frammento originale, a partire dalle fotografie storiche conservate negli archivi. Il Convegno, diretto da Marco Ciatti, soprintendente dell’Opificio, affiancato da un prestigioso comitato scientifico, unisce dunque il dibattito tecnico e quello critico, e vede la partecipazione dei migliori esperti a livello internazionale fra storici dell’arte, conservatori e restauratori: Juan Manuel Albendea Solís, Giorgio Bonsanti, Maria Cristina Improta, Ronald Street, Ivano Ambrosini, Fabio Fratini, Paola Lorenzi, Ludovica Sebregondi, Francesco Caglioti, Marta Gómez Ubierna, Arsenio Moreno Mendoza, Antonio Foscari, Fernando Marías Franco, Maria José Redondo Cantera, Miguel Falomir Faus.

da Il Giornale dell'Arte , edizione online, 21 giugno 2013