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1° Festival delle Comunità del Cambiamento

  • Pubblicato il: 20/06/2014 - 16:47
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Roberta Bolelli

Bologna. Primo Festival delle Comunità del cambiamento, organizzato da RENA, associazione indipendente nata nel 2008, che unisce giovani professionisti impegnati nel mondo pubblico e privato a livello locale, nazionale, europeo e internazionale, chiamando a raccolta i protagonisti dell’innovazione. Giovani che vogliono fare dell’Italia «un Paese aperto, responsabile, trasparente ed equilibrato».
L’opportunità di confronto tra i numerosi partecipanti da ogni parte del Paese è stata tenuta a battesimo dall’Assessore Matteo Lepore, che per il Comune di Bologna coordina tra l’altro le attività più coinvolte dall’innovazione (marketing territoriale, smart city, agenda digitale). Come ha sottolineato il Presidente di RENA, Francesco Luccisano ci sono tratti comuni nelle esperienze delle comunità innovative in Italia. «Comunità e non individui - perché i cambiamenti reali non avvengono se non si mobilita un gruppo vasto, con valori condivisi che uniscono più delle regole e delle procedure - progetti che producono un impatto reale e non vogliono essere solo testimonianza, la responsabilità di mettere in campo soluzioni concrete anziché l’indignazione, fare crowfunding piuttosto che fiaccolate, consumo responsabile piuttosto che manifestazioni, fare informazione civica, consultare i cittadini». Le Comunità che fanno cambiamento sono simili a start-up con logiche vicine all’impresa, perché il cambiamento passa anche attraverso un nuovo modo di fare impresa, non sono nicchie ma avanguardie per tutto il Paese. E l’obiettivo di RENA è essere il motore che mobilita le Comunità del cambiamento, collaborando dal lato della domanda di cambiamento, identificando e mettendo in rete le comunità, sostenendone la formazione reciproca, l’accelerazione nel ritmo dell’innovazione, la mobilitazione di nuove constituency nel rapporto tra una politica che vuol riprendere il suo ruolo e la società.
In questa direzione si è sviluppata una narrazione di visioni dai diversi protagonisti intervenuti e si è articolato il dibattito.
Per Damien Lanfrey, Consulente del MIUR ed Esperto di Politiche per l’innovazione, l’Innovazione sociale come teoria del cambiamento si caratterizza per la sua capacità di impatto sociale, per la consapevolezza che non esistono soluzioni definitive ma vanno costruite secondo i diversi contesti attraverso l’«ibridazione» ovvero nuove relazioni sociali che influenzano questi processi e il loro successo. La social innovation deve quindi rischiare, applicando strumenti nuovi ai grandi problemi sociali e lavorare sui catalizzatori dei sistemi.
Chiara Spinelli ha illustrato le potenzialità e gli ampi spazi di crescita del crowdfunding in Italia rispetto alla dimensione ragguardevole raggiunta a livello globale (nel 2013 5,7 miliardi di dollari). Mentre Gianluca Dettori, esperto di Nuove Tecnologie Mercati digitali e Venture Capital, ha presentato le opportunità di sviluppo delle monete complementari sulla base dell’esperienza del Sardex – di cui è Membro del Board - circuito di credito commerciale, una rete di imprenditori (aziende esclusivamente sarde) che si fanno credito vicendevolmente accettando di transare usando il Sardex al posto dell’euro (stesso controvalore). Nessuna garanzia è richiesta e nessun tasso viene applicato su questo credito. Una soluzione che mobilita le risorse del sistema ed è motore di sviluppo dell’economia del territorio. Oggi raccoglie 2000 aziende e 1000 dipendenti. E anche un modello in corso di esportazione in altre realtà regionali, tra le prime Piemonte Emilia Romagna e Abruzzo.
Interessante contributo sulla sharing economy è venuto dalla sociologa Ivana Pais, che sull’articolazione dei processi di scambio redistribuzione e reciprocità (Karl Polanyi) ha evidenziato l’innesto di nuovi processi di collaborazione (il coworking è uno di questi) e di condivisione (tutti diamo e riceviamo a/da un bacino comune), che di fatto ricostruiscono i legami sociali perché se non c’è relazione non c’è scambio. In questo modo si perseguono un migliore sfruttamento delle risorse disponibili e la crescita dell’occupazione, senza tuttavia trascurare le criticità insite nel processo (il digital divide, il sistema reputazionale, i conflitti conservativi). Nella stessa linea, con riferimento alle comunità collaborative si è inserito Simone Cicero, esperto appunto di economia collaborativa ed esponente dell’organizzazione internazionale non-profit OuiShare, che ha sottolineato come in un’era post-ideologica la cultura deve essere condivisa e pervasiva (learning society secondo Stiglitz) perché l’ambizione al cambiamento metta insieme pragmatismo ottimismo e partecipazione su valori comuni, secondo un processo in cui innovatori e makers sono cittadini che agiscono all’interno delle comunità.
Le nuove linee di sviluppo dell’economia in un Paese, come l’Italia, seconda economia manifatturiera in Europa, sono state al centro dell’interessante intervento di Stefano Micelli, professore di Economia all’Università Ca’ Foscari, che ha parlato di Makers Artigiani digitali e il futuro della manifattura in un momento di crisi ma anche di profonda innovazione sul versante dell’offerta, di quella che l’Economist ha chiamato la terza rivoluzione industriale, nella quale il digitale entra nei processi produttivi del manifatturiero, consentendo grande varietà e personalizzazione, facendo venir meno il vincolo delle economie di scala (le stampanti 3D sono uno dei simboli della rivoluzione del digital manifacturing). Stiamo assistendo oggi ad un passaggio analogo a quello tra mainframe e personal computer. Questa fase nuova dell’automazione è la leva di una nuova generazione di “artigiani digitali”, che sono protagonisti al tempo stesso della rivoluzione tecnologica, di un nuovo racconto del prodotto italiano e di una internazionalizzazione in cui la rete supera il vincolo della prossimità. Il «saper fare» della produzione artigianale diventa avanguardia di una nuova economia che si espande nel contesto globale.
Alcune innovazioni che cambieranno le nostre vite, in particolare nella medicina, nella tecnologia, nella cura personale, nell’intelligenza artificiale sono state quindi illustrate da Matteo Sarzana, di ritorno dalla Singularity University californiana.
Il confronto tra le prospettive di cambiamento e le condizioni di partenza, per delineare Una fotografia dello stato di salute del Paese, è stato affidato a Enrico Giovannini, professore di Statistica Economica e già Direttore della Divisione Statistica dell’ OCSE e Presidente ISTAT, Ministro del Lavoro fino al febbraio scorso. Che ha ricordato come fin dai tempi dell’OCSE pose l’esigenza di andare «oltre il PIL» nella valutazione degli andamenti economici. E oggi la crisi accentua l’esigenza di questo cambio di prospettiva. Non a caso – recependo una sua indicazione - nel semestre di presidenza italiana del Consiglio UE la prima riunione dei Ministri del Lavoro e dell’Ambiente discuterà di Green Jobs, cioè come il cambiamento dell’economia possa creare nuovi lavori. Oggi l’Italia avverte più la crisi e l’insicurezza, non si sente una comunità in cambiamento. E invece dall’ultimo Rapporto ISTAT emerge un quadro di molte imprese che hanno saputo resistere alla crisi, hanno vinto la sfida e sono cresciute, le più efficienti hanno aumentato anche l’occupazione. Ha fatto il salto chi ha investito in nuove tecnologie, in nuovi prodotti e processi, in capitale umano. E’ quest’ultimo forse la nostra maggiore criticità: sottoutilizzo dei laureati, scarsi investimenti nella formazione (nel 2010 solo il 50% delle imprese). Studiare dà più opportunità di lavori, non sempre buoni lavori, ma c’è un problema serio ed è la qualità degli imprenditori soprattutto nelle piccole imprese. Dobbiamo fare un salto generazionale. Per migliorare il funzionamento della nostra società e per controllare la politica e le decisioni l’open data è determinante. Ma richiede un’adeguata capacità di lettura perché la conoscenza trasformi i meccanismi decisionali.
Su open-data e open-gov sono intervenuti anche Donatella Solda (giurista consulente open-data del MIUR) e Maurizio Napolitano (tecnologo della Fondazione Bruno Kessler di Trento), che ha sottolineato come i dati sono la base della gerarchia della conoscenza e il loro valore è nella qualità e nella «libertà di usare, riusare e distribuire».
Sulle problematiche giuridiche di Beni collettivi, sussidiarietà e cittadinanza attiva si è intrattenuto Christian Ianone - Professore di Diritto Pubblico e Direttore di LABSUS-Laboratorio per la sussidiarietà – partendo dal Regolamento dei rapporti tra cittadini e amministrazione per la cura e rigenerazione dei beni urbani che il Comune di Bologna ha adottato il 22 febbraio di quest’anno come segnale di un nuovo paradigma istituzionale: la società corre, l’economia insegue, le istituzioni e il diritto vanno ricostruite insieme. L’Amministrazione non è più quella che gestisce la propria attività sul paradigma bipolare (da una parte il pubblico e dall’altra il privato). L’idea nuova è quella dell’amministrazione condivisa e di cittadini attivi che insieme applicano il principio costituzionale della sussidiarietà orizzontale (Art. 118 ultimo comma), cioè governare insieme la cosa comune abilitando le energie e le capacità dentro la comunità, cittadini semplici e associati, le imprese, il terzo settore, università, ospedali, segmenti istituzionali e non che decidono di lavorare insieme per dare risposte ai problemi collettivi. E’ la governance dei beni comuni. La resilienza non è la capacità di reagire alla crisi ma la capacità delle istituzioni e dei cittadini di innovare se stessi e autorigenerarsi. Grazie a questo Regolamento (adottato anche dal Comune di Siena e che ha raccolto grande interesse da parte di altri) sta avvenendo un cambiamento di paradigma sociale economico e anche istituzionale.
Le sfide dell’Innovazione culturale e opportunità di sviluppo sono state approfondite da Alessandro Bollo, Responsabile della Ricerca della Fondazione Fitzcarraldo (di cui è socio fondatore), docente al Politecnico di Torino sui temi dei consumi culturali, del marketing e del management culturale. C’è un bisogno di innovazione perché le organizzazioni culturali, soprattutto quelle tradizionali, tornino ad essere rilevanti e siano in grado di generare valore, in modo da contribuire al cambiamento sui territori; perché l’Italia ha bisogno di modelli alternativi di governo e gestione del nostro patrimonio culturale, al tempo stesso enorme e diffuso, di grande valore e di grande fragilità, con rischi di degrado e abbandono ma anche di semplice incuria; perché l’arte e la cultura sono i principali motori di nuove narrative per costruire un nuovo futuro; perché può rappresentare una nuova forma di intrapresa privata (profit-non profit). La cultura è dimensione strutturante di sviluppo, genera crescita, i territori possono diventare più competitivi. Ma perché si abbiano effetti duraturi più persone devono essere coinvolte nel processo della produzione culturale. Da questo punto di vista si può parlare di audience development e di audience engagement, temi centrali per il futuro.
Le prospettive dell’innovazione sono diverse in relazione ai diversi soggetti in campo, riconducibili in tre ambiti: le organizzazioni culturali tradizionali devono evitare il rischio di scambiare le novità con l’innovazione, perché le novità generano azioni a corto raggio mentre l’innovazione trasforma i comportamenti in modo stabile e sostenibile; le organizzazioni culturali geneticamente modificate, realtà culturali nate da poco dentro la crisi, con una serie di barriere culturali e organizzative già abbattute, che non pensano più al finanziamento pubblico come condizione necessaria per la sostenibilità, sono già portatrici sane di innovazione culturale e sociale, hanno bisogno che la politica abbatta la burocrazia e consenta loro di sperimentare in modo libero e meno vincolato; le start-up culturali con un alto grado di innovazione tecnologica che vedono nella cultura una grande potenzialità ma con dei tempi di ritorno sugli investimenti diversi rispetto agli altri mercati. Non c’è quindi bisogno di un nuovo che sostituisca il vecchio, ma di un grado più ampio di biodiversità culturali.
Policy making, innovazione nella P.A. e community organizing i temi al centro degli interventi conclusivi di Annibale D’Elia (Sociologo, Dirigente della  Regione Puglia) e Alessandro Fusacchia(Capo di Gabinetto del Ministro al MIUR da febbraio 2014, socio fondatore e primo Presidente di RENA). Annibale D’Elia si è soffermato sulle cinque virtù di una PA amica del cambiamento: apertura, ovvero accogliente ed ospitale; condivisione delle risorse (partecipazione e fiducia); leggerezza, ovvero programmazione ma anche capacità di cambiamento in corsa; generatività, ovvero guardare al di fuori della propria organizzazione e cogliere i segnali deboli; spirito di servizio, ovvero istituzioni come «server» con l’obiettivo dell’utilità sociale. Le comunità del cambiamento possono essere grandi alleate delle istituzioni in questo processo. Alessandro Fusacchia ha illustrato i processi di cambiamento all’interno di un importante snodo della PA per individuare le competenze che servono nelle diverse realtà della formazione scolastica (esigenze dei docenti e degli studenti), per creare anche un movimento positivo nel Paese; creare, attraverso avvisi pubblici autocandidature aperte e selezioni, rose di esperti per le nomine dei rappresentanti MIUR nei diversi consigli di amministrazione (conservatori, istituzioni culturali, ecc.); ripristinare la «normalità» (la vera rivoluzione) della macchina organizzativa del Ministero con un metodo di lavoro diverso. «Il miglior modo di cambiare questo Paese è non cambiare noi stessi».
Un format in cui agli stimoli degli esperti sono seguiti dieci tavoli tematici, moderati dai soci RENA e da alcuni ospiti di rilievo nazionale, per sviluppare il confronto e il networking tra i partecipanti trasmettendo strumenti, approcci e conoscenza dei progetti più interessanti in giro nel Paese. Tanti i temi affrontati: giovani e lavoro, beni comuni, community organizing, cultura turismo e promozione territoriale, spazi collaborativi, incubatori e accesso ai capitali, moneta complementare e crowdfunding, imprenditoria rurale, monitoraggio civico e big data.
Un Festival con partecipanti e non spettatori, uno spazio utile per moltiplicare il valore, collaborare, fare rete e sviluppare le migliori sinergie per costruire collettivamente il cambiamento.

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