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Cultura e sviluppo urbano in Europa: Salerno e Firenze a confronto al MAXXI

  • Pubblicato il: 02/03/2012 - 12:12
Autore/i: 
Rubrica: 
STUDI E RICERCHE
Articolo a cura di: 
Chiara Tinonin

Roma. Si è tenuta venerdì scorso all’Autitorium del MAXXI, la presentazione del nono rapporto di Civita intitolato «Citymorphosis. Politiche culturali per le città che cambiano» (Giunti Editore, 2011, pag. 277) curato da Marco Cammelli (Professore di Diritto amministrativo all’Università di Bologna e Presidente della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna) e Pietro A. Valentino (Docente di Economia Urbana alla Sapienza) e realizzato con il contributo di AXA Art e Fondazione di Venezia. Lo studio mira a definire un rinnovato ruolo della cultura per la trasformazione urbana, economica e sociale della città contemporanea, con un’interessante comparazione europea di casi di studio (conosciuti e non). Per questo, oltre alla presenza istituzionale di Gianni Letta (Presidente Onorario Civita), Bernabò Bocca (Vice Presidente Civita) e Pio Baldi (Presidente MAXXI), al MAXXI si sono confrontati anche i sindaci di due città italiane: Vincenzo de Luca-Salerno e Mattero Renzi-Firenze (grande assente Gianni Alemanno-Roma).

Il rapporto analizza il posizionamento della cultura nelle politiche territoriali integrate di 12 città europee (le protagoniste Berlino, Londra e Parigi; le rinnovate Barcellona, Edimburgo, Lione e Bilbao; le italiane Roma, Torino, Milano, Forlì e Mantova) attraverso la classificazione di 4 macro-aree d’intervento: la valorizzazione integrata del patrimonio culturale, le mostre, i festival e il sistema dell’arte contemporanea. Il paradigma teorico dell’analisi è quello della società della conoscenza, il modello di crescita citato già nel 2000 nel piano strategico del Consiglio Europeo: «diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale». Dunque, i punti nevralgici su cui fa leva la ricerca sono la connessione tra un’offerta culturale differenziata e un maggiore flusso di conoscenza condivisa, anche in termini occupazionali; tra la valorizzazione del passato e un’attualizzazione creativa legata alla produzione di beni e servizi che fanno perno sul valore identitario del territorio e creano una maggiore coesione sociale; tra la partecipazione all’offerta culturale e l’integrazione in città sempre più multiculturali.

Un primo risultato (non troppo inaspettato) è la distanza delle nostre città dalle principali capitali europee, che da tempo hanno inserito e trattato la cultura come un asset strategico per la governance del territorio. Berlino, per esempio, è governata da una politica incentrata sull’educazione e sulla diffusione del sapere per favorire maggiore integrazione e multiculturalismo: si investe non solo sulla promozione integrata del patrimonio museale e monumentale della città, ma soprattutto sull’arte contemporanea con un’attenzione particolare all’offerta indipendente che trova, anche in momenti di crisi economica, un sostegno sicuro da parte del partner pubblico. Londra, protagonista quest’anno di eventi storici come il 60mo anno di regno della Regina Elisabetta e le Olimpiadi (unica città al mondo ospite per la terza volta), si attesta come capitale dell’industria creativa europea ma a questo si accompagna una seria politica di rigenerazione urbana attraverso la cultura, come il progetto della Tate Modern a Southwark citato nel rapporto. Oppure Lione che dagli anni ’90 si dota di un piano strategico integrato (redatto da economisti, urbanisti, sociologi e geografi) in cui la cultura ha una posizione di primo piano; o Bilbao che dopo il «caso Guggenheim» non hai mai smesso di guardare alla cultura come motore di trasformazione e crescita urbana.

Dalla ricerca emerge poi che nessuna città italiana è inserita nella graduatoria delle «Cities of Opportunity» stilata da Price Waterhouse Coopers per misurare il capitale intellettuale urbano attraverso indicatori come la qualità delle università e la percentuale di laureati sulla popolazione. L’offerta artistico-culturale delle nostre città è nettamente inferiore ai poli culturali europei, anche se l’analisi della variazione dei redditi urbani procapite illustra che le città che hanno puntato di più sulla cultura e sulla creatività (come Bilbao, Siviglia, Edimburgo) presentano tassi di crescita superiori alla media europea.
Conforta, quindi, leggere sulla ricerca che alcuni centri urbani italiani (spesso di medio-piccole dimensioni) hanno fatto importanti passi avanti: Mantova capofila delle città-festival, Forlì e le grandi mostre, Salerno (che però non appare nel rapporto) e la rigenerazione architettonica urbana anche della sua provincia, come il progetto internazionale per riqualificare il borgo di Auletta (cfr. «Trasformazione urbana. Il Sud usa il prefisso “co”»).

Quello che manca all’Italia, di certo, non è la materia prima, ma una concreta politica della cultura,  locale e nazionale. E questo significa la capacità di guardare alla cultura non come a un costo, ma come a un investimento; trovare nuovi canali di dialogo e di cooperazione pubblico-privato per la tutela e la valorizzazione; definire piani strategici integrati che siano in grado di mettere in connessione e collaborazione le diverse parti sociali favorendo una crescita dell’offerta culturale non solo per il  turismo ma soprattutto per la crescita di competenze dei cittadini, l’attrazione dei talenti, la messa in circolo di nuove idee, la produzione creativa.
E proprio alle dinamiche tra offerta culturale e industria creativa è dedicato il prossimo Rapporto di Civita, con il sostegno della Fondazione Roma Arte-Musei. Da non perdere.

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