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Se un ente lirico si mette all'Opera

  • Pubblicato il: 15/01/2016 - 13:55
Autore/i: 
Rubrica: 
SI FA TEATRO
Articolo a cura di: 
Francesca Sereno

Il risanamento delle Fondazioni lirico-sinfoniche previsto dall'art 11 del Decreto Cultura (d.l. 8 agosto 2013, n. 91 convertito con modificazioni nella legge 7 ottobre 2013, n. 112 ) ha coinvolto 8 tra le 14 fondazioni italiane. Cinque perché rientranti nei criteri previsti dal legislatore (Bari, Palermo, Firenze, Napoli, Trieste) e tre per aver ritenuto, secondo quanto previsto dalla legge, di non poter fare fronte ai debiti certi ed esigibili senza il supporto del dispositivo di legge (Roma, Bologna, Genova). Tra questi, nell'ultimo anno si è parlato molto del Teatro dell'Opera di Roma, che da una grave perdita di 12,9 milioni di euro nel 2013, è arrivato ad un utile di 4.760 euro nel 2014. Il sovrintendente Carlo Fuortes ci racconta come è andata, esprimendo il suo punto di vista su fondazioni lirico-sinfoniche e dintorni
 
 
  
 
La situazione economico-finanziaria del Teatro dell'Opera ha registrato un'inversione di tendenza, passando da una perdita pesante al pareggio; come è avvenuto questo percorso?
Sono arrivato alla sovrintendenza alla fine del 2013 in una situazione complicata, quasi compromessa. Il teatro aveva un grande debito cumulato di circa 30 milioni di euro e un deficit sull'anno di circa 12,9 milioni di euro. A ciò si aggiungeva un bilancio intorno ai 65 milioni, una produttività limitata, un autofinanziamento scarso. Una situazione molto seria che, se non ci fosse stata la legge Bray, promulgata dal Parlamento nell'ottobre 2013, senz'altro avrebbe comportato la liquidazione della fondazione, che non aveva la capacità di risanarsi da sola, a meno dell'intervento di nuovi soci.
La legge Bray, con un finanziamento di 25 milioni, ha consentito di coprire le perdite pregresse. Rimaneva ovviamente il problema di portare il bilancio in pareggio, per non trovarsi nella stessa condizione dopo qualche anno. La nostra strategia è stata quella di arrivare al pareggio nel primo anno. Anche perché se non ciò non fosse accaduto, la legge non dà maggiori risorse per coprire i debiti e le eventuali perdite nel periodo 2016.
Quindi abbiamo definito un piano di risanamento molto serio e molto rigoroso, che ha comportato una riduzione dei costi di circa 12 milioni[1].
Grazie ad un aumento della produttività del lavoro, la produzione è molto aumentata, senza incidere sulla qualità. In altri termini, meno unità di lavoro hanno prodotto più spettacoli.
Ovviamente ora sto raccontando tutto ciò come fosse un esercizio accademico, in realtà il percorso è stato molto faticoso. E' dovuto passare attraverso una lotta sindacale molto dura, del tutto inedita per il nostro settore, ma anche per molta parte della pubblica amministrazione.
Sostanzialmente, seguendo le direttive della legge, si chiedeva il pensionamento dei dipendenti per raggiunti limiti di età e una riduzione dei premi legati agli obiettivi di equilibrio di bilancio. La maggior parte del sindacato si è dichiarata a favore, una parte minoritaria invece l'ha osteggiata in modo pesante con gli strumenti tradizionali delle lotte sindacali, come scioperi a ripetizione. Il piano di risanamento è stato boicottato, ha comportato accadimenti molto duri come l'abbandono del maestro Muti e l'abbandono di molte produzioni per l'anno 2014-2015. Questa situazione, molto complicata dal punto di vista gestionale e dal punto di vista finanziario, ha allontanato sponsor e pubblico.
A fronte di un processo totalmente fuori controllo, il CdA nell'ottobre del 2014 decide di esternalizzare orchestra e coro, un'azione inusuale per il nostro settore.
Avevamo 60 giorni di tempo per verificare col sindacato l'esistenza di una soluzione alternativa all'esternalizzazione. Alla fine il sindacato ha accettato i seguenti interventi: la diminuzione di una serie di costi che erano inseriti nel contratto integrativo - come i premi indipendenti dall'equilibrio di bilancio -, l'aumento della produttività, l'eliminazione di una serie di indennità. Questo insieme di azioni ha portato al pareggio nel 2014 e anche nel 2015.
Con l'aumento della produttività, le produzioni sono cresciute del 35%, i ricavi da biglietteria sono aumentati del 37% superando i 10 milioni di euro, non ci sono stati più scioperi.
Il sindacato si è impegnato a non scioperare fino al 2016 ed ad oggi sta mantenendo l'accordo.
Stiamo parlando di un accordo innovativo nella storia, unico non solo per gli enti lirici ma anche per la Pubblica Amministrazione.
 
 
Il Decreto Valore Cultura, oltre che a puntare sul risanamento economico finanziario delle fondazioni, ha effettivamente innestato un meccanismo di innovazione per gli enti lirici?
L'aspetto molto innovativo della legge Bray, rispetto ai tanti interventi passati dello Stato e degli Enti Locali mirati più alla copertura dei debiti piuttosto che a un vero e proprio risanamento, è stato quello di obbligare le fondazioni a un percorso virtuoso che prevede entro il 2016 il pareggio di bilancio.
Una legge non può invertire una situazione, ma l'avere imposto l'equilibrio di bilancio nel nostro caso ha consentito di immaginare un progetto completamente diverso dal passato, che ha dovuto fare i conti col mercato, coi finanziamenti pubblici, coi i privati.
La legge mettendo dei paletti ha aiutato, ma è una condizione necessaria, non sufficiente. E' indispensabile avere un progetto sostenibile.
 
 
E il progetto c'è stato: un cartellone originale con fusione di più generi, misure per attirare i giovani ed un mix tra repertorio ed innovazione. La nuova stagione, aperta con un’opera moderna, include molte repliche di titoli tradizionali come ‘La Traviata’, ma anche un festival di teatro in musica contemporanea.
Ho sempre pensato che questo teatro avesse un potenziale inespresso enorme. Ho lavorato per molti anni all'Auditorium-Parco della Musica, che opera nello stesso mercato e con la stessa utenza, e non ho mai capito perché il Teatro dell'Opera non sfruttasse le potenzialità che questa città offre.
Il progetto consiste in un nuovo modo di pensare il teatro lirico non solo in termini di «tradizione e conservazione», ma anche come uno straordinario strumento artistico e culturale di comunicazione sul presente, su quello che siamo, sul futuro, che può parlare il linguaggio di oggi.
Il teatro d'opera è «geneticamente» molto contemporaneo perché si basa sulla interdisciplinarietà:  musica, regia, testo, rappresentazioni scenica. Se si sfrutta questa caratteristica con regie interessanti, rispettose della musica ma che parlano il linguaggio di oggi, si raggiungono pubblici diversi per fasce di età, per provenienza, per livello di istruzione.
E' tutto ciò fa vivere l'opera come prodotto culturale di eccellenza in tutto il mondo, in tutte le culture, dalla nascita a distanza di secoli.
 
 
Quindi l'opera non è destinata ad un pubblico di nicchia...
Il dramma in musica ha la potenzialità di aprirsi a tutte le età e a tutte le culture perché contiene una serie di elementi che il teatro di prosa da solo non contiene. Il teatro dell'opera è frequentatissimo dai turisti stranieri che viceversa avrebbero difficoltà a seguire uno spettacolo teatrale. Rispetto alla musica sinfonica, l'opera racconta delle storie e si avvale dell'aspetto visivo che avvicina enormemente.
Il lavoro fatto è di attrarre il pubblico della città con iniziative ad hoc, abbiamo una serie di programmi per il pubblico giovane, le scuole, le famiglie. Ma abbiamo puntato anche sui turisti con una comunicazione mirata, grazie anche alla potenzialità della rete.
Il risultato è che gli spettatori dell’ultima stagione sono stati 235.000 con un aumento quasi del 30% rispetto all’anno precedente, per la prima volta gli incassi hanno superato i 10 milioni di euro che corrispondono ad un aumento dei ricavi pari 3,7 milioni di euro.
 
 
Riguardo all'apporto dei privati, voi avete un grande mecenate[2]. Cosa l'ha convinto a sostenervi?
Noi abbiamo diversi sponsor e mecenati, a più livelli, locale e nazionale. Sono un pezzo importante degli stakeholder e nel momento in cui il teatro diventa un valore per la collettività, i privati hanno interesse ad abbinare il loro nome a quello dell'istituzione, sposarne i valori. Questo è il primo risultato che si ottiene lavorando in una certa direzione.
L'opera ha un'altra grande caratteristica che la differenzia dal teatro, dalla musica, dal cinema e forse anche dall'arte contemporanea e cioè quella di essere veramente un veicolo straordinario del nostro Paese nel mondo. Ciò accade soltanto con i beni culturali.
Siamo riusciti a coinvolgere un mecenate malese molto amante dell'opera che si è impegnato a erogare 1 milione di euro in tre anni e a fronte di questo impegno è entrato nel consiglio di indirizzo.
L'Art Bonus, che per fortuna dopo sei mesi dalla nascita è stato allargato alle fondazioni liriche, è uno strumento importantissimo che ci ha permesso di raccogliere 1,65 milioni di euro da imprese, enti, persone fisiche.
 
 
La riforma degli enti lirici del 1996 che mirava ad un processo di privatizzazione non aveva ottenuto gli stessi risultati.
Il mio parere è che è stata male interpretata. Il nostro non  è un settore profit quindi non è possibile nella maniera più assoluta coinvolgere il privato in quanto tale, che cerca la massimizzazione del profitto. Se qualcuno pensava che quella legge andasse in quella direzione è rimasto ovviamente deluso. E' possibile invece avere un rapporto con il privato duraturo, laddove le fondazioni lirico-sinfoniche sono in grado di generare valore per il loro territorio, per il Paese.
 
 
Cosa potrebbe ancora fare il Ministero per aiutare gli enti lirici?
Il Decreto Valore Cultura ha portato anche una ridefinizione dei criteri di accesso al FUS: credo che dopo un paio di anni di sperimentazione, possano essere migliorati.
Poi sicuramente c'è la grandissima questione del lavoro. Molto spesso le produzioni hanno esigenze di personale molto diverse e quindi è necessaria una flessibilità delle risorse umane in funzione delle diverse produzioni. Leggi come il Job Act per un ente di spettacolo sono indispensabili.
 
 
Le fondazioni liriche vanno dunque salvate?
È una delle poche cose  per cui si parla dell'Italia nel mondo, chi ha viaggiato lo sa. Insieme alle bellezze naturali, al patrimonio storico-artistico e alla enogastronomia. L'establishment mondiale della lirica parla italiano, è l'unico settore in cui questo accade.
Quando nel mondo una collettività raggiunge un certo grado di benessere, costruisce un teatro d'opera, vedi la Cina che si sta riempiendo di teatri d'opera.
 
 
Possiamo dire che la perdita di esercizio del Teatro dell'Opera è un brutto ricordo?
Adesso come adesso sì, nella maniera più assoluta. Ma nella storia del teatro d'opera la cosiddetta perdita di esercizio è una costante, la scommessa è il bilancio in pareggio! Il teatro d'opera lasciato a sé va naturalmente in perdita. Perché ciò non accada bisogna lavorare molto e molto bene, introducendo una visione un po' più imprenditoriale: nel mondo dell'arte e della cultura le istituzioni hanno faticato ad accettare le regole del gioco.
Da questo punto di vista la crisi è benefica, senza una minor disponibilità di risorse, niente sarebbe cambiato.
 
 
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[1] Il risultato dell'esercizio 2014 è stato raggiunto grazie alla diminuzione del 15% dei costi per personale, pari a 6 milioni di euro, e un taglio ai costi per i servizi e per le materie prime, per complessivi 4,9 milioni di euro [ndr]
 
[2] Il malese Francis Yeoh, amministratore delegato del gruppo Ytl, attivo in Asia e in Inghilterra, che comprende diverse attività economico finanziarie, dall’elettricità alle catene di grandi alberghi.
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