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LE BIBLIOTECHE COME PIAZZE DEL SAPERE: MENO LIBRI PIU’ PERSONE

  • Pubblicato il: 14/04/2015 - 23:54
Autore/i: 
Rubrica: 
OPINIONI E CONVERSAZIONI
Articolo a cura di: 
Roberta Bolelli

Antonella Agnoli, è da gennaio Presidente della Fondazione Federiciana,  su nomina del Comune di Fano e dalla Fondazione Montanari. Consulente di istituzioni culturali, enti locali e architetti per la progettazione di spazi e servizi bibliotecari e per la formazione del personale, è stata direttore scientifico della San Giovanni di Pesaro e ha collaborato al progetto scientifico-culturale di numerose biblioteche italiane. E’ autrice di diverse pubblicazioni, in particolare di Le piazze del sapere (Laterza, 2009) che ha raccolto grande interesse a livello internazionale e un sorprendente successo in Giappone, Caro Sindaco parliamo di biblioteche (Editrice Bibliografica, 2011), La Biblioteca che vorrei. Spazi, creatività, partecipazione (Editrice Bibliografica, 2014). 
La incontriamo nella sua splendida casa nel centro di Bologna, una casa grande e accogliente con vista sui tetti. Quasi una ospitale biblioteca con le sue pareti tappezzate di libri e quadri e tanti oggetti d’arte e artigianato tradizionale dal gusto raffinato. 
 
 
 
Dal gennaio di quest’anno lei è Presidente della Fondazione Federiciana, una struttura d’eccellenza di Fano - soci fondatori la Fondazione Montanari e il Comune – ed avrà quindi il compito di definire le «strategie, le priorità, gli standard di servizio e gli obiettivi dell’attività delle biblioteche elaborando una carta dei servizi». Quali sono i programmi e gli obiettivi?
A Fano esistono oggi due Biblioteche: la Mediateca Montanari (grazie all’impegno di un imprenditore, Corrado Montanari, che ha messo a disposizione 6 milioni di euro per ristrutturare una scuola) e la Federiciana, la biblioteca storica. La Biblioteca Federiciana (BiF) è una biblioteca comunale di ricerca e conservazione, la Mediateca Montanari (MeMo) è una biblioteca multimediale di informazione generale. Insieme, costituiscono il Servizio Bibliotecario della Città di Fano. Tutto il nostro impegno sarà trovare risorse per ristrutturare la Federiciana (anche a Pesaro ci sono due corpi separati, la Biblioteca San Giovanni e la Biblioteca Oliveriana) con l’idea che l’istituzione storica diventi  parte fondamentale dell’identità della città, un luogo dedicato anche al grande pubblico e alle storie delle persone, non solo riservato a storici e studenti.
Questo è il progetto della Fondazione Federiciana: uscire dalla dimensione locale e trasformare la biblioteca da istituzione per pochi a luogo molto più aperto.  
 
 
Come lei stessa sottolinea nella Prefazione alla nuova edizione del 2014 «nei cinque anni trascorsi dalla prima edizione del suo volume, le «Piazze del sapere» l’idea di biblioteche amichevoli, multimediali, culturalmente attive, si è definitivamente affermata». Quali sono oggi a suo parere le criticità e le opportunità di questa nuova fase?
Certo si è affermata l’idea all’interno di un dibattito ma non è ancora pratica diffusa. L’obiettivo oggi è «creare un nuovo immaginario» della biblioteca tra i cittadini e i politici, che ne devono realizzare i progetti. Oggi abbiamo bisogno di biblioteche più sociali, luoghi che assomigliano a un «centro civico culturale». Un unico luogo dove mettere insieme le diverse forme espressive della cultura e della conoscenza  (libri, quadri, patrimonio museale), dove accedere facilmente come in una stazione o in un supermercato, a tutte le forme e agli strumenti culturali. Questa sarebbe anche una soluzione per i piccoli Comuni, alle prese con i problemi derivanti dalla scarsità delle risorse disponibili.
 
 
 
Ci sono diverse tipologie di biblioteche: di conservazione, di pubblica lettura, alcune con connotazione più commerciale. Come vede queste differenti tipologie, le possibili sintesi e l’utilità sociale che possono rappresentare? E cosa pensa del modello degli «Idea Store»?
Gli Idea Store – nella esperienza londinese – sono la fusione di più servizi, in particolare i servizi di long life learning, con i tradizionali servizi delle pubblic library. Hanno caratteristiche particolari:  sono aperti sette giorni su sette, sono collocati in strutture vicine a supermarket, mercati o stazioni della metropolitana, offrono anche la possibilità di consumare pasti portati da casa. E’ stato un importante investimento: economico, culturale, progettuale. E’ stato per davvero creato un nuovo brand. Nella scelta del personale si è data molta importanza alla capacità di relazionarsi in modo attivo con il pubblico. Per queste loro specifiche caratteristiche sono realtà difficilmente mutuabili nei nostri contesti, dove spesso le biblioteche sono inserite in edifici storici, poco flessibili o collocati in zone scarsamente popolate, con  personale che troppo spesso opera secondo le forme e le regole del pubblico impiego.
 
 
 
Veniamo allora ad un elemento strategico: il personale. Quali caratteristiche deve avere Il personale di una «nuova» biblioteca? Quali sono a suo parere le doti fondamentali per un operatore culturale? 
Innanzi tutto la gestione di questi luoghi richiede flessibilità e duttilità. Quindi il personale deve avere competenze trasversali e diversificate (non solo le classiche competenze «biblioteconomiche»). Competenze che spesso scarseggiano, così come scarseggiano competenze approfondite nell’utilizzo efficace delle nuove tecnologie.  Oggi le biblioteche dovrebbero consentire a tutti i cittadini di accedere ad internet gratuitamente. Molti sono ancora gli italiani che non usano e non sanno usare internet, soprattutto tra gli anziani e le persone a basso reddito e  a basso livello di istruzione. Sicuramente la crisi ha costretto molte famiglie a rinunciare alla banda larga, anche se poi i dati ci danno gli smartphone  in continuo aumento (nel 2014 più 12,2%). Le biblioteche dovranno essere piene di persone che vi entrano per utilizzare le connessioni ed accedere agli strumenti culturali disponibili nel web. E i «bibliotecari» dovranno assumere un ruolo di consulenza proattiva nei confronti del cittadino utente.
 
 
 
Nel suo ultimo libro «La biblioteca che vorrei», lei scrive «Più spazio per le persone, meno per i libri». Ma quando parliamo di biblioteche pensiamo soprattutto ai libri; crede che si possa cominciare a pensare in modo diverso?
La biblioteca va pensata come un «centro civico culturale», come un luogo «neutrale»,  in cui tutti devono  poter accedere con facilità e senza discriminazioni sociali e culturali di età o di religione.  Proprio come erano una volta le nostre  “piazze”, prima che venissero invase dalle macchine e inquinate dal traffico. Ovunque  è diminuita la qualità delle relazioni tra le persone, la solitudine è diventata un problema di massa, mai come in questi ultimi anni è aumentato il tasso di solitudine, le persone si sentono più isolate, impaurite, sfiduciate. Le famiglie sono sempre più instabili, sono sempre meno un punto di riferimento, con un inevitabile aumento dei conflitti generazionali. Quando penso a «Le piazze del sapere» penso a luoghi che siano in grado di migliorare la qualità delle relazioni tra le persone, dove l’informazione ti aiuta a capire che non esiste un solo modello economico, che la povertà è anche povertà di relazioni, di tempo, di cultura. Che esistono beni gratuiti, posti “sicuri”, dove creare qualche amicizia attraverso un gruppo di lettura, una partita a scacchi, un laboratorio di taglio e cucito. Oggi abbiamo più che mai bisogno di luoghi dove capire che la solitudine non si combatte aumentando i  gadgets.  Pensiamo ai nostri bambini: prima giocavano per strada “gratuitamente”, oggi le città e le strade sono pericolose,  così li teniamo chiusi in casa e per farli giocare in modo “sicuro” li piazziamo davanti a consolle, spesso molto più pericolose. Ecco, mi piacerebbe che i bambini in biblioteca ritrovassero quella strada in cui giocare insieme gratuitamente mentre i loro genitori riconquistano un po’ di tempo libero da dedicare ad una lettura, all’ascolto di un concerto o di una pièce teatrale.
 
 
 
Nella Biblioteca di San Giovanni di Pesaro lei è riuscita a realizzare il suo modello o ci sono ancora spazi di sviluppo e di miglioramento? Quali sono le altre biblioteche di ‘nuova generazione’ oggi operanti in Italia e all’estero?  
Ci sono sempre spazi di miglioramento e poi non penso che soprattutto in un Paese come il nostro possa esistere un solo “modello” di biblioteca. Ogni città, presenta esperienze diverse. In una società che cambia velocemente anche le biblioteche devono cambiare. Siamo in un momento in cui si potrebbe pensare che con l’avvento di ebook, delle nuove tecnologie, della presenza in rete di milioni di volumi digitalizzati forse non avremmo più bisogno di biblioteche. Invece penso che mai come in questo momento ne abbiamo bisogno, ovviamente biblioteche di nuova concezione, più amichevoli e accoglienti, con orari differenti, con più spazio per le persone e meno per i libri, luoghi che facilitino la coesione sociale, che creino quel tessuto di relazioni che rendono più piacevole la vita quotidiana, che stimolano lo sviluppo economico e favoriscono l’autogoverno: tutto questo viene chiamato capitale sociale. Oggi, come ho scritto in “Le piazze del sapere”  penso che una biblioteca ben gestita e concepita è un luogo che aumenta il capitale sociale di un territorio. In tutto il mondo si continuano a costruire e a rinnovare biblioteche, anche in Italia, edifici molto differenti tra loro, spesso realizzati da architetti famosi, si inventano nuovi nomi. Dagli ormai famosi Idea store,  al Rolex Learning Center di Losanna,  all’Urban Media Space di Aahrus in Danimarca, si includono nuovi servizi: oramai il caffè, il ristorante, gli spazi per workshop e attività varie, sono diventati normali, ora lo stesso edificio può includere una sauna pubblica, come nella nuova Central Library di Helsinki.
 
 
 
Nel giugno 2014 lei ha scritto: «occorre fare della cultura una questione politica centrale per il paese, chiedere al governo e agli enti locali di tornare a investire sulla scuola e sulla cultura». Provvedimenti come l’”Art Bonus” e “La Buona Scuola” hanno raccolto il suo appello e possono contribuire al progetto di “welfare culturale” che lei ha indicato?
Per quanto riguarda la Scuola non ho ancora letto i nuovi provvedimenti. L’Art Bonus lo si conosce poco. Nel 2014 è stato scarsamente utilizzato, speriamo vada meglio nel 2015. Credo interessante la formula che consente anche piccoli contributi purchè mirati ad uno specifico progetto, quasi una forma di “azionariato sociale”.
Il Ministro Franceschini ha dichiarato il 2015 “anno delle biblioteche”. Vedremo come si svilupperà, ma il problema resta quello delle risorse. Gli Enti Locali sono infatti l’istituzione più vicina ai cittadini, quella sulla quale oggi si scaricano tutti i problemi delle vecchie e nuove povertà, si richiedono sempre più servizi, le persone vivono più a lungo, ma si ammalano molto, milioni di disoccupati, di senza casa: ecco tutto questo pesa quasi esclusivamente su comuni che in questi anni hanno visto falcidiare i loro bilanci. Ma non per questo dobbiamo sacrificare le biblioteche che potrebbero diventare luoghi centrali per intercettare e rispondere a parte delle criticità e delle fragilità che si annidano nelle nostre comunità.
Mi piace riprendere una bella affermazione di Corrado Montanari, per il quale investire su una biblioteca è investire sul luogo più rappresentativo e simbolico della cultura di un territorio, «è  un investimento per il futuro dei nostri giovani (...) per il futuro delle nuove generazioni che così potranno crescere più preparati culturalmente e saranno in grado di competere con il resto del mondo»
 
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