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il vero rischio? ingabbiare l'innovazione

  • Pubblicato il: 15/04/2018 - 09:04
Autore/i: 
Rubrica: 
FONDAZIONI D'ORIGINE BANCARIA
Articolo a cura di: 
Giorgio Righetti su Vita, del 1 aprile 2018

La valutazione d'impatto serve? Il punto di vista di Giorgio Righetti, direttore generale Acri


Credo che la valutazione d’impatto sia uno strumento molto utile in termini di autovalutazione per i soggetti non profit, per capire cosa funziona e soprattutto come migliorarsi. Meno utile, quando la valutazione diventa strumento di giudizio da parte di terzi o, ancor più, un obbligo di legge. L’autovalutazione è un approccio culturale, prima ancora che uno strumento tecnico. Se la valutazione la si lascia in mano a “intermediari” esterni e agli esperti (agenzie, consulenti, ecc.), si rischia di depotenziare l’elemento portante del capitale sociale, cioè la fiducia.
 
Credo, quindi, che una buona valutazione si debba attenere almeno a questi quattro principi. Il primo è che l’efficacia della valutazione è direttamente proporzionale alla chiarezza dell’obiettivo che ci si pone con la stessa. Se gli obiettivi di valutazione non sono chiaramente definiti, essa rischia di produrre risultati che possono a volte indurre decisioni fuorvianti. Il secondo è che il costo della valutazione deve essere congruente con la dimensione dell’intervento oggetto di analisi. Il terzo, è che l’atto stesso dell’osservazione modifica gli oggetti osservati. Il quarto è che “non tutto ciò che conta può essere contato e non tutto ciò che può essere contato conta”, soprattutto per non dimenticare che la valutazione è uno strumento e non un fine in sé e che l’eventuale difficoltà oggettiva della valutazione non deve far desistere dal tenere in considerazione anche elementi immateriali, ma straordinariamente importanti, o dall’intraprendere percorsi, anche di particolare contenuto innovativo, lungo sentieri inesplorati. direttore generale Acri
 
D’altronde, Schumpeter, che individuava nell’innovazione il motore primo dello sviluppo, aveva intuito i rischi inibitori sui processi innovativi derivanti dal prevalere della tecnica sulla visione, quando affermava che «quel “colpo d’occhio” (dell’imprenditore), quel dono della divinazione è stato sostituito dai calcoli dello specialista».