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Dichiarare guerra all’irrilevanza nell’azione

  • Pubblicato il: 25/07/2018 - 19:07
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CS
Il 2018 è un gran torneo di date storiche ad alto impatto che sta offrendo molte opportunità di ri-lettura. Con gli anniversari, normalmente, arrivano i bilanci. Cosa abbiamo appreso dalla Storia di cui siamo figli?  
Il più celebrato è il cinquantenario del 1968, della contestazione studentesca, la miccia delle conquiste di nuove libertà. L’attivismo degli artisti. La nascita del movimento dell’Arte povera. Le opere delle idee, oggi pezzi da musei, contese come oggetto da investimento da ricche collezioni private a prezzi in crescendo.

Ma la mia generazione, quella del baby boom, ha vissuto da adolescente, negli echi del ’68, l’enigmatico e ingombrante 1978. ”Il grande spartiacque nella seconda metà del Novecento”. “Tempo complesso“. “Un reattore di cambiamenti destinato a disegnare un tortuoso prima, un tempestoso durante e un misterioso poi. Lucio Dalla incise “L’anno che verrà”, canzone che ancor oggi conserva il clima incerto di una stagione vibrante, degli ideali del cambiamento che convivono con la paura, il terrorismo, la contestazione, l’inno alle libertà individuali con la solitudine, la religione che muta i suoi riferimenti”, come ci fa ripercorrere preziosamente  Luca Rolando su La Voce e il Tempo di domenica scorsa.
 
Ricordo esattamente, come molti di noi agli eventi storici, il punto in cui ero il 9 maggio all’annuncio dell’assassinio del Presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro. Stavo andando a scuola, a Fossano, con le monete in tasca pronte per la colazione convertite poi in un quotidiano per una notizia che ha sospeso il tempo, “un caso poliziesco, giuridico e politico che continua a far discutere ancor oggi, mai chiuso, che riaffiora ciclicamente come enigma nella storia del Paese”. In quell’anno, in una escalation di sangue che toccherà il suo picco nel 1980 cadranno vittime del terrorismo 39 persone.
A quattro giorni dalla scomparsa di Moro, il Parlamento approva una legge dirompente,  la 180, ricordata con il nome dal propugnatore, lo psichiatra Franco Basaglia che,  con una visione rivoluzionaria della salute mentale  e nell’umanizzazione della cura, ha chiuso i manicomi italiani.
Nello stesso mese di maggio, arriva una seconda legge di conquista civile, la 194 sulla tutela sociale della maternità e sulla depenalizzazione dell’aborto.
Cambia la guida del Paese. “Il Presidente della Repubblica Giovanni Leone, democristiano, finito sotto il fuoco incrociato di critiche e accuse (lo scandalo Lockheed) che il tempo rivelerà in parte infondate, si dimette. L’8 luglio, - il giorno del mio diciottesimo compleanno - viene eletto  Sandro Pertini, socialista, esule e resistente, rappresentante di quel rigore morale di cui l’Italia in quei mesi comprende di aver particolarmente bisogno”.
Tre Papi in due mesi. Il 6 agosto, la salute cagionevole di Paolo VI, 80 anni,  precipita. Il 26 agosto, nel primo giorno del conclave, i cardinali eleggono il successore, il patriarca di Venezia, Albino Luciani, che sceglie il nome di Giovanni Paolo I. Sorriso e stile colloquiale, rappresenta  una svolta nella storia della Chiesa. Dopo un mese scompare, improvvisamente.  “Altri funerali. Altro Conclave che elegge Papa Karol Wojityla, Giovanni Paolo II, il primo non italiano dopo 455 anni. Inizia un lunghissimo pontificato di 26 anni, 5 mesi e 17 giorni, del Papa che soffiò con Michael Gobaciov sul muro di Berlino finchè crollò.
Ma il 1978 è anche l’anno dei Mondiali di calcio. In Argentina. Una orrenda cornice politica che ci riporta al Mondiale italiano del 1934 e alle Olimpiadi del 1936. Il dittatore Jorge Rafael Videla, come Mussolini, non può accettare risultati diversi dalla vittoria. Mondiali rimasti un simbolo dei violenti scenari che agitavano il Sud America sotto gli occhi preoccupati del mondo. La nazionale argentina, vinse, tra le accuse di brogli, violenze e intimidazioni."
 
Cosa abbiamo appreso dalla storia di cui siamo figli? Guardiamo ancora indietro. A quella dei nostri padri.
Un altro anniversario, una delle pagine più cupe dell’Italia. Il 14 luglio 1938, ottant’anni fa, nell’estate della vergogna, esce il  Manifesto degli scienziati razzisti”, l’anticamera delle leggi razziali, dalla quale prese il via la violenta campagna antisemita; limiti, cresciuti in esclusioni, in deportazioni, in sterminio.
In quell’estate l’Italia si esaltò vincendo il campionato mondiale di calcio a Parigi, battendo in finale l’Ungheria, mentre “Bartali fu spinto dal regime a saltare il Giro d’Italia per preparare meglio il Tour de France, nel quale trionfò, ma alla premiazione rifiuto di fare il saluto romano. Nel 2013 fu dichiarato giusto tra le nazioni per l’attività a favore degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale.”
 
In questo nostro tempo, forse non più complesso di altri, si agitano spettri nel mondo, si alzano barriere protezionistiche verso l’Altro e si muovono risposte.
Ad Atene, ad esempio, in una società erosa a livello internazionale dalla sfiducia nelle istituzioni pubbliche, nei sistemi di informazione rinasce, per unire le forze su questi temi, sulla polarizzazione  il concetto di Agorà come spazio democratico. 
 
La neonata SNF Agora Institute (network di accademici, filantropi, Ong, artisti e istituzioni culturali), nata dalla partnership tra la Stavros Niarchos Foundation (SFN) e la Johns Hopkins University, investe 150 milioni di euro per sostenere un percorso di ricerca sulle dinamiche della polarizzazione sociale, culturale e politica e lo sviluppo di strumenti di civic engagement.  “Distruptive thinking and action”per combattere l’irrilevanza dell’azione contro le grandi sfide sociali e la minaccia alle democrazie, chiamando a raccolta gli intellettuali, gli artisti.
 
La memoria è una risorsa, va accesa e con questa richiamata la funzione civile dell’intellettuale, delle istituzioni culturali. “La Cultura è un processo, non un dato. E’ ciò che costruiamo in relazione a qualcun altro. La stessa antropologia, dall’etimo lo studio dell’uomo, in realtà studia il modo con cui si relazionano  gli individui. Ed è lì, nella relazione che nasce la Cultura, nel modo in cui ci rapportiamo”. Marco Aime, docente di antropologia culturale dell’Università di Genova, consegna il suo pensiero alle nostre colonne. Lo abbiamo ascoltato sui temi migratori al Suq Festival in occasione del confronto promosso da ArtLab, la piattaforma di dialogo condotta da Fitzcarraldo. “Le Culture prendono pezzi da altre Culture e poi le elaborano in modo autonomo. Questa è la lezione che ogni Cultura ha dentro di sé elementi di altre Culture. Il problema è che tendiamo a definirla come unica e pura, quando di fatto siamo il prodotto di centinaia di migliaia di anni di scambi di idee e geni”.
 
Quale ruolo per i musei? I musei non possono essere neutrali, commenta in questo numero Patrizia Asproni, abbracciando l’immagine guida della campagna di riflessione internazionale lanciata da Mike Murawski, direttore del public program del Portland Art Museum-Oregon, “hanno il potenziale per essere spazi rilevanti, socialmente impegnati nelle nostre comunità, agenti di cambiamento positivo. Eppure, troppo spesso si sforzano di rimanere al di sopra delle questioni politiche abbracciando un mito di neutralità”.
 
Anche in Italia il dibattito si fa acceso. “Perché vi nascondete? Scrittori, medici, drammaturghi, attori e youtuber?  Chiunque abbia la possibilità di parlare a una comunità deve sentire il dovere di prendere posizione. Non abbiamo scelta. Oggi tacere significa dire: questo che sta accadendo in questo paese mi piace (…) Ogni parola ha una conseguenza, ma anche il silenzio ha conseguenze, diceva Sartre.”, tuona  Roberto Saviano dalle colonne de La Repubblica  dopo gli attacchi da parte del Ministro Salvini e le minacce antisemite ricevute da Adachiara Zevi.  “Tocca agli uomini di buona volontà prendersi per mano e resistere all’avanzata dell’autoritarismo”. L’artista  Alfredo Pirri fa suoi i messaggi e invia una lettera accorata ad Artribune invitando il mondo della cultura a difendere la libertà di espressione, contro ogni attacco allo stato di diritto. “ Siamo a un passo dal baratro. Cadere nel baratro non sempre porta un dolore immediato, a volte l’atterraggio individuale è soffice perché accompagnato dal riso e dall’ironia, solo in seguito si inizia ad avvertirne la tragedia, quando la caduta diventa collettiva (…) Facciamo che il ridere di loro non divenga una introduzione comica (…) quella che un tempo si chiamava una risata vi seppellirà”.
 
Chiamate alla partecipazione che arrivano da ogni fronte. Partecipazione collettiva alla difesa della democrazia, alla costruzione di senso, alla gestione dei beni comuni, “processi e relazioni che valgono quanto i risultati”.
Fermenti che leggiamo dall’articolata analisi di Maura Romano per il Rapporto “Io sono Cultura 2018” che vi proponiamo, come nell’ultimo lavoro editoriale sull’intelligenza collettiva, “Big Mind” di Geoff Mulgan, direttore esecutivo della Fondazione Nesta.
 
Dalla sofferta Unione Europea, arriva uno dei frutti dell’Anno Europeo del Patrimonio Culturale: il Rapporto sulla Governance Partecipativa” della DG Istruzione e Cultura della Commissione Europea che promuove modelli innovativi di gestione del patrimonio culturale, coinvolgendo tutti i portatori di interesse, comprese le autorità pubbliche, come ci racconta Erminia Sciacchitano che ha curato i lavori e che, con Consiglio d’Europa, unisce le forze per promuovere la ratifica della rivoluzionaria Convenzione di Faro (2005), sul valore del patrimonio culturale per la società. Elementi fondamentali per la legacy dell’Anno dedicato al Patrimonio Culturale, oltre alle celebrazioni, una legacy che informi la nuova Agenda comunitaria in corso di definizione, in un momento di spinta delle forze anti-europeiste.
 
Solo uniti possiamo gestire le complessità dei societal challenges, come sottolinea Rien Van Gendt nel suo intervento nella conferenza internazionale “Humanity in action” che riportiamo, sul ruolo della società civile, inclusa la filantropia istituzionale per la democrazia e la coesione sociale: piscine rispetto al mare delle aree di governo pubbliche, ma piscine libere nelle quali si possono sperimentare modelli scalabili, soluzioni che combattano l’irrilevanza delle azioni di cui abbiamo parlato.
 
Ma per agire occorre capire. Per questo il nostro Giornale, continua e continuerà a proporvi la lettura di studi e ricerche, che vanno finanziati per  esplorare risorse con gli occhi del XXI secolo, tra opportunità e paradossi nell’economia della conoscenza.
 
Buone letture e buone vacanze.
 
 
 
 
 
E ancora in questo numero
Ottime notizie per l’Italia dalla call più attesa, Creative Europe, con il numero più elevato di progetti assegnati e di  corpi intermedi, fondazioni-associazioni, uniti in partnership. Modalità  di rete premiata anche dalla call Con i Bambini, per progettualità innovative di contrasto alla povertà educativa minorile, madre delle disguaglianze. Cinque Fondazioni di Comunità (infrastrutture del dono poco conosciute nella grande potenzialità di mobilitazione dei territori, alle quali dedichiamo una rubrica di ricerca), capitanate da Lecco.  
Tra le risorse, con un nostro vizio, coniamo un neologismo: i “Ritornanti”. Senza tessere elogi al brain drain, alla fuga delle menti giovani dal nostro Paese, leggiamo il fenomeno degli eccellenti che, formati a livello internazionale, scelgono di diventare elementi biologicamente attivi nelle terre d’origine, per lavorare con “caparbi stanziali” con un bagaglio di reti e competenze in grado di risvegliare aree dormienti. Una nuova classe dirigente, ancora di poche unità, che si sta affacciando nel Sud come nelle aree interne, sullo sviluppo delle quali il percorso di riflessione mensile condotto  da gennaio dal prof. Antonio De Rossi - partendo dalle nuove visioni e possibilità nel vivere la Montagna nella contemporaneità- sta diventando un corposo dossier. Emergono nuovi modelli, come quello della Val Maira, nel cuneese, area che sta lavorando in modo sempre più sistemico, rileggendo anche la risorsa dei parchi. Dalle Alpi, ci ritroviamo con profonde analogie di territori a rischio di spopolamento negli Appennini con il contributo di Luca Dal Pozzolo, estratto dal Rapporto Symbola-Unioncamere 2018, che si rivela ad ogni edizione una crescente fonte di preziosi contributi. Per questo, in partnership con l’omonima Fondazione, ve ne  restituiremo alcuni per letture lente.
 
 
 
 
In Redazione: Patrizia Asproni, Benedetta Bodo di Albareto, Roberta Bolelli, Patrizia Cappelletti, Cristina Casoli, Paolo Castelnovi, Luca Dal Pozzolo, Antonio De Rossi, Elisa Fulco,  Rien Van der Gendt,  Elena Inchingolo, Elena Lombardo,  Francesco Mannino, Valentina Montalto,  Ilaria Maria Nizzo,  Francesca Panzarin, Paolo Pezzana, Maura Romano,  Maria Elena Santagati, Erminia Sciacchitano, Catterina Seia, Pier Mario Vello, Francesca Vittori, Massimiliano Zane, Alessia Zorloni.
 
In ascolto di Gino Mazzoli, Andrea Bartoli, Carlo Roccafiorita, Laura Saija, Marco Aime, Lucia Pini, Laura Lombardi, Dominique Levy, Daniela Ricci, Vittoria Bonifati, Carlo Ventura, Mario Romano Negri, Roberto Colombero
 
Grazie ai partner di ricerca: Fondazione CRC e Fondazione Marino Marini
E per la collaborazione  Fondazione Symbola, UnionCamere per il Rapporto “Io Sono Cultura”
 

 
Ph: Periferica, Alberonero